lunedì 26 marzo 2012

Messaggio del 25/3

"Cari figli! Anche oggi con  gioia desidero darvi la mia benedizione materna e invitarvi alla preghiera. Che la preghiera diventi per voi  bisogno affinché ogni giorno cresciate di più nella santità. Lavorate di più sulla vostra conversione perché siete lontani figlioli. Grazie per aver risposto alla mia chiamata.”

domenica 18 marzo 2012

L’apparizione annuale a Mirjana Dragićević-Soldo 18 marzo 2012

"Cari figli! Vengo tra di voi perché desidero essere la vostra madre, la vostra interceditrice. Desidero essere il legame tra voi e il Padre celeste, la vostra mediatrice. Desidero prendervi per le mani e camminare con voi nella lotta contro lo spirito impuro. Figli miei consacratevi a Me completamente. Io prenderò le vostre vite nelle mie mani materne e vi insegnerò la pace e l’amore affidandole allora a mio Figlio. Vi chiedo di pregare e digiunare perché soltanto così saprete testimoniare il mio Figlio per mezzo del mio cuore materno in modo giusto. Pregate per i vostri pastori perché in mio Figlio possano sempre annunciare gioiosamente la Parola di Dio. Vi ringrazio."

cristiani in Siria

Interessante intervista di un vescovo siriano: http://www.asianews.it/notizie-it/Nunzio-vaticano:-Per-la-Chiesa-in-Siria-%C3%A8-tempo-di-uscire-all%27attacco-e-non-stare-a-guardare-24257.html.

lunedì 12 marzo 2012

p.Emmanuel

Il confessionale, il tram e il Cardinale
di padre Emmanuel Braghini

Frate cappuccino, è morto l'11 marzo a Milano. Ieri......

Dalle pagine di Tracce, la testimonianza per i cinquant'anni di messa nel 2004 e l’incontro con don Giussani. «Sono qui per miracolo», diceva di sé. Il racconto di quell’inizio.

 Dalle h. 15.00 di oggi - lunedì 12 marzo - sarà allestita la camera ardente nella Chiesa di Via Colleoni; i funerali saranno celebrati domani pomeriggio alle h. 14.45 presso il Convento dei Cappuccini in V.le Piave n° 2 a Milano



 Era il 1954. A marzo avevo detto la mia prima messa da frate cappuccino. All’epoca era venuta una disposizione della Congregazione per cui bisognava fare un altro anno di Teologia. Poiché non ci stavamo più in piazza Velasquez a Milano, dove c’era la nostra facoltà, ci hanno mandato a Musocco, nel convento di fronte al cimitero Maggiore. Una mattina di settembre in convento c’ero io solo - tutti i miei compagni erano nel cimitero a cantare la messa - insieme al frate in portineria, il quale, a un certo punto, mi chiama: «C’è un prete da confessare». Gli ho risposto: «Noi “padrini” (i frati appena ordinati; ndr) non confessiamo i preti!». Lì per lì c’è stato un litigio col portinaio. Lui avrebbe potuto dire: «Va bene» (sapeva pure lui che non si mandano mai i frati giovani a confessare i preti… anche perché il prete ci rimane male), e invece mi ha detto: «Lo so, ma non c’è nessun altro». È venuto fuori un altro bisticcio. A quel punto mi ha ferito accusandomi di rifiutare un gesto di carità («Allora non vale la pena studiare tanto», ha commentato). Stava quasi per andarsene quando mi ha detto queste cose, allora gli ho risposto: «Va bene, vado a confessare il “tuo” prete».

 Sul tram per Milano
 Sono andato a confessare quel prete, senza neanche vederlo in faccia. Io provo tuttora imbarazzo a confessare - vorrei dire io i miei peccati -, sta di fatto che sono entrato nel confessionale, l'ho confessato e sono uscito. Non ci siamo neppure guardati in faccia. Lui, però deve avere afferrato nelle due parole che gli ho detto una qualche improvvisa sintonia. Uscito dal confessionale, vado in cella, prendo la mia borsa per andare in città, salgo sul tram e lì c'è un prete che mi fa: «Lei è sempre qui di convento?». Allora ho capito. «Son qui forse per un anno», gli rispondo. E lui ha cominciato a raccontarmi di un suo tentativo, perché si era accorto che il cristianesimo, quel Fatto, quella Presenza non esistevano più tra i ragazzi (di lì a pochi giorni avrebbe iniziato a fare Scuola di religione al liceo Berchet di Milano). Non ci siamo più lasciati.


 Tutta la vita diventava bella
 Da subito mi ha colpito la passione di don Giussani per il Mistero della Chiesa, per l’Incarnazione, che è sempre stato il fattore più incisivo. Ricordo quello che mi disse durante un viaggio in treno; stavamo andando a Brescia e lui si mise a picchiare sul vetro del finestrino dicendo: «Se uno non si misura, non si impegna, non si coinvolge con questo materiale, non può capirlo», e parlava del coinvolgimento con la realtà, col fatto del cristianesimo. Per lui il particolare è sempre stato importante, mai una cosa trascurabile. E questo per la percezione della presenza sacramentale, cioè sensibile, del Mistero. Quando terminava il raggio si rimettevano le cose a posto, le sedie in ordine; e poi don Giussani faceva raccogliere qualcosa per le missioni, sottolineava la puntualità. Durante le vacanze in montagna, dopo una certa ora girava per l’albergo, e non perché fosse apprensivo per i pericoli, ma per vedere se c’era silenzio. Per non parlare della messa. Non ne finiva una che non tornasse in sacrestia lamentandosi per i canti: che so, perché non avevamo tirato il fiato. Nella recita delle Ore, poi, sottolineava la pausa, l’andare insieme, perché - diceva - «se la preghiera non diventa anche un gesto bello, si finisce per rifiutarlo». E così diventava bella tutta la vita.


 Montini intuiva
 Tra i ricordi di quei primi anni ce n’è uno che mi porto dietro con commozione. Un giorno il cardinale Montini scrisse al mio convento per chiedere di vedermi. Quando lo incontrai mi domandò com’era la situazione di Gs. Non dimenticherò mai la risposta che gli diedi: «Guardi, Eminenza, lei sa che io sono l’unico che confesso i ragazzi; sa che cosa vengono ad accusare? Qualcosa che lei non ha mai sentito nella confessione di nessuno: chiedono perdono perché, per esempio, invece di andare a mangiare a un tavolo dove forse c’era una persona che aveva più bisogno, più triste, un po’ più sola, che non avevano ancora conosciuta, erano stati tentati di andare al tavolo con la persona con cui c’era più facilità di rapporto. Uno che si accusa di questo capisce che dovrebbe missionariamente andare a mangiare con quello o con quella, tanto che, non facendolo, lo riconosce come peccato…». Il Cardinale mi ascoltava e intuiva che sotto c’era qualcosa, era contento. Padre Giannantonio, un nostro frate cappuccino (tornato miracolosamente dai lager dell’ultima guerra, era confessore in lingue straniere in Duomo), aveva consigliato due suoi nipoti di venire in Gs e mi diceva: «Quando tutta la gente, che di solito va in un sacco di negozi, va tutta in un certo negozio, vuol dire che lì c’è qualcosa che vale di più». Anche il cardinale Montini aveva “fiutato” questo.

domenica 11 marzo 2012

La nuova evangelizzazione in Francia

La nuova evangelizzazione in Francia
Maurizio Moscone racconta il riemergere dei cristiani
di Antonio Gaspari
ROMA, sabato, 10 marzo (ZENIT.org).- Sono molti gli articoli ed i rapporti che indicano la Francia come un Paese dove il cattolicesimo sta trovando molte difficoltà.
Dopo oltre due secoli dalla rivoluzione giacobina infatti la secolarizzazione sembra prevalere, ma non mancano segni di speranza e un rinnovato zelo apostolico dei nuovi movimenti e delle famiglie missionarie.
Nel contesto del progetto di rievangelizzazione dell’Europa rilanciato da Roma con l’istituzione del Pontificio Consiglio per la Nuova Evangelizzazione, ZENIT ha intervistato il professor Maurizio Moscone, docente di filosofia nei seminari diocesani ‘Redemptoris Mater’.
Il prof. Moscone è già stato ad insegnare Filosofia nei seminari di Taiwan, Pola in Croazia e di recente è tornato dal seminario di Tolone in Francia.
Cosa può dirci della situazione della fede in Francia?
Moscone: Sono stato in Francia a tenere un corso di Filosofia presso un seminario cattolico. Sono partito dall’Italia con delle idee sulla Chiesa in Francia, e in generale della vita cristiana, che sono state contraddette dalla realtà.
Pensavo che la Chiesa fosse ricca perché inserita in uno dei paesi più prosperi d’Europa, invece ho scoperto che è povera. Infatti non riceve alcun aiuto finanziario dallo Stato, il quale è proprietario di tutti i templi costruiti fino all’anno 1906 (da questa data in poi sono proprietà della Chiesa) e non contribuisce alla manutenzione degli edifici, per cui quasi tutti necessitano di opere di restauro, vivendo la Chiesa delle offerte di pochi laici, per lo più anziani.
Credevo che la partecipazione alla liturgia da parte dei fedeli fosse analoga a quella riscontrata in Italia, invece sono rimasto colpito dalla loro scarsa presenza.
Parlando con un sacerdote, di una parrocchia che comprende un territorio con circa 28.000 persone, ho saputo che mediamente si confessa un solo fedele ogni settimana e che, in generale, la pratica della confessione in Francia è limitata alle grandi ricorrenze: Natale, Pasqua.
Ho assistito personalmente a un funerale in cui erano presenti molte persone, che, in attesa del feretro, parlavano tra di loro sulla scalinata antistante la chiesa. Quando la bara è stata trasportata all’ingresso della chiesa, nessuno si è fatto il segno della croce e nessuno ha risposto all’invito alla preghiera rivolto dal prete.
Alcuni amici mi hanno detto che questo comportamento è diffuso perché in Francia il popolo è molto secolarizzato e sono presenti anche forme di apostasia.
Ho parlato con diversi sacerdoti e tutti sono stati concordi nel dirmi che la maggior parte dei francesi non è più cristiana e vive in modo pagano: le convivenze sia tra i giovani e che tra gli adulti sono molto diffuse, la famiglia è fortemente in crisi e, di conseguenza, i ragazzi vivono un vuoto esistenziale che spesso cercano di riempire con la droga, il sesso ed espedienti vari per cercare di sfuggire a una situazione di sofferenza per loro insopportabile.
Quali secondo Lei le cause di questa situazione?
Moscone: Visitando le chiese, un aspetto che mi ha colpito è lo stato di degrado in cui, salvo eccezioni, versano. In alcune chiese le statue hanno le teste mozzate, oppure sono prive di statue e di quadri. Conseguenza questa della Rivoluzione francese, la quale per odio alla Chiesa ha non soltanto deturpato, ma anche distrutto molti templi. I rivoluzionari, afferma Pierre Chaunu, membro dell’Institut de France, uno dei maggiori studiosi della storia moderna, “fecero a pezzi le statue di Notre Dame, distrussero Cluny, e quasi tutte le chiese romaniche e gotiche”.
Per un caso fortuito dalla barbarie rivoluzionaria si è salvato il Palazzo dei Papi ad Avignone, dove hanno risieduto i pontefici durante il periodo della cosiddetta “cattività avignonese”.
La costruzione è stata usata come carcere dal 1791 fino al 1810 e successivamente fino al 1906 come caserma militare. L’esterno del palazzo è stupendo e maestoso, ma l’interno è desolante: una lunga serie di enormi stanze completamente vuote, perché gli arredi sono stati distrutti dai rivoluzionari.
Eppure la Rivoluzione Francese è conosciuta come espressione di progresso…
Moscone: La Rivoluzione francese viene presentata ancora oggi nei manuali scolastici, che formano il modo di pensare di milioni persone, come un avvenimento benefico per la Francia e per l’umanità intera, poiché avrebbe liberato gli uomini dalla tirannia della monarchia e dall’oppressione della Chiesa e avrebbe affermato i diritti dell’uomo: égalité, liberté, fraternité.
Molti studi dimostrano l’infondatezza storica dei tanti luoghi comuni sulla Rivoluzione francese che i mass media diffondono. Storici come Jean Tulard, Pierre Chaunu, Paul Hazard e soprattutto François Furet documentano come la Rivoluzione francese non sia stata un evento improvviso, causato dal popolo affamato che si voleva liberare dalla tirannide, ma è stato un evento originato dalle idee elaborate da un’élite di intellettuali che invece di servirsi della ragione come uno “strumento” per conoscere la verità  l’hanno idolatrata trasformandola in oggetto di culto. La ragione ha preso il posto di Dio e l’odio verso Cristo e la sua Chiesa è stato il vero movente che ha animato i capi rivoluzionari, imbevuti di idee illuministiche, come Jaques Danton e Maximilien Robespierre .
Gli studi effettuati da René Sedillot attestano come gli effetti della Rivoluzione francese sulla popolazione sono stati disastrosi: 600.000 morti nelle guerre interne (dei quali 117.000 in Vandea), 400.000 morti nelle guerre esterne, un milione di morti nelle guerre napoleoniche, forte aggravamento del deficit economico, distruzione del patrimonio culturale.
Il danno più grave provocato dalla Rivoluzione è però di carattere spirituale. Come insegna Gadamer esiste una “storia degli effetti”: idee elaborate in epoche passate perdurano nel tempo e fanno sentire i loro effetti nelle epoche successive.
Gli “effetti” delle idee illuministiche radicalmente anti-cristiane e propagate dalla rivoluzione sono la secolarizzazione e l’apostasia silenziosa del popolo francese.
Lei ha notato però segni di risveglio cristiano vero?
Moscone: Di fronte a questa situazione la Chiesa non si chiude in un atteggiamento vittimistico e rinunciatario, ma rilancia la “nuova evangelizzazione”, tramite i nuovi movimenti e le nuove comunità, che, con zelo, annunciano Cristo salvatore.
Dagli anni ’70 – ‘80 operano in Francia realtà ecclesiali missionarie, come Chemin Neuf, Comunità Emmanuel, Rinnovamento nello Spirito, Cammino Neocatecumenale, che hanno portato una nuova linfa vitale nella Chiesa.
La Comunità Emmanuel accoglie persone svantaggiate senza famiglia o emarginate,
Chemin Neuf è una comunità apostolica che si ispira alla spiritualità di Sant’ Ignazio di Loyola e al Rinnovamento carismatico, il Rinnovamento nello Spirito opera nella Chiesa per il rinnovamento della vita cristiana, il Cammino Neocatecumenale è una delle modalità di attuazione diocesana dell'iniziazione cristiana e dell'educazione permanente della fede.
Queste nuove realtà ecclesiali, insieme alla Comunità di Taizé iniziata negli anni ’50, stanno realizzando un “risveglio cristiano vero”: conversioni di adulti e giovani, famiglie unite e aperte alla vita, vocazioni al presbiterato e alla vita consacrata, accoglienza delle persone emarginate e disabili. Tutti segni questi dell’azione dello Spirito Santo nella Chiesa.

giovedì 8 marzo 2012

Messaggio del Santo Padre Benedetto XVI per la Quaresima 2012

27/02/2012
«Prestiamo attenzione gli uni agli altri, per stimolarci a vicenda nella carità e nelle opere buone» (Eb10,24)


Fratelli e sorelle,

la Quaresima ci offre ancora una volta l'opportunità di riflettere sul cuore della vita cristiana: la carità. Infatti questo è un tempo propizio affinché, con l'aiuto della Parola di Dio e dei Sacramenti, rinnoviamo il nostro cammino di fede, sia personale che comunitario. E' un percorso segnato dalla preghiera e dalla condivisione, dal silenzio e dal digiuno, in attesa di vivere la gioia pasquale.

Quest’anno desidero proporre alcuni pensieri alla luce di un breve testo biblico tratto dalla Lettera agli Ebrei: «Prestiamo attenzione gli uni agli altri per stimolarci a vicenda nella carità e nelle opere buone» (10,24). E’ una frase inserita in una pericope dove lo scrittore sacro esorta a confidare in Gesù Cristo come sommo sacerdote, che ci ha ottenuto il perdono e l'accesso a Dio. Il frutto dell'accoglienza di Cristo è una vita dispiegata secondo le tre virtù teologali: si tratta di accostarsi al Signore «con cuore sincero nella pienezza della fede» (v. 22), di mantenere salda «la professione della nostra speranza» (v. 23) nell'attenzione costante ad esercitare insieme ai fratelli «la carità e le opere buone» (v. 24). Si afferma pure che per sostenere questa condotta evangelica è importante partecipare agli incontri liturgici e di preghiera della comunità, guardando alla meta escatologica: la comunione piena in Dio (v. 25). Mi soffermo sul versetto 24, che, in poche battute, offre un insegnamento prezioso e sempre attuale su tre aspetti della vita cristiana: l'attenzione all'altro, la reciprocità e la santità personale.

1. “Prestiamo attenzione”: la responsabilità verso il fratello.

Il primo elemento è l'invito a «fare attenzione»: il verbo greco usato è katanoein,che significa osservare bene, essere attenti, guardare con consapevolezza, accorgersi di una realtà. Lo troviamo nel Vangelo, quando Gesù invita i discepoli a «osservare» gli uccelli del cielo, che pur senza affannarsi sono oggetto della sollecita e premurosa Provvidenza divina (cfr Lc 12,24), e a «rendersi conto» della trave che c’è nel proprio occhio prima di guardare alla pagliuzza nell'occhio del fratello (cfr Lc 6,41). Lo troviamo anche in un altro passo della stessa Lettera agli Ebrei, come invito a «prestare attenzione a Gesù» (3,1), l'apostolo e sommo sacerdote della nostra fede. Quindi, il verbo che apre la nostra esortazione invita a fissare lo sguardo sull’altro, prima di tutto su Gesù, e ad essere attenti gli uni verso gli altri, a non mostrarsi estranei, indifferenti alla sorte dei fratelli. Spesso, invece, prevale l’atteggiamento contrario: l’indifferenza, il disinteresse, che nascono dall’egoismo, mascherato da una parvenza di rispetto per la «sfera privata». Anche oggi risuona con forza la voce del Signore che chiama ognuno di noi a prendersi cura dell'altro. Anche oggi Dio ci chiede di essere «custodi» dei nostri fratelli (cfr Gen 4,9), di instaurare relazioni caratterizzate da premura reciproca, da attenzione al bene dell'altro e a tutto il suo bene. Il grande comandamento dell'amore del prossimo esige e sollecita la consapevolezza di avere una responsabilità verso chi, come me, è creatura e figlio di Dio: l’essere fratelli in umanità e, in molti casi, anche nella fede, deve portarci a vedere nell'altro un vero alter ego, amato in modo infinito dal Signore. Se coltiviamo questo sguardo di fraternità, la solidarietà, la giustizia, così come la misericordia e la compassione, scaturiranno naturalmente dal nostro cuore. Il Servo di Dio Paolo VI affermava che il mondo soffre oggi soprattutto di una mancanza di fraternità: «Il mondo è malato. Il suo male risiede meno nella dilapidazione delle risorse o nel loro accaparramento da parte di alcuni, che nella mancanza di fraternità tra gli uomini e tra i popoli» (Lett. enc. Populorum progressio [26 marzo 1967], n. 66).

L’attenzione all’altro comporta desiderare per lui o per lei il bene, sotto tutti gli aspetti: fisico, morale e spirituale. La cultura contemporanea sembra aver smarrito il senso del bene e del male, mentre occorre ribadire con forza che il bene esiste e vince, perché Dio è «buono e fa il bene» (Sal 119,68). Il bene è ciò che suscita, protegge e promuove la vita, la fraternità e la comunione. La responsabilità verso il prossimo significa allora volere e fare il bene dell'altro, desiderando che anch'egli si apra alla logica del bene; interessarsi al fratello vuol dire aprire gli occhi sulle sue necessità. La Sacra Scrittura mette in guardia dal pericolo di avere il cuore indurito da una sorta di «anestesia spirituale» che rende ciechi alle sofferenze altrui. L’evangelista Luca riporta due parabole di Gesù in cui vengono indicati due esempi di questa situazione che può crearsi nel cuore dell’uomo. In quella del buon Samaritano, il sacerdote e il levita «passano oltre», con indifferenza, davanti all’uomo derubato e percosso dai briganti (cfr Lc 10,30-32), e in quella del ricco epulone, quest’uomo sazio di beni non si avvede della condizione del povero Lazzaro che muore di fame davanti alla sua porta (cfr Lc 16,19). In entrambi i casi abbiamo a che fare con il contrario del «prestare attenzione», del guardare con amore e compassione. Che cosa impedisce questo sguardo umano e amorevole verso il fratello? Sono spesso la ricchezza materiale e la sazietà, ma è anche l’anteporre a tutto i propri interessi e le proprie preoccupazioni. Mai dobbiamo essere incapaci di «avere misericordia» verso chi soffre; mai il nostro cuore deve essere talmente assorbito dalle nostre cose e dai nostri problemi da risultare sordo al grido del povero. Invece proprio l’umiltà di cuore e l'esperienza personale della sofferenza possono rivelarsi fonte di risveglio interiore alla compassione e all'empatia: «Il giusto riconosce il diritto dei miseri, il malvagio invece non intende ragione» (Pr 29,7). Si comprende così la beatitudine di «coloro che sono nel pianto» (Mt 5,4), cioè di quanti sono in grado di uscire da se stessi per commuoversi del dolore altrui. L'incontro con l'altro e l'aprire il cuore al suo bisogno sono occasione di salvezza e di beatitudine.

Il «prestare attenzione» al fratello comprende altresì la premura per il suo bene spirituale. E qui desidero richiamare un aspetto della vita cristiana che mi pare caduto in oblio: la correzione fraterna in vista della salvezza eterna. Oggi, in generale, si è assai sensibili al discorso della cura e della carità per il bene fisico e materiale degli altri, ma si tace quasi del tutto sulla responsabilità spirituale verso i fratelli. Non così nella Chiesa dei primi tempi e nelle comunità veramente mature nella fede, in cui ci si prende a cuore non solo la salute corporale del fratello, ma anche quella della sua anima per il suo destino ultimo. Nella Sacra Scrittura leggiamo: «Rimprovera il saggio ed egli ti sarà grato. Dà consigli al saggio e diventerà ancora più saggio; istruisci il giusto ed egli aumenterà il sapere» (Pr 9,8s). Cristo stesso comanda di riprendere il fratello che sta commettendo un peccato (cfr Mt 18,15). Il verbo usato per definire la correzione fraterna - elenchein - è il medesimo che indica la missione profetica di denuncia propria dei cristiani verso una generazione che indulge al male (cfr Ef 5,11). La tradizione della Chiesa ha annoverato tra le opere di misericordia spirituale quella di «ammonire i peccatori». E’ importante recuperare questa dimensione della carità cristiana. Non bisogna tacere di fronte al male. Penso qui all’atteggiamento di quei cristiani che, per rispetto umano o per semplice comodità, si adeguano alla mentalità comune, piuttosto che mettere in guardia i propri fratelli dai modi di pensare e di agire che contraddicono la verità e non seguono la via del bene. Il rimprovero cristiano, però, non è mai animato da spirito di condanna o recrimina-zione; è mosso sempre dall’amore e dalla misericordia e sgorga da vera sollecitudine per il bene del fratello. L’apostolo Paolo afferma: «Se uno viene sorpreso in qualche colpa, voi che avete lo Spirito correggetelo con spirito di dolcezza. E tu vigila su te stesso, per non essere tentato anche tu» (Gal 6,1). Nel nostro mondo impregnato di individualismo, è necessario riscoprire l’importanza della correzione fraterna, per camminare insieme verso la santità. Persino «il giusto cade sette volte» (Pr 24,16), dice la Scrittura, e noi tutti siamo deboli e manchevoli (cfr 1 Gv 1,8). E’ un grande servizio quindi aiutare e lasciarsi aiutare a leggere con verità se stessi, per migliorare la propria vita e camminare più rettamente nella via del Signore. C’è sempre bisogno di uno sguardo che ama e corregge, che conosce e riconosce, che discerne e perdona (cfr Lc 22,61), come ha fatto e fa Dio con ciascuno di noi.

2. “Gli uni agli altri”: il dono della reciprocità.

Tale «custodia» verso gli altri contrasta con una mentalità che, riducendo la vita alla sola dimensione terrena, non la considera in prospettiva escatologica e accetta qualsiasi scelta morale in nome della libertà individuale. Una società come quella attuale può diventare sorda sia alle sofferenze fisiche, sia alle esigenze spirituali e morali della vita. Non così deve essere nella comunità cristiana! L’apostolo Paolo invita a cercare ciò che porta «alla pace e alla edificazione vicendevole» (Rm 14,19), giovando al «prossimo nel bene, per edificarlo» (ibid. 15,2), senza cercare l'utile proprio «ma quello di molti, perché giungano alla salvezza» (1 Cor 10,33). Questa reciproca correzione ed esortazione, in spirito di umiltà e di carità, deve essere parte della vita della comunità cristiana.

I discepoli del Signore, uniti a Cristo mediante l’Eucaristia, vivono in una comunione che li lega gli uni agli altri come membra di un solo corpo. Ciò significa che l'altro mi appartiene, la sua vita, la sua salvezza riguardano la mia vita e la mia salvezza. Tocchiamo qui un elemento molto profondo della comunione:la nostra esistenza è correlata con quella degli altri, sia nel bene che nel male; sia il peccato, sia le opere di amore hanno anche una dimensione sociale. Nella Chiesa, corpo mistico di Cristo, si verifica tale reciprocità: la comunità non cessa di fare penitenza e di invocare perdono per i peccati dei suoi figli, ma si rallegra anche di continuo e con giubilo per le testimonianze di virtù e di carità che in essa si dispiegano. «Le varie membra abbiano cura le une delle altre»(1 Cor 12,25), afferma San Paolo, perché siamo uno stesso corpo. La carità verso i fratelli, di cui è un’espressione l'elemosina - tipica pratica quaresimale insieme con la preghiera e il digiuno - si radica in questa comune appartenenza. Anche nella preoccupazione concreta verso i più poveri ogni cristiano può esprimere la sua partecipazione all'unico corpo che è la Chiesa. Attenzione agli altri nella reciprocità è anche riconoscere il bene che il Signore compie in essi e ringraziare con loro per i prodigi di grazia che il Dio buono e onnipotente continua a operare nei suoi figli. Quando un cristiano scorge nell'altro l'azione dello Spirito Santo, non può che gioirne e dare gloria al Padre celeste (cfr Mt 5,16).

3. “Per stimolarci a vicenda nella carità e nelle opere buone”: camminare insieme nella santità.

Questa espressione della Lettera agli Ebrei (10,24) ci spinge a considerare la chiamata universale alla santità, il cammino costante nella vita spirituale, ad aspirare ai carismi più grandi e a una carità sempre più alta e più feconda (cfr 1 Cor 12,31-13,13). L'attenzione reciproca ha come scopo il mutuo spronarsi ad un amore effettivo sempre maggiore, «come la luce dell'alba, che aumenta lo splendore fino al meriggio» (Pr 4,18), in attesa di vivere il giorno senza tramonto in Dio. Il tempo che ci è dato nella nostra vita è prezioso per scoprire e compiere le opere di bene, nell’amore di Dio. Così la Chiesa stessa cresce e si sviluppa per giungere alla piena maturità di Cristo (cfr Ef 4,13). In tale prospettiva dinamica di crescita si situa la nostra esortazione a stimolarci reciprocamente per giungere alla pienezza dell'amore e delle buone opere.

Purtroppo è sempre presente la tentazione della tiepidezza, del soffocare lo Spirito, del rifiuto di «trafficare i talenti» che ci sono donati per il bene nostro e altrui (cfr Mt 25,25s). Tutti abbiamo ricevuto ricchezze spirituali o materiali utili per il compimento del piano divino, per il bene della Chiesa e per la salvezza personale (cfr Lc 12,21b; 1 Tm 6,18). I maestri spirituali ricordano che nella vita di fede chi non avanza retrocede. Cari fratelli e sorelle, accogliamo l'invito sempre attuale a tendere alla «misura alta della vita cristiana» (Giovanni Paolo II, Lett. ap. Novo millennio ineunte [6 gennaio 2001], n. 31). La sapienza della Chiesa nel riconoscere e proclamare la beatitudine e la santità di taluni cristiani esemplari, ha come scopo anche di suscitare il desiderio di imitarne le virtù. San Paolo esorta: «gareggiate nello stimarvi a vicenda» (Rm 12,10).

Di fronte ad un mondo che esige dai cristiani una testimonianza rinnovata di amore e di fedeltà al Signore, tutti sentano l’urgenza di adoperarsi per gareggiare nella carità, nel servizio e nelle opere buone (cfr Eb 6,10). Questo richiamo è particolarmente forte nel tempo santo di preparazione alla Pasqua. Con l’augurio di una santa e feconda Quaresima, vi affido all’intercessione della Beata Vergine Maria e di cuore imparto a tutti la Benedizione Apostolica.

Dal Vaticano, 3 novembre 2011


BENEDICTUS PP. XVI

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