sabato 2 luglio 2016

Messaggio del 2 luglio 2016

“Cari figli, la mia presenza reale e vivente in mezzo a voi deve rendervi felici, perché questo è il grande amore di mio Figlio. Egli mi manda in mezzo a voi affinché, con materno amore, io vi dia sicurezza; affinché comprendiate che dolore e gioia, sofferenza e amore fanno sì che la vostra anima viva intensamente; affinché vi inviti nuovamente a celebrare il Cuore di Gesù, il cuore della fede: l’Eucaristia. Mio Figlio, di giorno in giorno, nei secoli ritorna vivente in mezzo a voi: ritorna a voi, anche se non vi ha mai abbandonato. Quando uno di voi, miei figli, ritorna a lui, il mio Cuore materno sussulta di felicità. Perciò, figli miei, ritornate all’Eucaristia, a mio Figlio. La strada verso mio Figlio è difficile e piena di rinunce ma, alla fine, c’è sempre la luce. Io capisco i vostri dolori e le vostre sofferenze e, con materno amore, asciugo le vostre lacrime. Confidate in mio Figlio, poiché Egli farà per voi quello che non sapreste nemmeno chiedere. Voi, figli miei, voi dovete preoccuparvi soltanto per la vostra anima, perché essa è l’unica cosa che vi appartiene sulla terra. Sudicia o pura, la porterete davanti al Padre Celeste. Ricordate: la fede nell’amore di mio Figlio viene sempre ricompensata. Vi chiedo di pregare in modo particolare per coloro che mio Figlio ha chiamato a vivere secondo lui e ad amare il loro gregge. Vi ringrazio”.

domenica 26 giugno 2016

Messaggio, 25. giugno 2016

"Cari figli! Ringraziate Dio con me per il dono che Io sono con voi. Pregate, figlioli, e vivete i comandamenti di Dio perché siate felici sulla terra. Oggi, in questo giorno di grazia desidero darvi la mia benedizione materna di pace e del mio amore. Intercedo per voi presso mio Figlio e vi invito a perseverare nella preghiera perché con voi possa realizzare i miei piani. Grazie per aver risposto alla mia chiamata.”

sabato 7 maggio 2016

Misericordia e Confessione

da Tracce di aprile 2016

Un momento stupendo

di Alessandra Stoppa
ANNO SANTO - CONFESSIONE
È uno dei mille Missionari della Misericordia voluti dal Papa per il Giubileo. Fra’ EMILIANO ANTENUCCI, giovane cappuccino, spiega cosa è - e cosa non è - il sacramento della Confessione. E perché, quando sei faccia a faccia con Lui...

«Perché la Chiesa, in questo cambiamento epocale, è chiamata ad offrire più fortemente i segni della presenza e della vicinanza di Dio». Così papa Francesco, nella Pasqua dell’anno scorso, aveva spiegato la ragione di un Anno Santo dedicato alla Misericordia. Poi, nella Bolla d’indizione, aveva annunciato: «Ho l’intenzione di inviare i Missionari della Misericordia. Saranno un segno della sollecitudine materna della Chiesa per il popolo di Dio, perché entri in profondità nella ricchezza di questo mistero così fondamentale per la fede».
Fra’ Emiliano Antenucci è uno degli oltre mille Missionari voluti dal Papa. Frate cappuccino, ordinato sacerdote nel 2011 a Manoppello, in quel santuario del Volto Santo dove era stato assegnato per l’estate come guida dei pellegrini. Trentasei anni, vulcanico, è nato a Vasto ma la sua vocazione lo ha portato ad Assisi, a Foligno, all’Aquila (prima e dopo il terremoto), a Penne e ora a Chieti, nel convento di Mater Domini.
Per un anno intero ha vissuto in eremi e monasteri sparsi in tutta Italia, per fare delle ricerche sul silenzio. Così ha fondato il Corso del Silenzio, che oggi accompagna tanti giovani in Italia, in Ecuador, in Messico e in altri Paesi dove sta iniziando. «Cosa c’entrerà un frate con il silenzio?», ride lui: «È che il silenzio è il più grande maestro. Quando parlo con i giovani sento molta infelicità. Questo significa che non si riesce ad ascoltare bene ciò che Dio vuole dirci». San Bonaventura diceva che i frati sono «operai della seconda barca». Si riferiva proprio al loro compito di predicare e confessare, sostenere la vita spirituale anche dei parroci. «E richiamava al fatto di non perdersi nell’amministrare, organizzare, tenere in piedi le strutture», dice fra Emiliano: «La cosa più importante è curare le anime».

Che cosa vi ha chiesto il Papa, inviandovi?

Innanzitutto, di essere «il segno vivo dell’amore del Padre». Ma questo vale per tutti i sacerdoti, tutti sono Missionari della Misericordia. Anzi, lo sono tutti i cristiani, chiamati a portare quello che è “il secondo nome dell’amore”. Questo è la misericordia. Io penso ad un’immagine precisa: al grido del cuore di Cristo sulla croce. La misericordia è un atteggiamento del cuore, verso se stessi e verso tutti. Tutti. Ma possiamo essere misericordiosi solo perché Dio ha misericordia di noi.

Il vostro compito è di «celebrare il Sacramento della Riconciliazione per il popolo, perché il tempo di grazia donato nell’Anno Santo permetta a tanti figli lontani di ritrovare il cammino verso la casa paterna». Ma anche di essere «annunciatori della gioia del perdono».
Sì, siamo chiamati a confessare, con la possibilità di assolvere alcuni dei peccati riservati alla Santa Sede: la profanazione delle specie eucaristiche, la violenza fisica contro il Pontefice, la violazione del sigillo sacramentale da parte del confessore e la complicità nel peccato contro il sesto comandamento. Mentre l’assoluzione dell’aborto, per questo Anno Santo, è concessa a tutti i sacerdoti. Oltre alla confessione, noi Missionari siamo chiamati anche a fare delle catechesi, a predicare la misericordia attraverso le “missioni al popolo” organizzate dalle Diocesi. Io mi sento particolarmente aiutato in questo compito, perché noi cappuccini possiamo guardare ai nostri santi “specializzati”, da san Leopoldo Mandic a san Padre Pio.

Cosa le insegnano?
Per prima cosa che confessarsi non è fare la black list. Non è neppure uno scontrino per potersi accostare all’Eucarestia. Ma è un cammino di conversione. Io preferisco chiamarla riconciliazione: ancor più che penitenza o confessione, è il nome che richiama il carattere fondamentale di questo Sacramento, che non consiste solo nell’accusa dei peccati, ma nell’aumento della Grazia. La confessione è il luogo dove si riceve la Grazia. Il Papa dice, infatti, che già solo il fatto di andare a confessarsi è una grazia. Si chiama: grazia del riconoscimento.

E «la vergogna stessa è una grazia», dice Francesco.
Com’è vero. Il velo della vergogna si trasforma in lacrime di pentimento e di gioia. Dobbiamo riconoscere di essere peccatori, per conoscere la misericordia. Ma questo non vuol dire che Gesù si sia incarnato per il peccato: Gesù si è incarnato perché ci vuole bene. È molto importante. Credo che con una certa catechesi del peccato abbiamo mortificato tanta gente, abbiamo creato una sorta di “ascetica della tristezza”. Invece, in principio era la gioia, la luce, la Grazia. Non il peccato e le tenebre.

Nell’Udienza con CL, un anno fa, Francesco ha detto: «Il luogo privilegiato dell’incontro è la carezza della misericordia di Gesù Cristo verso il mio peccato».
Sì! E questo ci chiede una risposta libera. Pensiamo a quello che disse Léon Bloy, scrittore francese: «Una santa può cadere nel fango e una prostituta può salire alla luce». Questa è l’esperienza che facciamo tutti noi, davanti al dono della misericordia. La parabola del Figliol prodigo non ha un happy end, perché è lasciata a noi la scelta: continuare un cammino di santità o di tenebre. È una questione di libertà. Non si sa come finisce la storia, non si sa dove va il figlio maggiore o cosa fa il figlio minore. Tocca a noi il finale. «E l’angelo partì da Lei»: come è stato per la Vergine Maria dopo l’Annuncio. Il Signore ci dà la Grazia, i doni, ci fa vedere il bene e il male: «Io ti ho posto sul Monte», poi scegli tu. E questo ci permette anche di ricordare che la confessione non è una seduta di psicoanalisi: il sacerdote ti dà la Grazia di Dio, lo psicanalista no.

Cosa aiuta a vivere la confessione con coscienza?
A me aiutano molto i tre passaggi che formulò il cardinale Carlo Maria Martini: la confessio laudis, la confessio vitae, la confessio fidei. Innanzitutto, la confessio laudis: prima di confessarmi, devo ringraziare il Signore per tutti i doni che ho ricevuto. Di avere la vita, la vocazione, la casa - tanti non ce l’hanno -, la salute, lo studio o il lavoro, gli amici... Di tutto. Tutto è dono. Quindi: avere questo cuore grato. Del resto, il peccato fondamentale è proprio essere «smemorati». Essere smemorati dell’amore di Dio. Il peccato non è trasgredire una legge, ma tradire l’Amato e l’amore che mi vuole bene. Poi, c’è la confessio vitae. L’atto di confessare ad un sacerdote - che è un uomo come me, peccatore e fragile come me - tutte le mie contraddizioni, la mia miseria: miseria mia, misericordia Tua, diceva sant’Agostino. Quello che mi colpisce è che spesso noi confessiamo peccati già confessati. Non intendo quelli in cui ricadiamo sempre, ma quelli commessi e già perdonati, che però ritiriamo fuori. Questo è perché non ci perdoniamo noi. Il dramma è interiore. Ma soprattutto non abbiamo creduto al perdono di Dio. Ma questo perdono non è un sentimento!

Può spiegare meglio?
Per Dio perdonare è dimenticare: tu per lui quella cosa non l’hai mai fatta. Ma, per noi, questa misericordia è uno scandalo.

La confessio fidei riguarda questo?
Sì, essere certo per fede che la misericordia di Dio è più grande della mia miseria. Io non so se domani sorgerà il sole, ma so che la misericordia sorgerà prima del sole. Il punto è crescere in questa certezza: Dio ci copre con il suo manto infinito di misericordia, più grande di tutte le nostre miserie, che Lui ha gettato nel fondo dell’oceano.

Cosa sta imparando da quest’Anno della Misericordia e dalla missione che le è affidata?
Intanto imparo dal Papa una priorità: «Siate accoglienti. Dite all’altro: tu sei amato da Dio. E se non potete dare l’assoluzione, date una benedizione». Molte persone si allontanano dalla Chiesa per mancanza d’accoglienza. Allora, anche per me, la prima cosa è mettermi in ascolto. E rispetto all’altro, aiutarlo non è “dargli qualcosa”, non è dare le cose. Ricordo ora un insegnamento stupendo di don Oreste Benzi: «Il povero non è chi non ha niente, ma è chi non è niente». Per questo siamo tutti poveri. La cosa più vera è comunicare all’altro: «Tu sei importante per Dio, tu sei importante per me. Tu vali il sangue di Gesù. Sei un’opera d’arte, preziosa agli occhi di Dio». La prima virtù di un confessore non è guardare i peccati, ma gli occhi del peccatore. Lo scrive anche san Francesco in una lettera ai fedeli: «Non pretendere che gli altri siano cristiani migliori». E, poi, in una lettera a un ministro dice: «Anche se un frate pecca mille volte, tu mille volte riaccoglilo».

Per lei che esperienza è la confessione? In particolare, l’oggettività di cui è strumento: l’agire in persona Christi?
Per me accogliere i capolavori che Dio ha fatto, ciascuna persona, è un’esperienza stupenda. E mi rendo proprio conto che quando confesso non sono io a parlare. È un Altro che parla in me. Ho la memoria fotografica dei volti, ma le cose che dico non me le ricordo. In quel momento, è lo Spirito Santo. È un’esperienza che faccio anche dall’altra parte: ad esempio, stavo andando a confessarmi da un monaco benedettino, con una forte domanda su che cosa sia davvero la preghiera; iniziamo e lui si mette a parlare della preghiera. Senza che gli dicessi nulla. Lì, fai esperienza che è Dio a parlarti. Ma proprio per questo è importante prepararsi alla confessione, non andare “a freddo” come si fa tante volte, ma “a caldo”. Ed è importante invocare prima lo Spirito Santo: sia su noi stessi, perché ci dia la grazia di riconoscere i nostri peccati, sia sul confessore, perché gli dia la grazia e le parole per noi.

Il Papa dice che il mistero della misericordia di Gesù è che lui «va oltre la legge e perdona accarezzando le ferite del peccato, come un confessore».
Gesù non giudica con la legge, perché la legge più grande è l’amore. Invece noi ci portiamo sempre addosso la paura di Dio, che Dio ci condanni, ci castighi. E questa è una responsabilità anche di come “comunichiamo” Dio nella Chiesa. Dio non sta a guardare le nostre pazzie di peccato: Dio è pazzo di noi. Si è incarnato a prescindere dai nostri peccati, ci ama a prescindere da quello che noi facciamo. Perché ci ama come figli. Poi, questo diventa anche un metodo di catechesi. Parlare del cristianesimo come mortificazione, come diminuzione di vita... Il contrario! È un aumento di vita. Ce lo ha insegnato don Giussani, no?

Cosa significa per un confessore essere misericordioso?
La misericordia non è buonismo. Il confessore deve aiutare la persona a rendersi conto dell’Incontro che sta vivendo. Non è una conversazione tra amici: l’altro non sta incontrando fra Emiliano, ma Gesù. E quando incontri Gesù hai timore e tremore, e insieme sei riempito di stupore e meraviglia, come un bambino. Dallo stupore nasce un nuovo modo di vivere. Allora, il confessore non deve curiosare, come ci ha ricordato il Papa, ma nemmeno essere muto: deve donare parole che siano medicamenta. Che siano consolazione e speranza. Noi dobbiamo rendere conto delle parole che diciamo.

Il Papa accosta la misericordia alla parola giustizia, e dice: «Peccatori sì, corrotti no». 
Essere misericordiosi non significa coprire gli scandali con un silenzio complice. Il Papa dice questo anche all’interno della Chiesa. Noi copriamo, copriamo... Ma poi sono dolori forti. La corruzione la viviamo tutti quando ci abituiamo al peccato: ne siamo immersi, al punto che non ci rendiamo conto di fare del male. Bisogna vigilare, non sentirsi mai a posto. Essere attenti e vigilare, lasciarsi risvegliare dalla vita quotidiana.

Come vive da confessore il rapporto tra verità e carità?
In questo senso, il compito di noi sacerdoti è anche quello di educare. Intendo: condurre l’altro dolcemente alla verità di se stesso. Condurre “fuori da sé”: dall’amor sui, l’amor proprio, all’amor Dei. Significa liberarlo da se stesso: dalla falsa immagine di sé, dai blocchi che si porta, ed anche liberare i doni, i carismi che ha. Noi sacerdoti non dobbiamo essere amministratori del sacro, ma educatori. Dobbiamo santificare e discernere, ma anche educare le anime. Io ho avuto la grazia di stare un po’ di tempo nella Certosa di Serra San Bruno, dove era passato André Louf, uno dei più grandi maestri di discernimento, che diceva: «Bisogna stare al fianco di un’anima in tutto, ma sempre un passo indietro, perché ad ogni crocevia possa scegliere». Nella libertà. E poi, credo che dobbiamo togliere dal nostro vocabolario di confessori la parola: rigidità.

Che cosa intende?
La rigidità crea dei soldati. Dio ci vuole figli, non soldati: un soldato obbedisce, ma forse il suo cuore no; il figlio è docile e obbedisce per amore. Perché si sente amato.

Cos’ha provato quando è stato scelto come Missionario della Misericordia?
Non so quali sono stati i criteri di scelta, ma so che Dio si ricorda sempre di noi e ogni tanto anche i nostri “superiori” si ricordano di noi. A parte gli scherzi, ogni missione è un dono e un mistero di Dio. Ho accolto il mandato con l’Amen di Maria che si rende disponibile al progetto d’amore che Dio ha per me. Credo che Dio non scelga chi è capace, ma è Lui che ci rende capaci, con la forza dello Spirito Santo. Maria ci aiuti in tutto questo e ci faccia scoprire ogni giorno il Volto del Figlio nei volti dei figli, che hanno bisogno dell’amore del Padre.

lunedì 2 maggio 2016

Messaggio del 2 maggio 2016

«Cari figli, il mio Cuore materno desidera la vostra sincera conversione e che abbiate una fede salda, affinché possiate diffondere amore e pace a tutti coloro che vi circondano. Ma, figli miei, non dimenticate: ognuno di voi dinanzi al Padre Celeste è un mondo unico! Perciò permettete che l’azione incessante dello Spirito Santo abbia effetto su di voi. Siate miei figli spiritualmente puri. Nella spiritualità è la bellezza: tutto  ciò che è spirituale è vivo e molto bello. Non dimenticate che nell’Eucaristia, che è il cuore della fede, mio Figlio è sempre con voi. Egli viene a voi e con voi spezza il pane perché, figli miei, per voi è morto, è risorto e viene nuovamente. Queste mie parole vi sono note perché esse sono la verità, e la verità non cambia: solo che molti miei figli l’hanno dimenticata. Figli miei, le mie parole non sono né vecchie né nuove, sono eterne. Perciò invito voi, miei figli, a osservare bene i segni dei tempi, a “raccogliere le croci frantumate” e ad essere apostoli della Rivelazione. Vi ringrazio.»

lunedì 25 aprile 2016

Messaggio, 25. aprile 2016

"Cari figli! Il Mio Cuore Immacolato sanguina guardandovi nel peccato e nelle abitudini peccaminose. Vi invito: ritornate a Dio ed alla preghiera affinché siate felici sulla terra. Dio vi invita tramite me perché i vostri cuori siano speranza e gioia per tutti coloro che sono lontani. Il mio invito sia per voi balsamo per l’anima e il cuore perché glorifichiate Dio Creatore che vi ama e vi invita all’ eternità. Figlioli, la vita è breve, approfittate di questo tempo per fare il bene. Grazie per aver risposto alla mia chiamata.”

sabato 26 marzo 2016

Papa Fran cesco, al termine della via Crucis 2016

Roma (AsiaNews) – Papa Francesco ha concluso la Via Crucis con una preghiera alla croce di Cristo “simbolo dell’amore divino e dell’ingiustizia umana” che vediamo ancora oggi nei tanti mali del mondo – dai cristiani “uccisi, bruciati vivi, sgozzati e decapitati” ai corrotti, dagli anziani abbandonati ai migranti morti in mare – ma anche “vessillo della vittoria” nei volti delle suore e dei consacrati che abbandonano tutto per aiutare gli altri o nei volontari che soccorrono generosamente i bisognosi e i percossi. “O Croce di Cristo – la preghiera del Papa - simbolo dell’amore divino e dell’ingiustizia umana, icona del sacrificio supremo per amore e dell’egoismo estremo per stoltezza, strumento di morte e via di risurrezione, segno dell’obbedienza ed emblema del tradimento, patibolo della persecuzione e vessillo della vittoria. O Croce di Cristo, ancora oggi ti vediamo eretta nelle nostre sorelle e nei nostri fratelli uccisi, bruciati vivi, sgozzati e decapitati con le spade barbariche e con il silenzio vigliacco. O Croce di Cristo, ancora oggi ti vediamo nei volti dei bambini, delle donne e delle persone, sfiniti e impauriti che fuggono dalle guerre e dalle violenze e spesso non trovano che la morte e tanti Pilati con le mani lavate. O Croce di Cristo, ancora oggi ti vediamo nei dottori della lettera e non dello spirito, della morte e non della vita, che invece di insegnare la misericordia e la vita, minacciano la punizione e la morte e condannano il giusto. O Croce di Cristo, ancora oggi ti vediamo nei ministri infedeli che invece di spogliarsi delle proprie vane ambizioni spogliano perfino gli innocenti della propria dignità. O Croce di Cristo, ti vediamo ancora oggi nei cuori impietriti di coloro che giudicano comodamente gli altri, cuori pronti a condannarli perfino alla lapidazione, senza mai accorgersi dei propri peccati e colpe. O Croce di Cristo, ti vediamo ancora oggi nei fondamentalismi e nel terrorismo dei seguaci di qualche religione che profanano il nome di Dio e lo utilizzano per giustificare le loro inaudite violenze. O Croce di Cristo, ti vediamo ancora oggi in coloro che vogliono toglierti dai luoghi pubblici ed escluderti dalla vita pubblica, nel nome di qualche paganità laicista o addirittura in nome dell’uguaglianza che tu stesso ci hai insegnato. O Croce di Cristo, ti vediamo ancora oggi nei potenti e nei venditori di armi che alimentano la fornace delle guerre con il sangue innocente dei fratelli e danno ai loro figli da mangiare il pane insanguinato. O Croce di Cristo, ti vediamo ancora oggi nei traditori che per trenta denari consegnano alla morte chiunque. O Croce di Cristo, ti vediamo ancora oggi nei ladroni e nei corrotti che invece di salvaguardare il bene comune e l’etica si vendono nel misero mercato dell’immoralità. O Croce di Cristo, ti vediamo ancora oggi negli stolti che costruiscono depositi per conservare tesori che periscono, lasciando Lazzaro morire di fame alle loro porte. O Croce di Cristo, ti vediamo ancora oggi nei distruttori della nostra “casa comune” che con egoismo rovinano il futuro delle prossime generazioni. O Croce di Cristo, ti vediamo ancora oggi negli anziani abbandonati dai propri famigliari, nei disabili e nei bambini denutriti e scartati dalla nostra egoista e ipocrita società. O Croce di Cristo, ti vediamo ancora oggi nel nostro Mediterraneo e nel mar Egeo divenuti un insaziabile cimitero, immagine della nostra coscienza insensibile e narcotizzata. O Croce di Cristo, immagine dell’amore senza fine e via della Risurrezione, ti vediamo ancora oggi nelle persone buone e giuste che fanno il bene senza cercare gli applausi o l’ammirazione degli altri. O Croce di Cristo, ti vediamo ancora oggi nei ministri fedeli e umili che illuminano il buio della nostra vita come candele che si consumano gratuitamente per illuminare la vita degli ultimi. O Croce di Cristo, ti vediamo ancora oggi nei volti delle suore e dei consacrati - i buoni samaritani - che abbandonano tutto per bendare, nel silenzio evangelico, le ferite delle povertà e dell’ingiustizia. O Croce di Cristo, ti vediamo ancora oggi nei misericordiosi che trovano nella misericordia l’espressione massima della giustizia e della fede. O Croce di Cristo, ti vediamo ancora oggi nelle persone semplici che vivono gioiosamente la loro fede nella quotidianità e nell’osservanza filiale dei comandamenti. O Croce di Cristo, ti vediamo ancora oggi nei pentiti che sanno, dalla profondità della miseria dei loro peccati, gridare: Signore ricordati di me nel Tuo regno! O Croce di Cristo, ti vediamo ancora nei beati e nei santi che sanno attraversare il buio della notte della fede senza perdere la fiducia in te e senza pretendere di capire il Tuo silenzio misterioso. O Croce di Cristo, ti vediamo ancora oggi nelle famiglie che vivono con fedeltà e fecondità la loro vocazione matrimoniale. O Croce di Cristo, ti vediamo ancora oggi nei volontari che soccorrono generosamente i bisognosi e i percossi. O Croce di Cristo, ti vediamo ancora oggi nei perseguitati per la loro fede che nella sofferenza continuano a dare testimonianza autentica a Gesù e al Vangelo. O Croce di Cristo, ti vediamo ancora oggi nei sognatori che vivono con il cuore dei bambini e che lavorano ogni giorno per rendere il mondo un posto migliore, più umano e più giusto. In te Santa Croce vediamo Dio che ama fino alla fine, e vediamo l’odio che spadroneggia e acceca i cuori e le menti di coloro che preferiscono le tenebre alla luce. O Croce di Cristo, Arca di Noè che salvò l’umanità dal diluvio del peccato, salvaci dal male e dal maligno! O Trono di Davide e sigillo dell’Alleanza divina ed eterna, svegliaci dalle seduzioni della vanità! O grido di amore, suscita in noi il desiderio di Dio, del bene e della luce. O Croce di Cristo, insegnaci che l’alba del sole è più forte dell’oscurità della notte. O Croce di Cristo, insegnaci che l’apparente vittoria del male si dissipa davanti alla tomba vuota e di fronte alla certezza della Risurrezione e dell’amore di Dio che nulla può sconfiggere od oscurare o indebolire. Amen!”

venerdì 26 febbraio 2016

Messaggio, 25. febbraio 2016

"Cari figli! In questo tempo di grazia vi invito tutti alla conversione. Figlioli, amate poco, pregate ancora meno. Siete persi e non sapete qual è il vostro scopo. Prendete la croce, guardate Gesù e seguitelo. Lui si dona a voi fino alla morte in croce perché vi ama. Figlioli, vi invito a ritornare alla preghiera del cuore perché nella preghiera possiate trovare la speranza ed il senso della vostra esistenza. Io sono con voi e prego per voi. Grazie per aver risposto alla mia chiamata."