giovedì 27 dicembre 2018

papa Francesco - Omelia della messa di mezzanotte di Natale 2018

OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO
Basilica Vaticana
Lunedì, 24 dicembre 2018


Giuseppe, con Maria sua sposa, salì «alla città di Davide chiamata Betlemme» (Lc 2,4). Stanotte, anche noi saliamo a Betlemme per scoprirvi il mistero del Natale.
1. Betlemme: il nome significa casa del pane. In questa “casa” il Signore dà oggi appuntamento all’umanità. Egli sa che abbiamo bisogno di cibo per vivere. Ma sa anche che i nutrimenti del mondo non saziano il cuore. Nella Scrittura, il peccato originale dell’umanità è associato proprio col prendere cibo: «prese del frutto e ne mangiò», dice il libro della Genesi (3,6). Prese e mangiò. L’uomo è diventato avido e vorace. Avere, riempirsi di cose pare a tanti il senso della vita. Un’insaziabile ingordigia attraversa la storia umana, fino ai paradossi di oggi, quando pochi banchettano lautamente e troppi non hanno pane per vivere.
Betlemme è la svolta per cambiare il corso della storia. Lì Dio, nella casa del pane, nasce in una mangiatoia. Come a dirci: eccomi a voi, come vostro cibo. Non prende, offre da mangiare; non dà qualcosa, ma sé stesso. A Betlemme scopriamo che Dio non è qualcuno che prende la vita, ma Colui che dona la vita. All’uomo, abituato dalle origini a prendere e mangiare, Gesù comincia a dire: «Prendete, mangiate. Questo è il mio corpo» (Mt 26,26). Il corpicino del Bambino di Betlemme lancia un nuovo modello di vita: non divorare e accaparrare, ma condividere e donare. Dio si fa piccolo per essere nostro cibo. Nutrendoci di Lui, Pane di vita, possiamo rinascere nell’amore e spezzare la spirale dell’avidità e dell’ingordigia. Dalla “casa del pane”, Gesù riporta l’uomo a casa, perché diventi familiare del suo Dio e fratello del suo prossimo. Davanti alla mangiatoia, capiamo che ad alimentare la vita non sono i beni, ma l’amore; non la voracità, ma la carità; non l’abbondanza da ostentare, ma la semplicità da custodire.
Il Signore sa che abbiamo bisogno ogni giorno di nutrirci. Perciò si è offerto a noi ogni giorno della sua vita, dalla mangiatoia di Betlemme al cenacolo di Gerusalemme. E oggi ancora sull’altare si fa Pane spezzato per noi: bussa alla nostra porta per entrare e cenare con noi (cfr Ap 3,20). A Natale riceviamo in terra Gesù, Pane del cielo: è un cibo che non scade mai, ma ci fa assaporare già ora la vita eterna.
A Betlemme scopriamo che la vita di Dio scorre nelle vene dell’umanità. Se la accogliamo, la storia cambia a partire da ciascuno di noi. Perché quando Gesù cambia il cuore, il centro della vita non è più il mio io affamato ed egoista, ma Lui, che nasce e vive per amore. Chiamati stanotte a salire a Betlemme, casa del pane, chiediamoci: qual è il cibo della mia vita, di cui non posso fare a meno? È il Signore o è altro? Poi, entrando nella grotta, scorgendo nella tenera povertà del Bambino una nuova fragranza di vita, quella della semplicità, chiediamoci: ho davvero bisogno di molte cose, di ricette complicate per vivere? Riesco a fare a meno di tanti contorni superflui, per scegliere una vita più semplice? A Betlemme, accanto a Gesù, vediamo gente che ha camminato, come Maria, Giuseppe e i pastori. Gesù è il Pane del cammino. Non gradisce digestioni pigre, lunghe e sedentarie, ma chiede di alzarsi svelti da tavola per servire, come pani spezzati per gli altri. Chiediamoci: a Natale spezzo il mio pane con chi ne è privo?
2. Dopo Betlemme casa del pane, riflettiamo su Betlemme città di Davide. Lì Davide, da ragazzo, faceva il pastore e come tale fu scelto da Dio, per essere pastore e guida del suo popolo. A Natale, nella città di Davide, ad accogliere Gesù ci sono proprio i pastori. In quella notte «essi – dice il Vangelo – furono presi da grande timore» (Lc 2,9), ma l’angelo disse loro: «non temete» (v. 10). Torna tante volte nel Vangelo questo non temete: sembra il ritornello di Dio in cerca dell’uomo. Perché l’uomo, dalle origini, ancora a causa del peccato, ha paura di Dio: «ho avuto paura e mi sono nascosto» (Gen 3,10), dice Adamo dopo il peccato. Betlemme è il rimedio alla paura, perché nonostante i “no” dell’uomo, lì Dio dice per sempre “sì”: per sempre sarà Dio-con-noi. E perché la sua presenza non incuta timore, si fa tenero bambino. Non temete: non viene detto a dei santi, ma a dei pastori, gente semplice che al tempo non si distingueva certo per garbo e devozione. Il Figlio di Davide nasce tra i pastori per dirci che mai più nessuno è solo; abbiamo un Pastore che vince le nostre paure e ci ama tutti, senza eccezioni.
I pastori di Betlemme ci dicono anche come andare incontro al Signore. Essi vegliano nella notte: non dormono, ma fanno quello che Gesù più volte chiederà: vegliare (cfr Mt 25,13; Mc 13,35; Lc 21,36). Restano vigili, attendono svegli nel buio; e Dio «li avvolse di luce» (Lc 2,9). Vale anche per noi. La nostra vita può essere un’attesa, che anche nelle notti dei problemi si affida al Signore e lo desidera; allora riceverà la sua luce. Oppure una pretesa, dove contano solo le proprie forze e i propri mezzi; ma in questo caso il cuore rimane chiuso alla luce di Dio. Il Signore ama essere atteso e non lo si può attendere sul divano, dormendo. Infatti i pastori si muovono: «andarono senza indugio», dice il testo (v. 16). Non stanno fermi come chi si sente arrivato e non ha bisogno di nulla, ma vanno, lasciano il gregge incustodito, rischiano per Dio. E dopo aver visto Gesù, pur non essendo esperti nel parlare, vanno ad annunciarlo, tanto che «tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori» (v. 18).
Attendere svegli, andare, rischiare, raccontare la bellezza: sono gesti di amore. Il buon Pastore, che a Natale viene per dare la vita alle pecore, a Pasqua rivolgerà a Pietro e, attraverso di lui a tutti noi, la domanda finale: «Mi ami?» (Gv 21,15). Dalla risposta dipenderà il futuro del gregge. Stanotte siamo chiamati a rispondere, a dirgli anche noi: “Ti amo”. La risposta di ciascuno è essenziale per il gregge intero.
«Andiamo dunque fino a Betlemme» (Lc 2,15): così dissero e fecero i pastori. Pure noi, Signore, vogliamo venire a Betlemme. La strada, anche oggi, è in salita: va superata la vetta dell’egoismo, non bisogna scivolare nei burroni della mondanità e del consumismo. Voglio arrivare a Betlemme, Signore, perché è lì che mi attendi. E accorgermi che Tu, deposto in una mangiatoia, sei il pane della mia vita. Ho bisogno della fragranza tenera del tuo amore per essere, a mia volta, pane spezzato per il mondo. Prendimi sulle tue spalle, buon Pastore: da Te amato, potrò anch’io amare e prendere per mano i fratelli. Allora sarà Natale, quando potrò dirti: “Signore, tu sai tutto, tu sai che io ti amo” (cfr Gv 21,17).

Carrón: «La sorpresa del Natale, vittoria contro le paure»

 «L’iniziativa audace che Dio ha preso con Maria ci raggiunge anche in questo Natale, rinnovando l’annuncio di una novità radicale». L'articolo del Presidente della Fraternità di CL sul "Corriere della Sera" del 23 dicembre
Julián Carrón
 
Caro Direttore, l’insicurezza esistenziale con cui l’uomo di oggi si trova a fare i conti così spesso, lo fa precipitare nella paura. Quante situazioni non può controllare con le sue forze! Era successo già al tempo del profeta Isaia: nell’imminenza di una guerra, la casa di Giuda cerca di assicurarsi l’alleanza di una potenza straniera, gli Assiri. Davanti alla paura la tentazione è sempre quella: affidarsi al potere, al più forte, perché ci liberi dallo stato di insicurezza in cui ci si trova. Ma i conti non tornano e la paura non viene meno. A questo punto, Dio prende l’iniziativa e si rivolge ad Acaz, re di Giuda, attraverso il profeta Isaia, per indicargli che quella non è l’unica strada, che ce n’è un’altra più sicura: affidarsi all’unico «potere» in grado di andare fino alla radice della paura e di sconfiggerla (cfr. Is 7,10-14). Quella via che noi giudicheremmo una astrazione diventa la più realistica. Il popolo d’Israele lo ha verificato una volta dopo l’altra nella sua storia.
Elia e Giovanni Gagini, "Adorazione dei magi", 1457. Via degli Orefici, Genova, l'immagine del Volantone di Natale di CLElia e Giovanni Gagini, "Adorazione dei magi", 1457. Via degli Orefici, Genova, l'immagine del Volantone di Natale di CL
Dio non proclama semplicemente di avere una passione per il destino dell’uomo: Egli interviene nella storia. Lo fa prendendo iniziative che possono anche sconvolgere situazioni che sembrerebbero già definite. Come nel caso di una giovane donna, Maria, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, Giuseppe (cfr. Lc 1,26-38). Potrebbe essere percepita come una interferenza indebita di Dio, che fa saltare i piani di due promessi sposi: in realtà è l’iniziativa che ogni uomo, consapevolmente o meno, attende, a cominciare da Maria: «Rallegrati, piena di grazia: il Signore è con te!» Chi non desidererebbe essere investito da questo sguardo pieno di tenerezza? È come se, all’annuncio dell’Angelo, Dio le avesse detto: «Solo una presenza può rispondere a tutta la paura del mondo e a tutta l’insicurezza degli uomini; io faccio percepire prima di tutto a te, faccio accadere in te questa presenza, la faccio vibrare dentro di te perché possa arrivare a tutti! Concepirai e darai alla luce un figlio e lo chiamerai Gesù».
Chi non desidererebbe essere investito da questo sguardo pieno di tenerezza? È come se, all’annuncio dell’Angelo, Dio le avesse detto: «Solo una presenza può rispondere a tutta la paura del mondo»
Con questa iniziativa assolutamente unica, Dio assicura a lei e a tutti gli uomini che non saranno più soli, né vittime della paura, che potranno sempre appoggiarsi a quella Presenza, in qualunque situazione vengano a trovarsi; di fronte a qualunque sfida, potranno non temere, perché potranno viverla nella compagnia con Lui: hanno trovato grazia presso Dio.

Ma questa iniziativa va accolta. La risposta non è per nulla scontata. Nemmeno quella di Maria. Nell’udire quelle parole si sarebbe potuta spaventare o essere talmente sopraffatta da voler scappare. C’erano di mezzo la ragione e la libertà di quella giovane donna. Maria si rende disponibile accettando quell’annuncio imprevisto e imprevedibile: «Avvenga per me secondo la tua parola».
Il momento più drammatico, tuttavia, deve ancora venire: è quando l’Angelo si allontana da lei. Perché quell’allontanarsi di Dio? Il Mistero non vuole imporsi prepotentemente, quasi si ritrae dalla scena per lasciare spazio alla sua libertà. Perché non glielo risparmia, ci domandiamo a volte sconcertati? Perché quell’annuncio non può essere subito passivamente, tantomeno imposto dall’esterno. È solo nella libertà che può diventare suo. E come è diventato suo? «Maria conservava tutte queste cose, meditandole nel suo cuore». Da allora la Madonna ha dettato il metodo della vita, per affrontare tutte le circostanze. Per questa via emerge un io nuovo: un io con una autocoscienza nuova, non più schiacciato dalla paura, perché tutto dominato da quella Presenza. È una possibilità a portata di mano della libertà di Maria, così come è accessibile a ciascuno di noi, che siamo raggiunti oggi – attraverso incontri concreti, determinati – dall’annuncio del «Dio con noi».
Il Mistero non vuole imporsi prepotentemente, quasi si ritrae dalla scena per lasciare spazio alla sua libertà. Perché non glielo risparmia, ci domandiamo a volte sconcertati?
L’intervento del Mistero nella nostra esistenza non sconfigge la paura come per magia, ma investe la vita della Sua presenza, provocando la nostra ragione e la nostra libertà a riconoscerla. Solo chi la riconosce e vi si affida potrà verificare fino a che punto questa paura è vinta dalla Sua presenza. «Beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto» (Lc 1,45).
Dio non ci risparmia la strada della verifica, come non l’ha risparmiata alla Madonna. La vittoria sulla insicurezza esistenziale e sulla paura avviene secondo un disegno che non è il nostro, ma avviene. L’iniziativa audace che Dio ha preso con Maria ci raggiunge anche in questo Natale, rinnovando l’annuncio di una novità radicale: «Il cristianesimo è una presenza dentro la tua esistenza, una presenza che assicura un cambiamento inimmaginabile, inimmaginabile» (don Giussani). Lo abbiamo visto testimoniato nella storia: non c’è ostacolo che tenga davanti alla Sua iniziativa: scetticismo, incapacità, malattia, circostanze.
La vittoria sulla insicurezza esistenziale e sulla paura avviene secondo un disegno che non è il nostro, ma avviene
Se accogliamo la sua Presenza, che ci raggiunge oggi attraverso un segno umano, si introduce in noi quel cambiamento. Non siamo più soli davanti agli imprevisti della vita. Come ha detto papa Francesco nei giorni scorsi, «il Natale porta cambi di vita inaspettati: l’Altissimo è un piccolo bimbo. Chi se lo sarebbe aspettato? Natale è celebrare un Dio inedito, che ribalta le nostre logiche e le nostre attese, una sorpresa, non una cosa già vista» (Udienza generale, 19 dicembre 2018).

Troverà anche oggi un cuore disponibile ad accoglierlo?