giovedì 29 dicembre 2011

Julián Carrón, La tentazione del Natale

Per descrivere la nostra umanità e per guardare in modo adeguato noi stessi in questo momento della storia del mondo, difficilmente potremmo trovare una parola più opportuna di quella contenuta in questo brano del profeta Sofonia: «Rallegrati, figlia di Sion, grida di gioia, Israele». Perché? Che ragione c’è di rallegrarsi, con tutto quello che sta accadendo nel mondo? Perché «il Signore ha revocato la tua condanna».
Il primo contraccolpo provocato in me da queste parole è per la sorpresa di come il Signore ci guarda: con occhi che riescono a vedere cose che noi non saremmo in grado di riconoscere se non partecipassimo di quello stesso sguardo sulla realtà: «Il Signore revoca la tua condanna», cioè il tuo male non è più l’ultima parola sulla tua vita; lo sguardo solito che hai su di te non è quello giusto; lo sguardo con cui ti rimproveri in continuazione non è vero. L’unico sguardo vero è quello del Signore. E proprio da questo potrai riconoscere che Egli è con te: se ha revocato la tua condanna, diche cosa puoi avere paura? «Tu non temerai più alcuna sventura». Una positività inesorabile domina la vita. Per questo, continua il brano biblico, «non temere Sion, non lasciarti cadere le braccia». Perché? Perché «il Signore, tuo Dio, in mezzo a te è un salvatore potente». Non c’è un’altra sorgente di gioia che questa: «Gioirà per te, ti rinnoverà con il suo amore, esulterà per te con grida di gioia» (3, 14-17).Che queste non sono rimaste solo parole, ma si sono compiute, è ciò che ci testimonia il Vangelo; nel bambino che Maria porta in grembo, quelle parole sono diventate carne e sangue, come ci ricorda in modo commovente Benedetto XVI: «La vera novità del Nuovo Testamento non sta in nuove idee, ma nella figura stessa di Cristo, che dà carne e sangue ai concetti — un realismo inaudito» (Deus caritas est, 12). Ed è un fatto talmente reale nella vita del mondo che non appena Elisabetta riceve il saluto da Maria, il bimbo che porta nel grembo, Giovanni, sussulta di gioia (cfr. Lc, 1,39-45). Quelle del profeta non sono più soltanto parole, ma si sono fatte carne e sangue, fino al punto che questa gioia è diventata esperienza presente, reale.
Domandiamoci: il cristianesimo è un devoto ricordo o è un avvenimento che accade oggi esattamente come è accaduto duemila anni fa?Guardiamo i tanti fatti che i nostri occhi vedono in continuazione, che ci sorprendono e ci stupiscono, a cominciare da quel fatto imponente che si chiama Benedetto XVI e che ogni volta fa sussultare le viscere del nostro io. C’è uno in mezzo a noi che fa sussultare il “bambino” che ciascuno di noi porta in grembo, nel nostro intimo, nella profondità del nostro essere. Questa esperienza presente ci testimonia che l’episodio della Visitazione non è soltanto un fatto del passato, ma è stato l’inizio di una storia che ci ha raggiunto e che continua a raggiungerci nello stesso modo, attraverso incontri, nella carne e nel sangue di tanti che incontriamo per la strada, che ci muovono nell’intimo. È con questi fatti negli occhi che possiamo entrare nel mistero di questo Natale, evitando il rischio del “devoto ricordo”, di ridurre la festa a un puro atto di pietà, a devozione sentimentale. In fondo, tante volte la tentazione è di non aspettarsi granché dal Natale. Ma a chi è data la grazia più grande che si possa immaginare — vederlo all’opera in segni e fatti che lo documentano presente — è impossibile cadere nel rischio di celebrare la nascita di Gesù come un “devoto ricord o ”. Non ci è consentito! E non perché siamo più bravi degli altri fratelli uomini, non perché non siamo fragili come tutti, ma perché siamo riscattati di continuo da questo nostro venir meno per la forza di Uno che accade ora e che revoca la nostra condanna.
È solo con questi fatti negli occhi che potremo guardare il Natale che viene: non con una nostalgia devota, non col sentimento naturale che sempre provoca in noi un bambino che nasce e neppure con un vago sentimento religioso, ma in forza di una esperienza (perché tutto il resto non produce altro che una riduzione di “quella” nascita). Dove si rivela veramente chi è quel Bambino è in questa esperienza reale: il figlio di Elisabetta ha sussultato di gioia nel suo grembo. È il rinnovarsi continuo di questo avvenimento che ci impedisce di ridurre il Natale e che ce lo può fare gustare come la prima volta.

lunedì 26 dicembre 2011

lettera del 24 dic 2011

Da: padre Aldo TRENTO
Data: Sat, 24 Dec 2011 14:41:22 -0300

Cari amici, il giorno di Natale il mio figlio adottivo Aldo Trento compie 14 anni. L´ho fatto nascere il 25 davanti il giudice che mi chiedeva la data di nascita che nessuno sapeva, essendo solo figlio di Dio e NN per gli uomini. Pregate per me e per lui, che adesso é come una grande Ostia bianca che con Victor sono le ragioni del mio vivere quotidiano perché in nessuno come in loro, Santi Innocenti, sento e vedo vibrare l´Essere. Con affetto.
                            

               P. Aldo, Aldo e Victor

Aldo 

Victor 

lunedì 19 dicembre 2011

Inchiesta su San Giuseppe (Prima parte)


Don Salvatore Vitiello spiega la storia e la rilevanza del santo falegname
di Antonio Gaspari
ROMA, domenica, 18 dicembre 2011 (ZENIT.org).- Conta centinaia di milioni di devoti al mondo. Sono milioni i bambini e le bambine che portano il suo nome. E’ ben presente nel Vangelo, nel Presepio e nelle Chiese, ma la sua vicenda umana e la sua rilevanza nella storia della salvezza sono poco conosciute.
Stiamo parlando di San Giuseppe, sposo di Maria e padre adottivo di Gesù.
Per saperne di più ZENIT ha intervistato il reverendo Professore don Salvatore Vitiello Coordinatore del Master in Architettura, arti sacre e Liturgia dell’Università Europea di Roma e del Pontificio Ateneo Regina Apostolorum

Chi era San Giuseppe?

Don Vitiello: Era anzitutto un uomo autentico, che ha saputo vivere, con intelligenza, fede e totale dedizione, le circostanze nelle quali Dio lo aveva posto, riconoscendovi la Presenza stessa del Mistero. Era un pio ebreo osservante, in profonda attesa, quindi, dell’adempimento delle promesse di Dio per il Suo popolo. Ci parlano di lui anzitutto i santi Evangelisti Luca e Matteo, quando raccontano degli inizi della nostra Salvezza, dell’Annuncio dell’angelo a Maria di Nazareth, «una vergine promessa sposa di un uomo della casa di Davide, chiamato Giuseppe», che sarebbe diventata Madre dell’Altissimo. La casa di Davide (cfr. Lc 1,27) era la discendenza genealogica, dalla quale, secondo le profezie veterotestamentarie, Dio avrebbe suscitato il Re, che avrebbe liberato il popolo di Israele. La vicenda di San Giuseppe, la sua santità, l’attualità della sua intercessione e del suo modello per noi oggi, ed il suo patrocinio nei confronti della Chiesa universale iniziano, per provvidenziale Volontà divina, dal legame “sponsale” con Maria. Accogliendo Maria, il Disegno di Dio su di Lei veniva ad attirare e coinvolgere anche tutta la sua vita. Anzi, egli fu addirittura chiamato a “cooperare”, in un modo unico e straordinario, con la stessa Opera della Salvezza, prendendo con sé Maria quale sua sposa e divenendo, quindi, il padre “legale” di Gesù. Infatti, all’inizio della manifestazione pubblica del Signore Gesù, la prima reazione di scettico stupore da parte degli abitanti di Nazareth fu quella di domandare: «Non è Egli forse il figlio del falegname?» (cfr. Mt 13,55).

Che cosa lo ha convinto ad accettare Maria già incinta?

Don Vitiello: Il comprendere, per divina rivelazione, che questa accettazione avrebbe coinciso con l’aderire alla Volontà stessa di Dio per lui: accogliere quella giovane israelita, ch’Egli amava profondamente, con il suo Bambino, significava, per Giuseppe, accogliere l’ingresso di Dio nella storia e nella sua stessa vita. Era cominciato, con il concepimento di Gesù nel grembo immacolato della Vergine e con la speciale Vocazione di Giuseppe, il nuovo “metodo” di Dio: l’Altissimo, Creatore dell’universo e Signore di Israele, Colui del quale non si poteva pronunciare il Nome, né produrre alcuna raffigurazione, l’assolutamente Altro si rivelava, ora, attraverso un punto preciso, un volto, quello del Bambino che Maria aveva concepito, quello del Bambino che aveva gli stessi lineamenti di Maria. Tutto ciò che aveva a che fare con questa Donna ed il suo Bambino, avrebbe avuto a che fare con Dio stesso. San Giuseppe lo aveva compreso: dopo l’iniziale difficoltà di prendere posizione di fronte a quell’avvenimento – difficoltà nella quale egli mostrò tutta la propria “giustizia” (cfr. Mt 1,19), decidendo di non ripudiare Maria, ma solo di licenziarla nel segreto, per non esporla alla lapidazione prevista dalle leggi giudaiche – egli ricevette l’annuncio dell’angelo che lo chiamava a prendere con sé la sua sposa e a divenire padre di Colui che era stato generato per opera dello Spirito Santo. Da quel momento, egli si è dedicato senza riserva alcuna al servizio umile, silenzioso e pieno d’amore, della sua nuova Famiglia, la Famiglia di Dio.

Come ha fatto a svolgere il ruolo di padre di Gesù pur sapendo che era il Figlio di Dio?

Don Vitiello: Il personale rapporto tra Cristo e San Giuseppe, così come si è sviluppato quotidianamente e soprattutto negli anni della “vita nascosta” del Signore a Nazareth, costituisce per noi un delicatissimo e straordinario mistero. Sappiamo, come la Chiesa stessa ci tramanda nelle Sacre Scritture, che «Colui dal quale prende nome ogni paternità nei cieli e sulla terra» (Ef 3,15) chiamò Giuseppe a divenire, in terra, padre di Gesù, il Figlio eterno fatto uomo. Sappiamo che egli accettò, senza riserve e in totale obbedienza, questa altissima missione, che, come diceva il Santo Padre Pio XI, si è collocata «raccolta, silenziosa, inosservata e sconosciuta, […] nell’umiltà e nel servizio» tra le due missioni di Giovanni Battista e di San Pietro (cfr. Pio XI, Omelia nella Solennità di San Giuseppe, 19 marzo 1928). Conosciamo, poi, gli avvenimenti che si succedettero fino al ritorno a Nazareth dall’Egitto, dove aveva condotto la sacra Famiglia per fuggire la furia omicida del re Erode, e fino al ritrovamento di Gesù dodicenne tra i dottori del Tempio. Circa la paternità di San Giuseppe e la figliolanza di Gesù, però, esiste come un mistero – il mistero dell’intimo rapporto tra Cristo e Giuseppe –, del quale ci è dato di intravedere qualcosa proprio in occasione del ritrovamento di Gesù al Tempio. Scrive San Luca che, trovatoLo, la Madre Gli disse: «Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo» (Lc 2,48). Le parole di Maria ci rivelano l’“angoscia” di San Giuseppe, il profondo amore, cioè, che egli portava a Gesù ed anche come non si trovasse da solo a compiere la missione ricevuta, ma ne condividesse – potremmo dire – ogni “dettaglio”, con la stessa Beata Vergine Maria, avendo dinanzi agli occhi il continuo e lieto “sì” di Lei alla Volontà di Dio, imparando da Lei a riconoscere nel figlio, con commosso stupore, il Mistero Presente. Sempre nello stesso brano di Vangelo, si dice che Gesù «partì dunque con loro e tornò a Nazareth e stava loro sottomesso» (Lc 2,51). Il Figlio di Dio, nascendo dalla Vergine, si era spogliato della gloria divina per assumere la nostra condizione umana, per abbassarsi fino a “mendicare” il nostro amore e la nostra accoglienza, che erano l’amore e l’accoglienza di Maria e Giuseppe di Nazareth. L’Amore stesso mendicava di essere amato e si affidava totalmente alle cure di San Giuseppe, così che crediamo sia stato, pur nella coscienza orante della propria responsabilità, straordinariamente piacevole potersi prendere cura del Dio-Bambino, tanto che nella tradizionale preghiera a San Giuseppe recitiamo: «O felicem virum, beatum Ioseph – o uomo felice, beato Giuseppe, al quale è stato concesso non solo di vedere Colui che molti re desiderarono vedere e non videro, udire e non udirono, ma anche di abbracciarLo, baciarLo, vestirLo e custodirLo!».

lunedì 12 dicembre 2011

RITIRO USA: “MISSIONE INCOMPIUTA”

IRAQ: RITIRO USA. MONS. WARDUNI (BAGHDAD), “MISSIONE INCOMPIUTA” mons-warduni“Gli Usa avrebbero dovuto pacificare il Paese e solo dopo lasciare l’Iraq invece...”. È il commento rilasciato al SIR (clicca qui) dal vicario patriarcale caldeo di Baghdad, mons. Shlemon Warduni, sul ritiro definitivo dei soldati Usa dall’Iraq entro la fine dell’anno. Mons. Warduni si dice preoccupato per la sicurezza nel Paese e per le recenti violenze anticristiane a Zakho, in Kurdistan, regione ritenuta fino ad oggi tranquilla per i cristiani: “Il governo afferma che, dopo il ritiro, è pronto a prendere in mano la situazione e sinceramente non so come ciò sarà possibile – aggiunge il presule – se non finiranno gli attentati con kamikaze e autobombe. Come avere fiducia quando solo pochissimi giorni fa è stata fatta scoppiare un’autobomba al Parlamento, e a Zakho, venerdì scorso, sono stati distrutti locali e abitazioni dei cristiani? Fatti del genere danneggiano tutta la nazione”. “Il governo non è in grado di proteggere il suo popolo – denuncia il vescovo – la gente perde fiducia ed emigra. Serve allora un grande sforzo da parte del mondo politico per lavorare disinteressatamente a favore del bene comune, sacrificandosi con amore per questo. Quell’amore che sembra essere stato smarrito anche da molti cristiani e non solo in Iraq. Senza fede in Dio non si va da nessuna parte”.

"Non c'è più greco o giudeo, barbaro e scita"

"Non c'è più greco o giudeo, barbaro e scita" La seconda grande ondata evangelizzatrice dopo le invasioni barbariche CITTA' DEL VATICANO, venerdì, 9 dicembre 2011 (ZENIT.org).- Riportiamo di seguito il testo della Seconda Predica di Avvento 2011, tenuta questa mattina in Vaticano da padre Raniero Cantalamessa, OFM Cap., predicatore della Casa Pontificia. *** Santo Padre, Venerabili Padri, fratelli e sorelle, in questa meditazione vorrei parlare della seconda grande ondata di evangelizzazione nella storia della Chiesa, quella che seguì al crollo dell’impero romano e al rimescolamento di popoli provocato dalle invasioni barbariche, sempre con lo scopo pratico di vedere cosa da essa possiamo imparare per l’oggi. Data l’ampiezza del periodo storico esaminato e la brevità imposta a una predica, non potrà trattarsi che di una ricostruzione come si dice “a volo d’uccello”. 1. Una decisione epocale Al momento della fine ufficiale dell’impero romano nel 476, l’Europa presenta, ormai da tempo, un volto nuovo. Al posto dell’unico impero, vi sono tanti regni cosiddetti romano-barbarici. Grosso modo, partendo dal nord, la situazione è questa: al posto della provincia romana della Britannia, vi sono gli Angli e i Sassoni, nelle antiche provincie della Gallia i Franchi, a est del Reno i Frisoni e gli Alemanni, nella penisola iberica i Visigoti, in Italia gli Ostrogoti e più tardi i Longobardi, nell’Africa settentrionale i Vandali. In Oriente resiste ancora l’impero Bizantino. La Chiesa si trova davanti a una decisione epocale: che atteggiamento prendere di fronte a questa nuova situazione? Non si giunse subito e senza lacerazioni alla determinazione che aprì la chiesa al futuro. Si ripeteva, in parte, quello che era avvenuto al momento del distacco dal giudaismo per accogliere nella Chiesa i gentili. Lo smarrimento generale dei cristiani raggiunse il culmine in occasione del sacco di Roma del 410 da parte di Alarico re dei Goti. Si pensò che fosse arrivata la fine del mondo, essendo ormai il mondo identificato con il mondo romano e il mondo romano con il cristianesimo. S. Girolamo è la voce più rappresentativa di questo smarrimento generale. “Chi avrebbe creduto, scriveva, che questa Roma, costruita sulle vittorie riportate sull’universo intero, dovesse un giorno crollare?”1. Chi contribuì di più, dal punto di vista intellettuale, a traghettare la fede nel nuovo mondo fu Agostino con l’opera De civitate Dei. Nella sua visione, che segna l’inizio di una filosofia della storia, egli distingue la città di Dio dalla città terrena, identificata a tratti (forzando un po’ il suo stesso pensiero), con la città di Satana. Per città terrena egli intende ogni realizzazione politica compresa quella di Roma. Dunque, nessuna fine del mondo, ma solo fine di un mondo! Nella pratica, un ruolo determinante nell’aprire la fede alla nuova realtà e nel coordinarne le iniziative, fu svolto da romano pontefice. S. Leone Magno ha chiara la consapevolezza che la Roma cristiana sopravvivrà alla Roma pagana e anzi “presiederà con la sua religione divina più ampiamente di quanto avesse fatto questa con la sua dominazione terrena”2. A poco a poco l’atteggiamento dei cristiani verso i popoli barbari cambia; da esseri inferiori, incapaci di civiltà, essi cominciano a venire considerati come possibili futuri fratelli di fede. Da minaccia permanente, il mondo barbarico comincia ad apparire ai cristiani un nuovo, vasto campo di missione. Paolo aveva proclamato abolite con Cristo le distinzioni di razza, di religione, di cultura e di classe sociale con le parole: “Non c'è Greco o Giudeo, circoncisione o incirconcisione, barbaro, Scita, schiavo, libero, ma Cristo è tutto e in tutti” (Col 3,11); ma quanta fatica per tradurre questa rivoluzione nella realtà della storia! E non solo allora! 2. La rievangelizzazione dell’Europa Nei confronti dei popoli barbari, la Chiesa si trovò a combattere due battaglie. La prima fu contro l’eresia ariana. Molte tribù barbare, soprattutto i Goti, prima di penetrare da conquistatori nel cuore dell’impero, in oriente avevano avuto contatti con il cristianesimo e lo avevano accolto nella versione ariana allora in auge, anche per l’opera svolta presso di loro dal vescovo Ulfila (311-383), traduttore della Bibbia in gotico. Una volta insediatisi nei territori occidentali, avevano portato con sé questa versione eretica del cristianesimo. L’arianesimo non aveva però una sua organizzazione unitaria e neppure una cultura e una teologia paragonabile a quella dei cattolici. Nel corso del VI secolo, uno dopo l’altro, i regni barbarici abbandonarono l’arianesimo per aderire alla fede cattolica, grazie all’opera di alcuni grandi vescovi e scrittori cattolici e anche, a volte, per calcoli politici. Un momento decisivo fu il concilio di Toledo del 589, animato da Leandro di Siviglia che segnò la fine dell’arianesimo visigotico in Spagna e in pratica in tutto l’occidente. La battaglia contro l’arianesimo non era però cosa nuova, era iniziata nel lontano 325. La vera impresa nuova portata a termine dalla Chiesa, dopo il tramonto dell’impero romano, fu l’evangelizzazione dei pagani. Questa avvenne in due direzioni: per così dire, ad intra e ad extra, cioè presso i popoli dell’antico impero e in quelli apparsi da poco sulla scena. Nei territori dell’antico impero, Italia e provincie, la Chiesa si era finora impiantata quasi solo nelle città. Si trattava si estendere la sua presenza alla campagna e ai villaggi. Il termine “pagano” deriva, come si sa, da “pagus”, villaggio, e prese il significato che ha ora dal fatto che l’evangelizzazione delle campagne avvenne, in genere, molto dopo quella delle città. Sarebbe certamente interessante seguire anche questo filone dell’evangelizzazione che portò alla nascita e allo svilupparsi del sistema delle parrocchie, come suddivisioni della diocesi, ma per lo scopo che mi sono prefisso devo limitarmi all’altra direzione dell’evangelizzazione, quella ad extra, destinata a portare il Vangelo ai popoli barbari insediatisi nell’Europa insulare e centrale e cioè nell’attuale Inghilterra, Olanda, Francia e Germania. Un momento decisivo in questa impresa fu la conversione del re merovingio Clodoveo che nella notte di Natale del 498, o 499 si fece battezzare dal vescovo di Reims S. Remigio. Egli decideva così, secondo il costume del tempo, non solo il futuro religioso del popolo franco, ma anche di altri popoli al di qua e al di là del Reno da lui conquistati. Celebre è la frase che il vescovo Remigio pronunciò al momento di battezzare Clodoveo: “Mitis depone colla, Sigamber; adora quod incendisti, incende quod adorasti”: “China umilmente la nuca, fiero Sigambro: adora quel che hai bruciato, brucia quel che hai adorato”3. A questo fatto la Francia deve il suo titolo di “figlia primogenita della Chiesa”. La cristianizzazione del continente fu portata a termine nel IX secolo con la conversione, ad opera dei santi Cirillo e Metodio, dei popoli slavi che erano venuti ad occupare, nell’Europa orientale, i territori lasciati liberi dalle precedenti ondate migratorie spostatesi in occidente. L’evangelizzazione dei barbari presentava una condizione nuova, rispetto a quella precedente del mondo greco-romano. Lì, il cristianesimo aveva davanti a sé un mondo colto, organizzato, con ordinamenti, leggi, dei linguaggi comuni; aveva, insomma, una cultura con cui dialogare e con cui confrontarsi. Ora si trova a dover fare, nello stesso tempo, opera di civilizzazione e di evangelizzazione; deve insegnare a leggere e scrivere, mentre insegna la dottrina cristiana. L’inculturazione si presentava sotto una forma del tutto nuova. 3. L’epopea monastica L’opera gigantesca di cui ho potuto solo tracciare qui le grandi linee, fu portata avanti con la partecipazione di tutte le componenti della Chiesa. In primo luogo del papa, alla cui iniziativa diretta risale l’evangelizzazione degli angli e che ebbe una parte attiva nell’evangelizzazione della Germania ad opera di S. Bonifacio e dei popoli slavi ad opera dei santi Cirillo e Metodio; poi dai vescovi, dai parroci, a mano a mano che venivano formandosi comunità locali stabili. Un ruolo silenzioso, ma decisivo, fu esercitato da alcune donne. Dietro alcune grandi conversioni di re barbari vi è spesso l’ascendente esercitato su di essi dalle rispettive mogli: santa Clotilde per Clodoveo, santa Teodolinda per il re longobardo Autari, la sposa cattolica del re Edvino che introdusse il cristianesimo nel nord dell’Inghilterra. Ma i veri protagonisti della rievangelizzazione dell’Europa dopo le invasioni barbariche furono i monaci. In Occidente, il monachesimo, iniziato nel IV secolo, vi si diffonde rapidamente in due tempi e da due direzioni diverse. La prima ondata parte dalla Gallia meridionale e centrale, specialmente da Lerino (410) e da Auxerre (418), e grazie a S. Patrizio formatosi in quei due centri, raggiunge l’Irlanda di cui feconderà l’intera vita religiosa. Di qui, con san Columba, fondatore di Iona (521-597), passa in Scozia e con san Cuthbert di Lindisfarne (635-687, all’Inghilterra del Nord, impiantandovi un cristianesimo e un monachesimo dalle particolari tinte celtiche. La seconda ondata monastica, destinata a prendere il sopravvento e a unificare le diverse forme di monachesimo occidentale, ha origine in Italia da s. Benedetto (+ 547). Ad essa appartenevano il monaco Agostino e compagni, inviati da papa san Gregorio Magno. Essi evangelizzarono il Sud dell’Inghilterra, portando con sé un cristianesimo di tipo romano che finì per prevalere su quello celtico e uniformare al resto della cristianità (per esempio nella data della Pasqua) le isole britanniche. Dal V all’ VIII secolo, l’Europa si ricopre letteralmente di monasteri, molti dei quali svolgeranno un compito primario nella formazione dell’Europa, non solo della sua fede, ma anche della sua arte, cultura e agricoltura. A ragione S. Benedetto è stato proclamato Patrono d’Europa e il Santo Padre, Benedetto XVI nel 2005, scelse Subiaco per la sua lezione magistrale sulle radici cristiane d’Europa. Le grandi figure di monaci evangelizzatori del continente appartengono quasi tutti alla prima delle due correnti ricordate, quella che torna sul continente dall’Irlanda e dall’Inghilterra. I nomi più rappresentativi sono quelli di S. Colombano (542-615) e di S. Bonifacio (672-754). Il primo, partendo da Luxeuil, evangelizzò numerose regioni nel nord della Gallia e le tribù tedesche meridionali, spingendosi fino a Bobbio, in Italia; il secondo, considerato l’evangelizzatore della Germania, da Fulda estese la sua azione missionaria fino alla Frisia, l’attuale Olanda. A lui il Santo Padre Benedetto XVI dedicò una delle sue catechesi del mercoledì, l’11 Marzo del 2009, mettendone in luce la collaborazione stretta con il Romano Pontefice e l’azione civilizzatrice presso i popoli da lui evangelizzati. A leggere le loro vite si ha l’impressione di rivivere l’avventura missionaria dell’apostolo Paolo: la stessa ansia di portare il vangelo a ogni creatura, lo stesso coraggio nell’affrontare ogni sorta di pericoli e di disagi e, per S. Bonifacio e tanti altri, anche la stessa sorte finale del martirio. Le lacune di questa evangelizzazione a vasto raggio sono note e proprio il confronto con san Paolo mette in luce la principale. L’Apostolo insieme con l’evangelizzazione, curava, in ogni luogo, anche la fondazione di una Chiesa che ne assicurasse la continuità e lo sviluppo. Spesso, per la scarsità dei mezzi e la difficoltà di muoversi all’interno di una società ancora allo stato magmatico, questi pionieri non erano in grado di assicurare un seguito alla loro opera. Del programma indicato da S. Remigio a Clodoveo, i popoli barbari tendevano a mettere in pratica solo una parte: adoravano ciò avevano bruciato, ma non bruciavano ciò che avevano adorato. Molta parte del loro bagaglio idolatra e pagano rimaneva e rispuntava alla prima occasione. Succedeva come con certe strade tracciate nella foresta: non mantenute e non trafficate esse vengono presto riprese e cancellate dalla giungla circostante. L’opera più duratura di questi grandi evangelizzatori fu proprio la fondazione di una rete di monasteri e, con Agostino in Inghilterra e S. Bonifacio in Germania, la erezione di diocesi e la celebrazione di sinodi che assicureranno in seguito la ripresa di una evangelizzazione più duratura e più in profondità. 4. Missione e contemplazione Ora è arrivato il momento di trarre qualche indicazione per l’oggi dal quadro storico tracciato. Notiamo anzitutto una certa analogia tra l’epoca che abbiamo rivisitato e la situazione attuale. Allora il movimento di popoli era da Est a Ovest, ora esso è da Sud a Nord. La Chiesa, con il suo magistero, ha fatto, anche in questo caso, la sua scelta di campo che è di apertura al nuovo e di accoglienza dei nuovi popoli. La differenza è che oggi non arrivano in Europa popoli pagani o eretici cristiani, ma spesso popoli in possesso di una loro religione ben costituita e cosciente di se stessa. Il fatto nuovo è dunque il dialogo che non si oppone all’evangelizzazione, ma ne determina lo stile. Il beato Giovanni Paolo II, nell’enciclica “Redemptoris missio”, sulla perenne validità del mandato missionario, si è espresso con chiarezza al riguardo: “Il dialogo inter-religioso fa parte della missione evangelizzatrice della chiesa . Inteso come metodo e mezzo per una conoscenza e un arricchimento reciproco, esso non è in contrapposizione con la missione “ad gentes” anzi ha speciali legami con essa e ne è un'espressione… Alla luce dell'economia di salvezza, la chiesa non vede un contrasto fra l'annuncio del Cristo e il dialogo interreligioso; sente, però, la necessità di comporli nell'ambito della sua missione ad gentes. Occorre, infatti, che questi due elementi mantengano il loro legame intimo e, al tempo stesso, la loro distinzione, per cui non vanno né confusi, né strumentalizzati, né giudicati equivalenti come se fossero intercambiabili”4. Ciò che avvenne in Europa dopo le invasioni barbariche ci mostra soprattutto l’importanza della vita contemplativa in vista dell’evangelizzazione. Il decreto conciliare “Ad gentes”, sull’attività missionaria della Chiesa, scrive a questo riguardo: “Meritano speciale considerazione le varie iniziative destinate a stabilire la vita contemplativa. Certi istituti, mantenendo gli elementi essenziali della istituzione monastica, tendono a impiantare la ricchissima tradizione del proprio ordine; altri cercano di ritornare alla semplicità delle forme del monachesimo primitivo. Tutti comunque devono cercare un reale adattamento alle condizioni locali. Poiché la vita contemplativa interessa la presenza ecclesiale nella sua forma più piena, è necessario che essa sia costituita dappertutto nelle giovani Chiese”5. Questo invito a cercare, nuove forme di monachesimo in vista dell’evangelizzazione, anche ispirandosi al monachesimo antico, non è rimasto inascoltato. Una delle forme in cui l’auspicio si è realizzato sono le “Fraternità monastiche di Gerusalemme”, conosciute come i monaci e le monache di città. Il suo fondatore, Padre Pierre-Marie Delfieux, dopo aver trascorso due anni nel deserto del Sahara, in compagnia soltanto dell’Eucaristia e della Bibbia, capì che il vero deserto sono oggi le grandi città secolarizzate. Iniziate a Parigi nella festa di Tutti i Santi del 1975, queste fraternità sono presenti ormai in varie grandi città d’Europa, compresa Roma, dove hanno preso la chiesa di Trinità dei Monti. Il loro carisma è evangelizzare attraverso la bellezza dell’arte e della liturgia. Monastico è il loro abito, lo stile di vita semplice e austero, l’intreccio tra lavoro e preghiera; ma nuova è la collocazione al centro delle città, in genere in chiese antiche di grande richiamo artistico, la collaborazione tra monaci e monache nell’ambito liturgico, pur nella totale indipendenza reciproca a livello di abitazione e di autorità. Non poche conversioni di lontani e ritorni alla fede di cristiani nominali sono avvenute intorno a questi luoghi. Di diverso genere, ma facente parte anch’esso di questa fioritura di nuove forme monastiche, è il monastero di Bose in Italia. In ambito ecumenico, il monastero di Taizé in Francia è un esempio di una vita contemplativa direttamente impegnata anche sul fronte dell’evangelizzazione. Il primo Novembre del 1982, ad Avila, accogliendo una vasta rappresentanza della vita contemplativa femminile, Giovanni Paolo II prospettò, anche alla vita claustrale femminile, la possibilità di un impegno più diretto nell’opera di evangelizzazione. “I vostri monasteri –disse - sono comunità di orazione in mezzo alle comunità cristiane, alle quali date aiuto, alimento e speranza. Sono luoghi consacrati e potranno essere anche centri di accoglienza cristiana per quelle persone, soprattutto giovani, che spesso vanno cercando una vita semplice e trasparente, in contrasto con quella che viene loro offerta dalla società dei consumi”. L’appello non è rimasto inascoltato e si sta traducendo in iniziative originali di vita contemplativa femminile aperta all’evangelizzazione. Una di esse ha avuto modo di farsi conoscere in occasione del recente Convegno promosso, qui in Vaticano, dal Pontificio Consiglio per la nuova evangelizzazione. Tutte queste forme nuove non sostituiscono le realtà monastiche tradizionali, molte delle quali centri anch’esse di irradiazione spirituale e di evangelizzazione, ma le affiancano e le arricchiscono. Non basta che nella Chiesa vi sia chi si dedica alla contemplazione e chi si dedica alla missione; bisogna che la sintesi tra le due cose avvenga nella vita stessa di ogni missionario. Non basta, in altre parole, la preghiera “per i” missionari, occorre la preghiera “dei” missionari. I grandi monaci che rievangelizzarono l’Europa dopo le invasioni barbariche erano uomini usciti dal silenzio della contemplazione e che vi rientravano appena le circostanze lo permettevano loro. Anzi, con il cuore non uscivano mai del tutto dal monastero. Mettevano in pratica, in anticipo, il consiglio che Francesco d’Assisi dava ai suoi frati nell’inviarli per le strade del mondo: “Noi, diceva, abbiamo un eremitaggio sempre con noi dovunque andiamo e ogni volta che lo vogliamo possiamo, come eremiti, rientrare in questo eremo. Fratello corpo è l’eremo e l’anima l’eremita che vi abita dentro per pregare Dio e meditare6. Di questo abbiamo un esempio ben più autorevole. La giornata di Gesù era un intreccio mirabile tra preghiera e predicazione. Egli non pregava solo prima di predicare, pregava per sapere cosa predicare, per attingere dalla preghiera le cose da annunciare al mondo. “Le cose che io dico – affermava - le dico così come il Padre me le ha dette” (Gv 12,50). Da qui veniva a Gesù quell’ ”autorità” che tanto impressionava nel suo parlare. Lo sforzo per una nuova evangelizzazione è esposto a due pericoli. Uno è l'inerzia, la pigrizia, il non fare nulla e lasciare che facciano tutto gli altri. L'altro è il lanciarsi in un attivismo umano febbrile e vuoto, con il risultato di perdere a poco a poco il contatto con la sorgente della parola e della sua efficacia. Si dice: ma come starsene tranquilli a pregare, quando tante esigenze reclamano la nostra presenza, come non correre quando la casa brucia? E' vero, ma immaginiamo cosa succederebbe a una squadra di pompieri che accorresse a spegnere un incendio e poi, una volta sul posto, si accorgesse di non avere con sé, nei serbatoi, una sola goccia d'acqua. Così siamo noi, quando corriamo a predicare senza pregare. La preghiera è essenziale per l’evangelizzazione perché “la predicazione cristiana non è primariamente comunicazione di dottrina, ma di esistenza”. Fa più evangelizzazione chi prega senza parlare che chi parla senza pregare. 5. Maria, stella dell’evangelizzazione Terminiamo con un pensiero suggerito dal tempo liturgico che stiamo vivendo e dalla solennità dell’Immacolata che abbiamo celebrato ieri. Una volta, in un dialogo ecumenico, un fratello protestante mi chiese, ma senza polemica, solo per capire: “Perché voi cattolici dite che Maria è “la stella del’evangelizzazione”? Che fa fatto Maria che giustifichi tale titolo?”. È stata per me l’occasione di riflettere sulla cosa e non ho tardato a scoprirne la ragione profonda. Maria è la stella dell’evangelizzazione perché ha portata la Parola, non a questo o quel popolo, ma al mondo intero! E non solo per questo. Ella portava la Parola nel seno, non sulla bocca. Era piena, anche fisicamente, di Cristo e lo irradiava con la sua sola presenza. Gesù le usciva dagli occhi, dal volto, da tutta la persona. Quando uno si profuma, non ha bisogno di dirlo, basta stargli vicino per accorgersene e Maria, specie nel tempo in cui lo portava in seno, era piena del profumo di Cristo. Si può dire che Maria è stata la prima claustrale della Chiesa. Dopo la Pentecoste, ella è come entrata in clausura. Attraverso le lette­re degli apostoli, conosciamo innumerevoli personaggi e anche tante donne della pri­mitiva comunità cristiana. Una volta troviamo menzionata anche una certa Maria (cf Rm 16, 6), ma non è lei. Di Maria, la Madre di Gesù, nulla. Ella scompare nel più pro­fondo silenzio. Ma cosa significò per Giovanni averla accanto mentre scriveva il Vangelo e cosa può significare per noi averla accanto mentre proclamiamo lo stesso Vangelo! “Primizia dei Vangeli –scrive Origene - è quello di Giovanni, il cui senso profondo non può cogliere chi non abbia poggiato il ca­po sul petto di Gesù e non abbia ricevuto da lui Maria, come sua propria madre”7. Maria ha inaugurato nella Chiesa quella seconda anima, o vocazione, che è l'anima nascosta e orante, accanto all'anima apostolica o attiva. Lo esprime a meraviglia l'icona tradizionale dell'Ascensione, di cui abbiamo una rappresentazione sul lato destro di questa cappella. Maria sta in piedi, con le braccia aperte in atteggia­mento orante. Intorno a lei gli apostoli, tutti con un piede o una mano alzata, cioè in movimento, rappresentano la Chiesa attiva, che va in missione, che parla e agisce. Maria sta immobile sotto Gesù, nel punto esatto da cui egli è asceso, quasi a tenere viva la memoria di lui e l'attesa del suo ritorno. Terminiamo ascoltando le parole finali della “Evangelii nuntiandi” di Paolo VI, in cui per la prima volta, nei documenti pontifici, Maria è chiamata con il titolo di Stella dell’evangelizzazione: “Al mattino della Pentecoste, Ella ha presieduto con la sua preghiera all'inizio dell'evangelizzazione sotto l'azione dello Spirito Santo. Sia lei la Stella dell'evangelizzazione sempre rinnovata che la Chiesa, docile al mandato del suo Signore, deve promuovere e adempiere, soprattutto in questi tempi difficili ma pieni di speranza!” * 1 S. Girolamo, Comm. a Ezechiele, III, 25, pref.; cf. Epistole LX,18; CXXIII,15-16; CXXVI,2. 2 S. Leone Magno, Sermone 82, 3 Gregorio di Tours, Historia Francorum, II, 31. 4 Giovanni Paolo II, Redemptoris missio, 55. 5 L.G., 18. 6 Legenda Perugina, 80 (FF, 1636). 7 Origene, Commento al Vangelo di Giovanni, I, 6,23 (SCh, 120, p. 70).

mercoledì 7 dicembre 2011

lettera del 5 dic 2011

Da: padre Aldo TRENTO Data: Mon, 5 Dec 2011 09:19:55 -0300 Oggetto: p. Aldo Cari amici, Buon Natale, “Il Verbo si è fatto carne”. Si è fatto materia, un fatto concreto, UNA PRESENZA VIVA, VISIBLE IN TUTTI VOI CHE SIETE PER ME E PER TUTTI NOI LA CONCRETEZZA DÌ QUESTA PRESENZA. Che allegria poter inviarvi le foto della nuova clinica, già terminata come struttura, e la scuola professionale, in via di costruzione. Senza di voi, senza il vostro cuore pieno di Cristo, non sarebbe stato possibile. Nella breve visita a Milano e Roma tanto P. Paolino come il sottoscritto, siamo stati testimoni di fatti che ci hanno reso visibile il Mistero dell’Incarnazione, commovendoci nel vedere come i nostri figli siano diventati vostri. Penso all’ONLUSS da Zero a Uno, alla cena al ristorante “UNICO”, all´incontro con la Compagnia delle Opere di Milano, ai due spettacoli organizzati dal caro amico Gianpaolo a Roma con Cevoli, al bellissimo concerto organizzato alla Navicella dalle moglie degli ambasciatori guidati dalla signora Vattani e da Consuelo. Cosi pure agli incontri avuti dal mio compagno di ventura con cui ci unisce un’immensa passione per Cristo, P. Paolino, un uomo davvero grande nella sua umiltà. Davvero non so come ringraziarvi uno a uno. Voi siete le braccia della Provvidenza. Senza di voi Gesù non avrebbe realizzato questo bellissimo ospedale che adesso dobbiamo attrezzare. La sua bellezza è la Bellezza della Provvidenza e quindi della vostra gratuità che oltre a costruire quest´opera educa anche questo nostro popolo a sentirsi fisicamente appartenente a quest´opera. Ringraziamo quanti, e sono moltissimi, ci stanno aiutando perfino, come un papà con 13 figli di Ravenna impiegato dello Stato, rinunciando al caffè giornaliero che prendeva al bar. Ringraziamo tutte le comunitá che hanno accolto P.Paolino per la loro generositá. Amici grazie di cuore perché quest´opera non è di P. Aldo, come spesso si afferma, ma è di Dio e di tutti voi. Io sono stato lo strumento incosciente nelle mani di Dio. E questo ci riempie di pace e gioia in particolare nei momenti difficili inevitabili in ogni opera che il Signore costruisce. Grazie e Buon Natale p. Aldo