venerdì 11 gennaio 2019

Carrón al Corriere: «I sovranismi sono fallimentari. Il cristiano deve vincere la paura»

«I migranti, prima che numeri, sono persone concrete, volti, nomi, storie, aveva detto il Papa a Lesbo». L'intervista al Presidente della Fraternità di CL sul Corriere della Sera (10 gennaio 2019)
Gian Guido Vecchi
«Ricordo l’impressione che mi fece la notizia di un immigrato pakistano: giunto stremato in un centro di accoglienza italiano, incontra un volontario che lo chiama e gli domanda se vuole pasta in bianco o al sugo, carne o pesce. L'uomo scoppia in lacrime, nessuno lo aveva mai chiamato per nome. Un gesto semplice di umanità gli ha fatto cambiare idea su quelli che prima per lui erano solo degli “infedeli”». Don Julián Carrón, scelto dal fondatore Don Luigi Giussani come suo successore, guida Comunione e Liberazione dal 2005.

Ci sono voluti diciannove giorni perché si aiutassero 49 persone lasciate in alto mare. Che sta succedendo, in Europa, se è dovuto intervenire Francesco all'Angelus per scuotere i leader?
«È il segno di una crisi che non è innanzitutto politica o economica ma antropologica, perché riguarda i fondamenti della vita personale e sociale. Uno strano oscuramento del pensiero costringe il Papa a rimettere davanti a tutti la realtà, prima delle idee e degli schieramenti. Già Benedetto XVI ricordava che l'esperienza migratoria rende le persone vulnerabili: sfruttamento, abusi, violenza. Per questo l'attuale pontefice richiama tutti a rispettare l'imperativo morale di garantire ai migranti la tutela dei diritti fondamentali e rispettarne la dignità. Il cristiano riconosce che i migranti hanno bisogno di leggi e di programmi di sviluppo, tanto quanto “di essere guardati negli occhi”, diceva Francesco: “Hanno bisogno di Dio, incontrato nell'amore gratuito”. Allora tutto può cambiare».

Forse il problema è che si parla di numeri, di «clandestini» in astratto...
«È proprio così. Fa parte della nostra riduzione dello sguardo che impedisce di cogliere l'umano. I migranti, prima che numeri, sono persone concrete, volti, nomi, storie, aveva detto il Papa a Lesbo nel 2016. Dovrebbe essere palese ma non lo è più, segno che è andato in crisi il nostro rapporto con la realtà: per questo le sue parole suonano “rivoluzionarie”. Tutto è guardato attraverso filtri che non raggiungono più la persona reale. Il Papa ci indica il metodo: “Si vede bene solo con la vicinanza che dà la misericordia”».

Francesco ha denunciato il riapparire di populismi e nazionalismi che «indeboliscono» il «sistema multilaterale». Perché accade?
«Nel tempo ha prevalso la dimensione universale, un tentativo che ha le sue radici nell'Illuminismo: salvaguardare i valori - persona, vita, famiglia, società - slegandoli dall'appartenenza alla storia particolare che li aveva generati. Alla globalizzazione, espressione ultima del tentativo illuminista, si oppone una concezione di appartenenza nazionalistica. Ma tale reazione non risolve il problema, lo sposta solo in avanti rimandandone la soluzione: un equilibrio corretto tra appartenenza a una storia particolare e apertura all’universale».

Come si può rimediare alla strategia della paura?
«Si può rimediare solo se si trova una vera risposta alla paura. La paura non si vince con la violenza, la chiusura, i muri, tutte espressioni di una sconfitta. La paura è sconfitta solo da una presenza. Ciò che vince la paura del buio in un bimbo è la presenza unica della mamma. Ciascuno dovrà scoprire nella sua vita quali presenze rispondono alle sue paure».

La sfida sovranista, da Bannon a Salvini, inalbera i «valori cristiani». Che può fare la Chiesa?
«È chiamata alla sua missione unica. Essa custodisce il “segreto” della vittoria sulla paura, l'unica Presenza che la vince senza bisogno della violenza. Questa è un'opportunità formidabile per la Chiesa di riscoprire il suo compito: annunciare questa Presenza, renderla testimonianza. Solo lasciandosi investire dalla presenza di Cristo, potrà testimoniare a tutti una modalità di vincere la paura adeguata alle sfide odierne. È il contributo che noi cristiani siamo chiamati a dare: generare uomini e donne non dominati dalla paura, in grado di creare luoghi capaci di accogliere e integrare chi è diverso da noi. Le vie d'uscita di pura reazione sono fallimentari in partenza, anche se nel breve termine possono sembrare vincenti. Manca la prospettiva storica. Abbiamo già assistito a troppe situazioni in cui è diventata dominante una mentalità che non ha retto l'urto del tempo. Staremo a vedere quanto dura questa».

Cosa direbbe ai fedeli sedotti dal sovranismo?
«Che guardino se stessi e vedano se esso risponde alle loro aspettative, quando vanno a dormire e si alzano al mattino. In questo momento drammatico è in gioco ognuno di noi e, quindi, la nostra famiglia, i nostri rapporti, i nostri fratelli bisognosi, la nostra società. Sarebbe un peccato sprecare l’occasione».

domenica 6 gennaio 2019

che cosa hanno visto in cielo i Magi? Un contributo di M.Gargantini

Un "meeting" planetario ha tracciato il percorso dei Magi verso Betlemme

tratto da http://www.gargantini.net per gentile concessione dell'autore

La strada che ancora oggi molti pellegrini percorrono per andare da Gerusalemme a Betlemme è più o meno quella che hanno percorso i Magi 2017 anni fa; si snoda in direzione Sud e all’inizio di dicembre dell’anno 7 a.C. (data sempre più accreditata per la nascita di Gesù) mostrava un fenomeno astronomico singolare, di quelli che accadono circa ogni ottocento anni: tre pianeti, di quelli visibili anche a occhio nudo, nel loro vagare tra le stelle fisse (la parola pianeta significa infatti “errante”) vengono a congiungersi nella stessa posizione (vista da Terra) creando un punto luminoso molto intenso e brillante.
È questo, e non una cometa né una supernova, il segno che ha guidato gli studiosi venuti da oriente fino alla grotta della Natività. Tra le diverse interpretazioni del significato dell’espressione del Vangelo di Matteo “abbiamo visto sorgere la sua stella …”, questa della congiunzione planetaria tra Saturno, Giove e Marte è ormai la più accreditata, confortata da una serie di dati e riscontri astronomici e storici.
Ma già il grande Keplero, all’inizio del Seicento aveva avanzato questa ipotesi, ricordando che in un commentario rabbinico alla Scrittura (quello del rabbino Abarbanel) si diceva che la venuta del Messia sarebbe stata preceduta da una congiunzione fra Giove e Saturno nel segno dei Pesci. Keplero era un abile matematico e dai suoi calcoli aveva stimato la data del meeting planetario tra il giugno del 7 a.C. e il marzo del 6 a.C. I calcoli moderni, sui quali si basano anche semplici simulazioni al computer che ci mostrano il cielo di allora sopra l’area di Gerusalemme, confermano che nel 7 a.C. si sono verificate ben tre congiunzioni di Giove e Saturno nella costellazione dei Pesci: il 29 maggio, il 3 ottobre e il 4 dicembre; nei mesi successivi fino a marzo il fenomeno si è completato con l’inserimento di Marte.
Il susseguirsi di congiunzioni, e non tanto la scia della cometa, segna quindi le tappe del viaggio dei Magi e ciò che è accaduto nel cielo il 4 dicembre ben si accorda con la descrizione di Matteo: la stella che prima li precedeva “si fermò sopra il luogo ove si trovava il bambino”; in effetti in quel giorno i due pianeti erano stazionari per poi invertire il loro moto e separarsi.
Prima dei calcoli moderni, queste congiunzioni sono state osservate e descritte dagli astronomi dei territori medio-orientali, dove erano ben visibili, e sono documentate nelle tavole planetarie egiziane del tempo e nel calendario stellare detto di Sippar, dal nome della sede della scuola astronomica di Babilonia.
Quindi si trattava di un evento celeste noto agli studiosi, quali erano i magi, ma non così evidente “per il grande pubblico”; ma anche questa circostanza rafforza un particolare del racconto evangelico: il fatto cioè che Erode dovesse chiedere una consulenza agli astronomi orientali per decifrare il fenomeno e per avere una conferma della sua singolarità, che portava a una facile e clamorosa deduzione: un segno così preannunciava la nascita di un re potente e generoso e l’inizio di una nuova era.
E la questione della cometa? Nei primi secoli del cristianesimo non se ne parla, finché compare sopra la capanna nella celebre natività affrescata da Giotto nella Cappella degli Scrovegni a Padova nel 1303. Non è tanto azzardato supporre che l’idea sia venuta al grande artista dall’emozione ancora viva dell’osservazione della cometa di Halley che era stata ben visibile nei cieli europei nel 1301. La Halley è una delle comete più affezionate alla nostra Terra: ritorna ogni 75 anni circa e se ne sono documentati con precisione gli ultimi 41 passaggi. Tale documentazione esclude però che potesse essere lei la annunciatrice del Messia: infatti il suo ultimo passaggio in epoca precristiana è avvenuto nel 12 a.C. e il successivo nel 65 d.C. Inoltre, nessuna della altre numerose fonti di osservazioni astronomiche antiche, da quelle babilonesi a quelle cinesi, segnala passaggi cometari in quegli anni.
Resterebbe l’ipotesi della supernova, cioè di quelle improvvise esplosioni di stelle massicce giunte alla fase finale della loro vita che diventano molto luminose e proiettano nello spazio i materiali preziosi per l’evoluzione della storia cosmica. C’è da dire che se in area mesopotamica fosse apparsa una supernova difficilmente gli astronomi babilonesi l’avrebbero ignorata; invece non ve n’è traccia nei loro resoconti: solo alcune cronache cinesi accennano a una stella “nova” apparsa nel 5 a.C. ma con pochi altri dettagli. Inoltre una supernova è un evento collocato in una posizione ben precisa nella volta celeste e ha poco le caratteristiche di “messaggero” che si sposta per tracciare una strada.
Acquista perciò sempre più forza l’ipotesi della congiunzione planetaria. Che, come ogni ipotesi scientifica, non può avere nessuna pretesa oltre a quella di una descrizione, peraltro sempre perfezionabile, dei fenomeni naturali. Una conoscenza scientifica più precisa delle circostanze fisiche nelle quali si è manifestato l’evento della nascita di Cristo non toglie nulla al carattere straordinario e soprannaturale di quell’avvenimento, anzi concorre a indicarne la concretezza di fatto storico, incontrabile nella storia, e rende ancor più significativo il gesto genuinamente umano dei Magi: “… siamo venuti per adorarlo”.

Mario Gargantini
giovedì 6 gennaio 2011