mercoledì 25 gennaio 2012

intervista a Milene di Gioia

Mia giovinezza
Era tra i primi allievi del Berchet. Poi, per quarant’anni, non si sono visti. Fino a quando, un giorno... A quattro anni dalla morte di don Giussani, Milene Di Gioia racconta l’amicizia straordinaria che ha segnato la sua storia.

Oggi, a distanza di quattro anni dalla scomparsa di don Giussani (l’anniversario cade il 22 febbraio), ha accettato di raccontare qualcosa di una storia iniziata tra i banchi di scuola (Milene ha iniziato il ginnasio al Berchet nell’anno scolastico 1953-54, nella sezione C, e ha avuto don Giussani come insegnante al liceo) e poi interrottasi per lunghi anni, e lo fa non senza pudore: «Mi accorgo che sono riluttante a testimoniare di un rapporto, antico e complesso, con la figura di Giussani e con i suoi scritti. Il tentativo implica, infatti, un bilancio, il riconoscimento di quelli che sono stati e sono i vettori della mia vita». 

Ma prima di riportare il dialogo con Milene, leggiamo come don Giussani, all’inizio degli anni Novanta, raccontò il loro primo incontro, complice un giradischi e Beethoven: «Quando insegnavo in prima liceo, per dimostrare l’esistenza di Dio, andavo da casa mia al Berchet con in braccio un giradischi (…) e poi facevo sentire Chopin, Beethoven... Uno dei primi che ho fatto sentire è stato questo concerto di Beethoven». Era il Concerto per violino e orchestra in Re maggiore, op. 61, nell’interpretazione di David Oistrakh (esecuzione che quarant’anni dopo sarebbe finita nella collana musicale Spirto Gentil). «Quando ho fatto sentire questo concerto di Beethoven, dove c’è il refrain che ho chiamato della comunità, quando tutta l’orchestra entra e ha sempre la stessa melodia, poi per tre volte il violino, che rappresenta la singolarità, prende la fuga e va per il suo destino, fin quando, stanco, è ripreso dal tema melodico dell’orchestra intera (che finisce anche il brano)... quando c’è stato il pezzo che abbiamo sentito, nell’aula di quella prima E [in realtà di trattava della sezione C; ndr] dove c’era assoluto silenzio, una ragazza che era al primo banco, qui a destra, che si chiamava Milene Di Gioia - me la ricordo ancora -, improvvisamente è scoppiata in un pianto dirotto, che non riusciva più a frenare. Ho lasciato andare avanti un po’ e poi ho detto: “Si capisce bene la differenza che c’è tra anima e anima, tra sensibilità e sensibilità, tra còre e còre”; quegli altri non avrebbero pianto certamente. Perciò da allora questo pezzo è diventato più significativo per me. Lo struggimento che il tema fondamentale genera - struggimento tale che una sensibilità come quella della Milene l’ha fatta scoppiare in pianto -, questo struggimento è l’emblema dell’attesa di Dio che ha l’uomo» (L. Giussani, Si può vivere così?, Rizzoli, pp. 300-301).


«Io non mi ricordo più niente di lei», disse un giorno don Giussani, «neanche quasi la fisionomia sua mentre andavamo per le strade. Si è fermata al singhiozzo anche la sua fisionomia, la memoria della sua fisionomia: vivida, ma fermata lì. Per quarantadue anni, a ogni vacanza, io chiedevo ai ragazzi di cercarla sugli elenchi telefonici di tutte le regioni d’Italia: non l’ho mai trovata per quarantadue anni» (L. Giussani, L’autocoscienza del cosmo, Bur, p. 92). 
Fino a quel giorno di fine marzo 1996 che, con Camus, possiamo chiamare il “bel giorno”: la sua ex-allieva era stata rintracciata e invitata. «Sono andati a prenderla alle sette e mezza e, quando è entrata in casa nel folto gruppo che c’era lì sulla porta, non ho fatto fatica: era tale e quale! (…) Ieri sera raccontavo questa cosa ai ragazzi di via M. e dicevo:

“Ragazzi, quarantadue anni io ho aspettato di rivedere una ragazzina che aveva sedici anni. Quarantadue anni ricercata! E poi ditemi, per favore, se la verginità è una cosa che dimentica la donna. Potete immaginare un fatto del genere? No, immaginarlo non potete”. E infatti, ciò che ha reso possibile l’aspettare quarantadue anni è una cosa semplice, totalmente positiva, come un dono di Dio, insomma! E poi, assolutamente gratuito, totalmente gratuito, cioè senza nessun tipo di convenienza (Ada Negri, Mia giovinezza). Quarantadue anni! Ditemi per favore se non è una fiaba, questa!» (L’autocoscienza…, pp. 93-94).

Di quella sera di marzo Milene conserva un’immagine molto viva: «Non sapevo bene dove andavo, e poi quel percorso verso Gudo lungo stradine contorte e nebbiose; fu un’autentica avventura. Appena arrivata, tutti mi fecero una grande festa. Mi sono sentita un figliol prodigo che tornava a casa dopo tanti anni». Il filo di una storia, che aveva seguito un percorso carsico per tanto tempo, tornava finalmente alla superficie. Milene ricorda che «durante un dialogo successivo al nostro primo ritrovarci, dissi a don Giussani: “Voglio fare qualcosa”». Di lì a poco nacque il progetto dei libri di cui ho riferito.


Milene, nella memoria di tanti ciellini il tuo nome è legato all’episodio di Beethoven che abbiamo ricordato. Come conoscesti don Giussani e che impressione suscitò in te?
Mi è difficile circoscrivere in un episodio l’incontro con lui: la prima impressione fu che ci conoscessimo da sempre e che quindi mi parlasse di Qualcosa che ci accomunava. In tempi più recenti ho scoperto un’espressione da lui ripetuta, per me misteriosa e dapprima un po’ sospetta: la corrispondenza alle attese del cuore. Credo si trattasse di questa.


Che cosa ti colpì maggiormente?
Sul piano personale mi colpirono due caratteristiche: da una parte, la sua energia rivolta all’azione e al mondo, dall’altra, l’amabilità generosa, la tenerezza senza sentimentalismi o sbavature che muoveva il suo agire.


Durante un programma che la Rai dedicò agli ottant’anni di don Giussani, un suo ex allievo, oggi noto giornalista e scrittore, sostenne che don Giussani voleva in qualche modo impadronirsi della libertà degli alunni sfruttando la sua forte personalità…
Per quanto mi riguarda posso dire che una cosa implicita nel suo modo di guardare noi ragazzi era questa: l’avventura è tua, sei libero! Con don Giussani assaporammo il senso della sfida che supera la diffidenza verso il reale e non pretende. So ora che la sua era la forma più autentica dell’amore: apertura al mistero e al destino ultimamente buono dell’altro uomo.


Che cosa altro ricordi di don Giussani al Berchet?
Già allora, a buona ragione, mi affascinò la profondità e l’ampiezza, l’aspetto sapienziale del suo sapere, che rendeva il linguaggio culturale ogni volta vivo e generativo nell’impatto diretto dell’ascolto. Ad esempio, la musica è rimasta per me piuttosto un fatto di comunione corale che di fruizione individuale.


Abbiamo letto che per quarant’anni vi siete persi di vista. Che cosa seguì a quella prima breve esperienza in Gioventù Studentesca?
Trascorsi vari anni di lontananza negli impegni familiari e professionali. Finché un giorno, mentre leggevo su un quotidiano qualche notizia relativa all’opera di don Giussani, ebbi una percezione lucida e netta: non è finita, noi ci ritroveremo! E fui subito quieta e lieta di questa assoluta certezza - anche dopo avere ascoltato una sua conferenza al teatro San Babila di Milano, nell’inverno del ’92 (don Giussani aveva tenuto un’affollatissima conferenza su “Fede e moralità”, organizzata dal Centro culturale San Carlo, ora CMC; ndr), senza tuttavia riuscire a raggiungerlo.


Poi a metà degli anni Novanta vi siete ritrovati. Prova a sintetizzare con una frase la storia di quel rapporto. Che cosa conservi di don Giussani?
La consapevolezza di un legame, fondato nell’adolescenza, che si sarebbe compiuto nella maturità degli anni e delle prove, ridonandomi il volto di Gesù, un’amicizia e le fede nel “Dio fedele”. In ogni circostanza non avevo dimenticato di confidare in Lui, per arrivare a capire che è Lui a disporre di ogni circostanza.

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