lunedì 30 gennaio 2012

lettera del 30 gen 2012

Oggetto: Cari amici
Data: 30 gennaio 2012 15:05:10 GMT+01:00

Cari amici,

Andrea, la ragazza di 17 anni, è morta sabato alle 3 del mattino. Il suo destino buono si è compiuto. Ogni volta che la visitavo e le domandavo :  come stai? Lei mi rispondeva “Padre, sono benedetta dal Signore”. Già nella sua dolorosa malattia era cosciente di essere benedetta, cioè scelta, amata, voluta dal Mistero. Ogni volta che riceveva nella sua camera il S. Sacramento Lo accoglieva con le mani giunte come mostra la foto. In quel gesto c’è tutta Andrea. Lei che soffriva non solo per la malattia e per l’odore che il suo corpo in alcune parti già marcio emanava fino a chiedere di essere isolata perché neanche lei lo sopportava. Lei che alcuni giorni prima di morire dice alla mamma, una donna sola e poverissima: “mamma custodisci con tanto amore il mio fratellino e la mia  sorellina. Mamma, perdonami perché la mia malattia ti ha fatto perdere il lavoro con cui garantivi il mangiare e il vestire ai miei fratelli. Per stare al mio fianco adesso non hai più lavoro”. Immaginate lo strazio della mamma nell’ascoltare queste parole della figlia! Per me è stato il momento più duro di questo nuovo anno quando giovedì 19 gennaio ho dovuto partire per il Brasile lasciandola già quasi moribonda. Non riuscivo a uscire dalla sua stanza dopo aver celebrato la Messa. Lei mi guardava con i suoi occhi neri in modo intenso come per dirmi ci vedremo in Paradiso. Mi sono avvicinato baciandola soavemente e dicendole: “Andrea, Gesù ti vuole ben. La Madonna è qui con te. Offriamo tutto”. Con gli occhi fissi e un cenno del volto mi dice “Si”. Esco dalla stanza guardandola lei non toglie lo sguardo dalla mia povera persona. Che dolore! Arriva il momento che debbo chiudere la porta, la saluto con la mano destra, le mando un bacio. Lei mi risponde nello stesso modo, fissandomi intensamente, chiudo la porta. So che stando in Brasile mi arriva la notizia della sua morte. Me ne vado con questo dolore pieno di pace nel cuore perché lei è già nell’abbraccio di Dio. Prego per la mamma che mi saluta dicendomi: “Padre, grazie; Andrea mi ha detto di darti la foto del giorno in cui ha compiuto i 15 anni” che nella nostra cultura è il giorno più importante nella vita di una ragazza. Amici ancora una volta senza togliere niente al dolore in Andrea nella sua morte e nel suo grande dolore è stato evidente la vittoria di Cristo.

P. Aldo

giovedì 26 gennaio 2012

Messaggio, 25. gennaio 2012



"Cari figli! Anche oggi vi invito con gioia ad aprire i vostri cuori e ad ascoltare la mia chiamata. Io desidero avvicinarvi di nuovo al mio cuore Immacolato dove troverete  rifugio e  pace. Apritevi alla preghiera affinché  essa  diventi gioia per voi. Attraverso la preghiera l’Altissimo vi darà l’abbondanza di grazia e voi diventerete le mie mani tese in questo mondo inquieto che anela alla pace. Figlioli, testimoniate la fede con le vostre vite e pregate affinché di giorno in giorno la fede cresca nei vostri cuori. Io sono con voi. Grazie per aver risposto alla mia chiamata.”

mercoledì 25 gennaio 2012

Ragazza cristiana rapita e convertita all’islam torna a casa dopo 10 anni

ASIA/PAKISTAN - Ragazza cristiana rapita e convertita all’islam torna a casa dopo 10 anni

Lahore (Agenzia Fides) – Nadia Bibi, ragazza cristiana che era stata rapita e costretta a sposare un uomo musulmano, è tornata dalla sua famiglia, di fede cattolica, dopo 10 anni. Nadia aveva solo 15 anni quando, nel 2001, è stata rapita a Mariamabad (in Punjab), città a maggioranza cattolica: il suo non è un caso isolato, dato che come confermano fonti cattoliche di Fides in Punjab, vi sono almeno 700 casi l’anno di ragazze cristiane rapite e costrette al matrimonio islamico. Se si aggiungono anche i casi di ragazze indù, il numero sale a 1.800 casi annui, afferma un recente Rapporto dell’Ong “Asian Human Rights Commission”.
I genitori di Nadia si erano rivolti alla polizia ma, come spesso accade, erano stati intimiditi e minacciati dai rapitori, mentre la polizia si era rifiutata di registrare una denuncia. In seguito, quando hanno saputo che Nadia era stata costretta a sposare il musulmano Maqsood Ahmed, i suoi genitori sono andati di nuovo alla polizia e questa volta sono riusciti a registrare un FIR (First Information Report). La polizia però si è rifiutata di arrestarlo e la vicenda è finita dinanzi all’Alta Corte di Lahore. Qui Nadia, sotto minacce, ha rilasciato una dichiarazione in favore del marito, esprimendo la sua libera volontà di sposarlo, per paura di tragiche conseguenze per lei e per la sua famiglia. Così il caso fu chiuso.
Intanto la vita per Nadia era insopportabile: Maqsood la picchiava e la maltrattava chiedendole perfino di far convertire all’islam anche i suoi genitori. Dopo 10 anni, nel dicembre 2011, Nadia ha trovato la forza per fuggire, facendo ritorno a casa dei suoi genitori. Tuttavia Maqsood si è ripresentato con un gruppo di uomini armati, minacciando di compiere una strage e di rapire la sorella minore di Nadia. La famiglia allora è fuggita e si è rivolta all’Ong CLAAS (Center for Legal Aid Assistence and Settlement) che tutela i cristiani pakistani. CLAAS ha provveduto a ospitare Nadia e sua sorella in un luogo nascosto, avviando un nuova causa penale contro Maqsood.
Come riferito da CLAAS a Fides, Nadia ha dichiarato: “Maqsood ha reso la mia vita miserabile. Temevo di essere uccisa perché Maqsood sapeva che non ero felice con lui. Mi sentivo totalmente impotente ed ero molto confusa. Maqsood è disumano, ha rovinato tutta la mia vita. Ora ho riacquistato la speranza e anche la fede”.
La storia di Nadia è esemplare e ricalca un clichet che si ripete in molti altri casi, come quello di Farah Hatim rapita e convertita all’islam nel 2011. Anche il suo caso si è concluso con un dichiarazione (forzata), resa in tribunale, in favore del suo aguzzino (vedi Fides 20/7/2011) ma alcune Ong internazionali hanno denunciato la vicenda alle Nazioni Unite (vedi Fides 22/8/2011). (PA) (Agenzia Fides 24/1/2012)

intervista a Milene di Gioia

Mia giovinezza
Era tra i primi allievi del Berchet. Poi, per quarant’anni, non si sono visti. Fino a quando, un giorno... A quattro anni dalla morte di don Giussani, Milene Di Gioia racconta l’amicizia straordinaria che ha segnato la sua storia.

Oggi, a distanza di quattro anni dalla scomparsa di don Giussani (l’anniversario cade il 22 febbraio), ha accettato di raccontare qualcosa di una storia iniziata tra i banchi di scuola (Milene ha iniziato il ginnasio al Berchet nell’anno scolastico 1953-54, nella sezione C, e ha avuto don Giussani come insegnante al liceo) e poi interrottasi per lunghi anni, e lo fa non senza pudore: «Mi accorgo che sono riluttante a testimoniare di un rapporto, antico e complesso, con la figura di Giussani e con i suoi scritti. Il tentativo implica, infatti, un bilancio, il riconoscimento di quelli che sono stati e sono i vettori della mia vita». 

Ma prima di riportare il dialogo con Milene, leggiamo come don Giussani, all’inizio degli anni Novanta, raccontò il loro primo incontro, complice un giradischi e Beethoven: «Quando insegnavo in prima liceo, per dimostrare l’esistenza di Dio, andavo da casa mia al Berchet con in braccio un giradischi (…) e poi facevo sentire Chopin, Beethoven... Uno dei primi che ho fatto sentire è stato questo concerto di Beethoven». Era il Concerto per violino e orchestra in Re maggiore, op. 61, nell’interpretazione di David Oistrakh (esecuzione che quarant’anni dopo sarebbe finita nella collana musicale Spirto Gentil). «Quando ho fatto sentire questo concerto di Beethoven, dove c’è il refrain che ho chiamato della comunità, quando tutta l’orchestra entra e ha sempre la stessa melodia, poi per tre volte il violino, che rappresenta la singolarità, prende la fuga e va per il suo destino, fin quando, stanco, è ripreso dal tema melodico dell’orchestra intera (che finisce anche il brano)... quando c’è stato il pezzo che abbiamo sentito, nell’aula di quella prima E [in realtà di trattava della sezione C; ndr] dove c’era assoluto silenzio, una ragazza che era al primo banco, qui a destra, che si chiamava Milene Di Gioia - me la ricordo ancora -, improvvisamente è scoppiata in un pianto dirotto, che non riusciva più a frenare. Ho lasciato andare avanti un po’ e poi ho detto: “Si capisce bene la differenza che c’è tra anima e anima, tra sensibilità e sensibilità, tra còre e còre”; quegli altri non avrebbero pianto certamente. Perciò da allora questo pezzo è diventato più significativo per me. Lo struggimento che il tema fondamentale genera - struggimento tale che una sensibilità come quella della Milene l’ha fatta scoppiare in pianto -, questo struggimento è l’emblema dell’attesa di Dio che ha l’uomo» (L. Giussani, Si può vivere così?, Rizzoli, pp. 300-301).


«Io non mi ricordo più niente di lei», disse un giorno don Giussani, «neanche quasi la fisionomia sua mentre andavamo per le strade. Si è fermata al singhiozzo anche la sua fisionomia, la memoria della sua fisionomia: vivida, ma fermata lì. Per quarantadue anni, a ogni vacanza, io chiedevo ai ragazzi di cercarla sugli elenchi telefonici di tutte le regioni d’Italia: non l’ho mai trovata per quarantadue anni» (L. Giussani, L’autocoscienza del cosmo, Bur, p. 92). 
Fino a quel giorno di fine marzo 1996 che, con Camus, possiamo chiamare il “bel giorno”: la sua ex-allieva era stata rintracciata e invitata. «Sono andati a prenderla alle sette e mezza e, quando è entrata in casa nel folto gruppo che c’era lì sulla porta, non ho fatto fatica: era tale e quale! (…) Ieri sera raccontavo questa cosa ai ragazzi di via M. e dicevo:

“Ragazzi, quarantadue anni io ho aspettato di rivedere una ragazzina che aveva sedici anni. Quarantadue anni ricercata! E poi ditemi, per favore, se la verginità è una cosa che dimentica la donna. Potete immaginare un fatto del genere? No, immaginarlo non potete”. E infatti, ciò che ha reso possibile l’aspettare quarantadue anni è una cosa semplice, totalmente positiva, come un dono di Dio, insomma! E poi, assolutamente gratuito, totalmente gratuito, cioè senza nessun tipo di convenienza (Ada Negri, Mia giovinezza). Quarantadue anni! Ditemi per favore se non è una fiaba, questa!» (L’autocoscienza…, pp. 93-94).

Di quella sera di marzo Milene conserva un’immagine molto viva: «Non sapevo bene dove andavo, e poi quel percorso verso Gudo lungo stradine contorte e nebbiose; fu un’autentica avventura. Appena arrivata, tutti mi fecero una grande festa. Mi sono sentita un figliol prodigo che tornava a casa dopo tanti anni». Il filo di una storia, che aveva seguito un percorso carsico per tanto tempo, tornava finalmente alla superficie. Milene ricorda che «durante un dialogo successivo al nostro primo ritrovarci, dissi a don Giussani: “Voglio fare qualcosa”». Di lì a poco nacque il progetto dei libri di cui ho riferito.


Milene, nella memoria di tanti ciellini il tuo nome è legato all’episodio di Beethoven che abbiamo ricordato. Come conoscesti don Giussani e che impressione suscitò in te?
Mi è difficile circoscrivere in un episodio l’incontro con lui: la prima impressione fu che ci conoscessimo da sempre e che quindi mi parlasse di Qualcosa che ci accomunava. In tempi più recenti ho scoperto un’espressione da lui ripetuta, per me misteriosa e dapprima un po’ sospetta: la corrispondenza alle attese del cuore. Credo si trattasse di questa.


Che cosa ti colpì maggiormente?
Sul piano personale mi colpirono due caratteristiche: da una parte, la sua energia rivolta all’azione e al mondo, dall’altra, l’amabilità generosa, la tenerezza senza sentimentalismi o sbavature che muoveva il suo agire.


Durante un programma che la Rai dedicò agli ottant’anni di don Giussani, un suo ex allievo, oggi noto giornalista e scrittore, sostenne che don Giussani voleva in qualche modo impadronirsi della libertà degli alunni sfruttando la sua forte personalità…
Per quanto mi riguarda posso dire che una cosa implicita nel suo modo di guardare noi ragazzi era questa: l’avventura è tua, sei libero! Con don Giussani assaporammo il senso della sfida che supera la diffidenza verso il reale e non pretende. So ora che la sua era la forma più autentica dell’amore: apertura al mistero e al destino ultimamente buono dell’altro uomo.


Che cosa altro ricordi di don Giussani al Berchet?
Già allora, a buona ragione, mi affascinò la profondità e l’ampiezza, l’aspetto sapienziale del suo sapere, che rendeva il linguaggio culturale ogni volta vivo e generativo nell’impatto diretto dell’ascolto. Ad esempio, la musica è rimasta per me piuttosto un fatto di comunione corale che di fruizione individuale.


Abbiamo letto che per quarant’anni vi siete persi di vista. Che cosa seguì a quella prima breve esperienza in Gioventù Studentesca?
Trascorsi vari anni di lontananza negli impegni familiari e professionali. Finché un giorno, mentre leggevo su un quotidiano qualche notizia relativa all’opera di don Giussani, ebbi una percezione lucida e netta: non è finita, noi ci ritroveremo! E fui subito quieta e lieta di questa assoluta certezza - anche dopo avere ascoltato una sua conferenza al teatro San Babila di Milano, nell’inverno del ’92 (don Giussani aveva tenuto un’affollatissima conferenza su “Fede e moralità”, organizzata dal Centro culturale San Carlo, ora CMC; ndr), senza tuttavia riuscire a raggiungerlo.


Poi a metà degli anni Novanta vi siete ritrovati. Prova a sintetizzare con una frase la storia di quel rapporto. Che cosa conservi di don Giussani?
La consapevolezza di un legame, fondato nell’adolescenza, che si sarebbe compiuto nella maturità degli anni e delle prove, ridonandomi il volto di Gesù, un’amicizia e le fede nel “Dio fedele”. In ogni circostanza non avevo dimenticato di confidare in Lui, per arrivare a capire che è Lui a disporre di ogni circostanza.

martedì 17 gennaio 2012

lettera del 16 gen 2012

Da: Antonio Aldo Trento
Oggetto: Cari amici
Data: 16 gennaio 2012 20:42:00 GMT+01:00

Cari amici,
Sabato sera le nostre bambine mamme hanno festeggiato il compleanno di Irma, la suora che mi accompagna in quest’avventura di paternità e anche il mio (65 anni) in Pizzeria. È stato commovente vedere la tenerezza di cui siamo stati oggetto sia da parte delle giovanissime mamme come dei loro bebè.
Anche Luciana, la bambina di 12 anni già preparata per il parto che sarà la prossima settimana è felice. Marianna la piccola figlia di Bélem vuole mangiare le mele verdi. Mele che mangio io, diabetico, perché agre, amare. È proprio vero anche il gusto uno lo apprende solo dentro un’appartenenza. Non è una questione di “mi piace o non mi piace” ma di chi appartieni e per questo i miei bambini mangiano di tutto.
Un´altra cosa bella è vedere come P. Paolino le sta insegnando a cucinare, a pulire la cucina, usando la paglietta e la polvere speciale perché possa brillare. Come vedete la verginità è la sola e unica possibilità per essere padri, madre, educatori.
E la verginità è la vita totalmente consegnata a Cristo, dove ciò che ci definisce è solo lo sguardo a Lui. Senza questa posizione saremo come o peggio degli animali, come chi ha abbandonato o violentato queste piccole mamme.
La verginità, comunque riscatta tutto educando, cioè vivendo con loro intensamente tutto e mostrando come la vita vissuta con Cristo, per Cristo e in Cristo è pienamente umana.
                       
                                                                                                          P. Aldo

La vita consacrata: immagine della sequela di Cristo


Il messaggio della Commissione Episcopale per la 16° Giornata Mondiale della Vita consacrata

ROMA, domenica, 15 gennaio 2012 (ZENIT.org) - “Un sentito ringraziamento per la testimonianza evangelica e il servizio alla Chiesa e al mondo offerto da voi, che vi siete consacrati totalmente nella sequela di Gesù Cristo”.
Si apre così il messaggio della Commissione Episcopale Italiana pubblicato, il 6 gennaio, giorno della Solennità dell’Epifania del Signore, in occasione della 16° Giornata Mondiale della vita consacrata, che si celebrerà il 2 febbraio 2012.
“La vostra presenza carismatica e la vostra dedizione, in tempi non facili, sono una grazia del Signore, un segno profetico ed escatologico mai abbastanza apprezzato” scrive ancora la CEI, sollecitando il clero e la vita consacrata ad “accogliere cordialmente gli orientamenti pastorali che la Chiesa in Italia si è data per questo decennio”
Tema della giornata è “Educare alla vita buona del Vangelo”, un invito che implica “l’educarsi alla vita santa di Gesù”, quale dono e impegno primario di ogni persona che voglia farsi Sua discepola.
Nel messaggio vengono citate le parole di Giovanni Paolo II, quando, nel documento Vita consacrata, scrisse che essa "costituisce memoria vivente del modo di esistere e di agire di Gesù come Verbo incarnato di fronte al Padre e di fronte ai fratelli”.
“Il proprium della vita consacrata – scrive ancora la Commissione Episcopale - è riproporre la forma di vita che Gesù ha abbracciato e offerto ai discepoli che lo seguivano: l’evangelica vivendi forma”, una testimonianza fondamentale per tutte le altre forme di vita cristiana che tratteggia un percorso ideale “educativo, antropologico ed evangelico”.
A partire da questa prospettiva, i presuli italiani richiamano quattro note, a dimostrazione della “coerenza della vita con la vostra specifica vocazione” e al tempo stesso della “fecondità di un assiduo cammino formativo”.
La prima nota indica “il primato di Dio”. Partendo dal presupposto che la sfida principale del tempo presente è la secolarizzazione "che porta all’emarginazione e all'insignificanza di Dio e lascia l’uomo solo con la sua rabbia e la sua disperazione", come spesso sottolineato da Benedetto XVI, la CEI pone in luce l’urgenza di una nuova evangelizzazione “che metta al centro dell’esistenza umana il primo comandamento di Dio, la confessio Trinitatis e la Parola di salvezza”.
“Nella misura in cui testimoniate la bellezza dell’amore di Dio – si legge ancora nel messaggio - nella vostra esistenza trasfigurata dalla bellezza della sua santità, voi spandete quel ‘buon profumo divino’ che può richiamare l’umanità alla sua vocazione fondamentale: la comunione con Dio, che ogni uomo desidera”.
Il secondo punto è la fraternità universale, “sogno di Dio, Padre di tutti”, che ha come obiettivo la missione di Cristo e dei discepoli di “raccogliere in unità i figli di Dio dispersi”, resa quanto mai attuale dalla dilagante conflittualità “che deteriora le relazioni umane”.
Citando, ancora, le parole di Papa Wojtyla: “per presentare all’umanità di oggi il suo vero volto, la Chiesa ha urgente bisogno di comunità fraterne, le quali con la loro stessa esistenza costituiscono un contributo alla nuova evangelizzazione”, i presuli esclamano: “Che bella testimonianza ecclesiale possono offrire alle parrocchie, alle famiglie e ai giovani autentiche fraternità, capaci di accoglienza, di rispetto e di accompagnamento!”.
Un invito, perciò, alle comunità religiose ad essere scuole di fraternità “che impegnano i propri membri alla formazione permanente alle virtù evangeliche: umiltà, accoglienza dei piccoli e dei poveri, correzione fraterna, preghiera comune, perdono reciproco, condividendo la fede, l’affetto fraterno e i beni materiali”, segni di un amore che “sa aprirsi alla Chiesa particolare, a quella universale e al mondo”.
Segue, quindi, l’esortazione, nella terza nota, allo zelo divino, sul modello di Gesù e degli apostoli che “in un mondo apatico, dominato dagli istinti e dalle passioni” hanno testimoniato la forza straordinaria che proviene dallo Spirito Santo “fuoco divorante, roveto ardente che brucia senza mai consumarsi”.
Lo stesso Benedetto XVI, infatti, rivolgendosi, nel discorso del 22 maggio 2006, ai superiori generali degli istituti di vita consacrata e delle società di vita apostolica, ebbe a dire: “Appartenere al Signore vuol dire essere bruciati dal suo amore incandescente, essere trasformati dallo splendore della sua bellezza, mantenere sempre ardente nel cuore una viva fiamma d'amore” .
Ed è proprio della perdita di questo zelo che, secondo i vescovi, dovremmo preoccuparci: “non tanto della contrazione numerica delle vocazioni”, ma della mancanza “del fuoco d’amore che animava Gesù e i santi”, pretesto per una vita mediocre.
“Per la nuova evangelizzazione a cui la Chiesa oggi è chiamata – si legge nel documento - occorrono appassionati di Gesù e dell’uomo, sentinelle che sanno intercettare gli orizzonti della storia, di cui ancora una volta Dio ha deciso di servirsi per realizzare il suo disegno d’amore”. Nuovi santi, quindi, da cercare, primariamente, nella vita consacrata “da sempre laboratorio di nuovo umanesimo, cenacolo di cultura che ha fecondato la letteratura, l’arte, la musica, l’economia e le scienze”.
Ultima riflessione su cui i vescovi si soffermano è lo stile di vita all’insegna “dell’essenzialità, della gratuità, dell’ospitalità”, come suggerito dalla povertà evangelica, e incentrato sulla castità consacrata che “aiuta a riqualificare la sessualità e a dare ordine e significato vero agli affetti, orientandoli a un amore fedele e fecondo”.
Un ultimo incitamento, prima di concludere il messaggio e affidare i consacrati alla benedizione della Vergine Maria, perfetta discepola e dolce maestra, è quello vivere lo zelo divino così come Gesù l’ha vissuto “con la costanza e la fiducia che hanno vinto le resistenze più dure e superato i pregiudizi più perversi e con l’amore misericordioso che lo ha spinto a dare se stesso in offerta per tutti. Se lo Spirito di Gesù abita nei nostri cuori, anche noi potremo fare quel che ha fatto lui”.

la crisi, occasione di crescita etica

Con riferimento alle festività natalizie appena trascorse, Benedetto XVI ha sottolineato la necessità che la luce divina illumini un mondo “oscuro”, dove “l’uomo non riconosce più il proprio legame con il Creatore” e annaspa in mezzo a crisi “economiche, politiche e sociali” di varia natura ed estensione che hanno colpito non solo i paesi più ricchi, penalizzando in modo particolare i giovani, ma anche i paesi in via di sviluppo.
Eppure la crisi, ha osservato, “può e deve essere uno sprone a riflettere sull’esistenza umana e sull’importanza della sua dimensione etica, prima ancora che sui meccanismi che governano la vita economica: non soltanto per cercare di arginare le perdite individuali o delle economie nazionali, ma per darci nuove regole che assicurino a tutti la possibilità di vivere dignitosamente e di sviluppare le proprie capacità a beneficio dell’intera comunità”.

martedì 10 gennaio 2012

Come tutti i Santi, i re Magi sono diventati le stelle che ci guidano a Dio


Durante la Messa per la solennità dell'Epifania il Papa ordina due nuovi vescovi

CITTA’ DEL VATICANO, venerdì, 6 gennaio 2011 (ZENIT.org) –

Con l’Epifania, le luci natalizie raggiungono il loro massimo splendore. Cristo si è definitivamente svelato e, dopo aver conquistato il cuore degli umili - i pastori - ha chiamato a sé tre uomini d’Oriente, ricchi, potenti e sapientissimi, ma riconosciutisi umili e servi di fronte ad un Messia in fasce, nato nell’assoluta povertà.
Nel corso della Santa Messa di stamattina, celebratasi nella Basilica di San Pietro, papa Benedetto XVI, a seguito dell’annunzio della Pasqua, che quest’anno sarà celebrata l’8 aprile, ha conferito l’ordinazione episcopale a due presibiteri: Mons. Charles John Brown, eletto Arcivescovo titolare di Aquileia e nominato Nunzio Apostolico in Irlanda e Mons. Marek Solczyński, eletto Arcivescovo titolare di Cesarea di Mauritania e nominato Nunzio Apostolico in Georgia e Armenia.
L’omelia del Santo Padre si è aperta con la spiegazione della solennità dell’Epifania come “festa della luce”, in quanto Gesù Cristo, appena venuto al mondo è Lui stesso “la vera Luce, Colui che rende gli uomini luce”.
I Magi d’Oriente sono i primi uomini della storia a intraprendere il cammino verso Cristo. “Gli esperti ci dicono - ha spiegato il Papa - che essi appartenevano alla grande tradizione astronomica che, attraverso i secoli, si era sviluppata nella Mesopotamia e ancora vi fioriva”.
Costoro erano “uomini di scienza ma non soltanto nel senso che volevano sapere molte cose: volevano di più. Volevano capire che cosa conta nell’essere uomini”, ha aggiunto il Pontefice.
Persone “dal cuore inquieto”, i Re Magi non si accontentano “di ciò che appare ed è consueto” ma, essendo “uomini vigilanti, capaci di percepire i segni di Dio, il suo linguaggio sommesso ed insistente”, si mettono alla ricerca del Messia, affrontando un lungo e faticoso viaggio e sopportando anche “qualche derisione”. Lo fanno perché, per loro, ciò che conta è “la verità stessa, non l’opinione degli uomini”.
Le virtù dei Re Magi dovrebbero essere anche quelle di ogni vescovo, ha osservato il Santo Padre, con riferimento alle ordinazioni episcopali di oggi. Anche il vescovo deve conservare un “cuore inquieto” che non si accontenti delle “cose abituali di questo mondo” e che lo spinga ad avvicinarsi a Dio, a “cercare il suo Volto”.
Ricolmo del coraggio dell’umiltà, un vescovo virtuoso ha, come i Re Magi, un “cuore vigilante” e “sa discernere il vero dall’apparente”. Egli deve avere “l’umiltà di chinarsi davanti a quel Dio che si è reso così concreto e così semplice da contraddire il nostro stolto orgoglio, che non vuole vedere Dio così vicino e così piccolo”.
Il “cuore inquieto”, come già spiegato da Sant’Agostino, è un cuore che “non si accontenta di niente che sia meno di Dio e, proprio così, diventa un cuore che ama”, ha detto il Papa.
Sebbene oggi “con ‘narcotici’ molto efficaci” si cerchi di liberare l’uomo da questa inquietudine verso Dio, è vero anche che Dio, a sua volta, è altrettanto inquieto nei nostri confronti. “Anche Lui non è tranquillo, finché non ci abbia trovato – ha osservato Benedetto XVI -. Il cuore di Dio è inquieto, e per questo si è incamminato verso di noi, verso Betlemme, verso il Calvario, da Gerusalemme alla Galilea e fino ai confini del mondo”.
Quindi, rivolto ai due vescovi ordinandi, il Santo Padre ha esortato ad “accogliere l’inquietudine di Dio verso l’uomo e portare Dio stesso agli uomini”, così come facevano gli Apostoli. Ha poi detto loro: “lasciatevi colpire dall’inquietudine di Dio, affinché il desiderio di Dio verso l’uomo possa essere soddisfatto”.
In conclusione dell’omelia, Benedetto XVI si è soffermato sul significato della stella che guidò i Re Magi. “Si pensa ad una congiunzione di pianeti ha spiegato - ad una Super nova, cioè ad una di quelle stelle inizialmente molto deboli in cui un’esplosione interna sprigiona per un certo tempo un immenso splendore, ad una cometa, e così via”.
Quella Super nova che ci guida “è Cristo stesso”, ha detto il Papa, manifestazione della “esplosione dell’amore di Dio”. E alla fine i Re Magi stessi, così come generalmente i Santi “sono diventati a poco a poco loro stessi costellazioni di Dio, che ci indicano la strada”.
Rivolto nuovamente ai vescovi ordinandi, Benedetto XVI, li ha esortati ad “essere voi stessi stelle di Dio per gli uomini, a guidarli sulla strada verso la vera Luce, verso Cristo”.

lunedì 2 gennaio 2012

Messaggio del 2 gennaio 2012

"Cari figli, mentre guardo i vostri cuori con la preoccupazione materna, vedo in essi il dolore e la sofferenza, vedo il passato ferito e una continua Ricerca. Vedo i miei figli che desiderano essere felici, ma non sanno come. Apritevi al Padre e' la strada verso la felicita, la strada sula quale vi voglio condurre. Dio Padre non abbandona mai i suoi figli specialmente quando sono nel dolore e nella disperazione. Quando comprenderete e accetterete tutto ciò, sarete felici, finiranno le vostre ricerce. Amerete e non avrete piu paura. La vostra vita sara la speranza e la verita che e' mio Figlio. Vi ringrazio! Vi prego pregate per coloro che sono stati scelti da mio Figlio. Non giudicate perche a suo tempo tutti sarete giudicati."