domenica 27 novembre 2016

Messaggio del 25 novembre 2016

"Cari figli! Anche oggi vi invito a ritornare alla preghiera. In questo tempo di grazia, Dio mi ha permesso di guidarvi verso la santità e verso una vita semplice, affinché nelle piccole cose possiate scoprire Dio Creatore, innamorarvi di Lui e affinché la vostra vita sia un ringraziamento all’Altissimo per tutto quello che Lui vi dona. Figlioli, la vostra vita sia un dono per gli altri nell’amore e Dio vi benedirà. E voi, testimoniate senza interesse, per amore verso Dio. Io sono con voi e intercedo davanti a mio Figlio per tutti voi. Grazie per aver risposto alla mia chiamata.”

martedì 25 ottobre 2016

Messaggio, 25. ottobre 2016

"Cari figli! Oggi vi invito: pregate per la pace! Abbandonate l'egoismo e vivete i messaggi che vi do. Senza di essi non potete cambiare la vostra vita. Vivendo la preghiera avrete la pace. Vivendo nella pace sentirete il bisogno di testimoniare, perché scoprirete Dio che adesso sentite lontano. Perciò, figlioli, pregate, pregate, pregate e permettete a Dio di entrare nei vostri cuori. Ritornate al digiuno e alla confessione, affinché possiate vincere il male in voi e attorno a voi. Grazie per aver risposto alla mia chiamata.”

venerdì 7 ottobre 2016

Messaggio, 02. ottobre 2016

"Cari figli, lo Spirito Santo, mandato dal Padre Celeste, mi ha reso Madre: Madre di Gesù e, per ciò stesso, anche vostra Madre. Perciò vengo per ascoltarvi, per spalancare a voi le mie braccia materne, per darvi il mio Cuore e invitarvi a restare con me, poiché dall'alto della croce mio Figlio vi ha affidato a me. Purtroppo molti miei figli non hanno conosciuto l'amore di mio Figlio, molti non vogliono conoscere lui. Oh figli miei, quanto male fanno coloro che devono vedere o comprendere per credere! Perciò voi, figli miei, apostoli miei, nel silenzio del vostro cuore ascoltate la voce di mio Figlio, affinché il vostro cuore sia sua dimora, e non sia tenebroso e triste, ma illuminato dalla luce di mio Figlio. Cercate la speranza con fede, poiché la fede è la vita dell'anima. Vi invito di nuovo: pregate! Pregate per vivere la fede in umiltà, nella pace dello spirito e rischiarati dalla luce. Figli miei, non cercate di capire tutto subito, perché anch'io non ho compreso subito tutto, ma ho amato e creduto nelle parole divine che mio Figlio diceva, lui che è stato la prima luce e l'inizio della Redenzione. Apostoli del mio amore, voi che pregate, vi sacrificate, amate e non giudicate: voi andate e diffondete la verità, le parole di mio Figlio, il Vangelo. Voi, infatti, siete un vangelo vivente, voi siete raggi della luce di mio Figlio. Mio Figlio ed io saremo accanto a voi, vi incoraggeremo e vi metteremo alla prova. Figli miei, chiedete sempre la benedizione di coloro, e soltanto di quelli, le cui mani mio Figlio ha benedetto, ossia dei vostri Pastori. Vi ringrazio!"

sabato 2 luglio 2016

Messaggio del 2 luglio 2016

“Cari figli, la mia presenza reale e vivente in mezzo a voi deve rendervi felici, perché questo è il grande amore di mio Figlio. Egli mi manda in mezzo a voi affinché, con materno amore, io vi dia sicurezza; affinché comprendiate che dolore e gioia, sofferenza e amore fanno sì che la vostra anima viva intensamente; affinché vi inviti nuovamente a celebrare il Cuore di Gesù, il cuore della fede: l’Eucaristia. Mio Figlio, di giorno in giorno, nei secoli ritorna vivente in mezzo a voi: ritorna a voi, anche se non vi ha mai abbandonato. Quando uno di voi, miei figli, ritorna a lui, il mio Cuore materno sussulta di felicità. Perciò, figli miei, ritornate all’Eucaristia, a mio Figlio. La strada verso mio Figlio è difficile e piena di rinunce ma, alla fine, c’è sempre la luce. Io capisco i vostri dolori e le vostre sofferenze e, con materno amore, asciugo le vostre lacrime. Confidate in mio Figlio, poiché Egli farà per voi quello che non sapreste nemmeno chiedere. Voi, figli miei, voi dovete preoccuparvi soltanto per la vostra anima, perché essa è l’unica cosa che vi appartiene sulla terra. Sudicia o pura, la porterete davanti al Padre Celeste. Ricordate: la fede nell’amore di mio Figlio viene sempre ricompensata. Vi chiedo di pregare in modo particolare per coloro che mio Figlio ha chiamato a vivere secondo lui e ad amare il loro gregge. Vi ringrazio”.

domenica 26 giugno 2016

Messaggio, 25. giugno 2016

"Cari figli! Ringraziate Dio con me per il dono che Io sono con voi. Pregate, figlioli, e vivete i comandamenti di Dio perché siate felici sulla terra. Oggi, in questo giorno di grazia desidero darvi la mia benedizione materna di pace e del mio amore. Intercedo per voi presso mio Figlio e vi invito a perseverare nella preghiera perché con voi possa realizzare i miei piani. Grazie per aver risposto alla mia chiamata.”

sabato 7 maggio 2016

Misericordia e Confessione

da Tracce di aprile 2016

Un momento stupendo

di Alessandra Stoppa
ANNO SANTO - CONFESSIONE
È uno dei mille Missionari della Misericordia voluti dal Papa per il Giubileo. Fra’ EMILIANO ANTENUCCI, giovane cappuccino, spiega cosa è - e cosa non è - il sacramento della Confessione. E perché, quando sei faccia a faccia con Lui...

«Perché la Chiesa, in questo cambiamento epocale, è chiamata ad offrire più fortemente i segni della presenza e della vicinanza di Dio». Così papa Francesco, nella Pasqua dell’anno scorso, aveva spiegato la ragione di un Anno Santo dedicato alla Misericordia. Poi, nella Bolla d’indizione, aveva annunciato: «Ho l’intenzione di inviare i Missionari della Misericordia. Saranno un segno della sollecitudine materna della Chiesa per il popolo di Dio, perché entri in profondità nella ricchezza di questo mistero così fondamentale per la fede».
Fra’ Emiliano Antenucci è uno degli oltre mille Missionari voluti dal Papa. Frate cappuccino, ordinato sacerdote nel 2011 a Manoppello, in quel santuario del Volto Santo dove era stato assegnato per l’estate come guida dei pellegrini. Trentasei anni, vulcanico, è nato a Vasto ma la sua vocazione lo ha portato ad Assisi, a Foligno, all’Aquila (prima e dopo il terremoto), a Penne e ora a Chieti, nel convento di Mater Domini.
Per un anno intero ha vissuto in eremi e monasteri sparsi in tutta Italia, per fare delle ricerche sul silenzio. Così ha fondato il Corso del Silenzio, che oggi accompagna tanti giovani in Italia, in Ecuador, in Messico e in altri Paesi dove sta iniziando. «Cosa c’entrerà un frate con il silenzio?», ride lui: «È che il silenzio è il più grande maestro. Quando parlo con i giovani sento molta infelicità. Questo significa che non si riesce ad ascoltare bene ciò che Dio vuole dirci». San Bonaventura diceva che i frati sono «operai della seconda barca». Si riferiva proprio al loro compito di predicare e confessare, sostenere la vita spirituale anche dei parroci. «E richiamava al fatto di non perdersi nell’amministrare, organizzare, tenere in piedi le strutture», dice fra Emiliano: «La cosa più importante è curare le anime».

Che cosa vi ha chiesto il Papa, inviandovi?

Innanzitutto, di essere «il segno vivo dell’amore del Padre». Ma questo vale per tutti i sacerdoti, tutti sono Missionari della Misericordia. Anzi, lo sono tutti i cristiani, chiamati a portare quello che è “il secondo nome dell’amore”. Questo è la misericordia. Io penso ad un’immagine precisa: al grido del cuore di Cristo sulla croce. La misericordia è un atteggiamento del cuore, verso se stessi e verso tutti. Tutti. Ma possiamo essere misericordiosi solo perché Dio ha misericordia di noi.

Il vostro compito è di «celebrare il Sacramento della Riconciliazione per il popolo, perché il tempo di grazia donato nell’Anno Santo permetta a tanti figli lontani di ritrovare il cammino verso la casa paterna». Ma anche di essere «annunciatori della gioia del perdono».
Sì, siamo chiamati a confessare, con la possibilità di assolvere alcuni dei peccati riservati alla Santa Sede: la profanazione delle specie eucaristiche, la violenza fisica contro il Pontefice, la violazione del sigillo sacramentale da parte del confessore e la complicità nel peccato contro il sesto comandamento. Mentre l’assoluzione dell’aborto, per questo Anno Santo, è concessa a tutti i sacerdoti. Oltre alla confessione, noi Missionari siamo chiamati anche a fare delle catechesi, a predicare la misericordia attraverso le “missioni al popolo” organizzate dalle Diocesi. Io mi sento particolarmente aiutato in questo compito, perché noi cappuccini possiamo guardare ai nostri santi “specializzati”, da san Leopoldo Mandic a san Padre Pio.

Cosa le insegnano?
Per prima cosa che confessarsi non è fare la black list. Non è neppure uno scontrino per potersi accostare all’Eucarestia. Ma è un cammino di conversione. Io preferisco chiamarla riconciliazione: ancor più che penitenza o confessione, è il nome che richiama il carattere fondamentale di questo Sacramento, che non consiste solo nell’accusa dei peccati, ma nell’aumento della Grazia. La confessione è il luogo dove si riceve la Grazia. Il Papa dice, infatti, che già solo il fatto di andare a confessarsi è una grazia. Si chiama: grazia del riconoscimento.

E «la vergogna stessa è una grazia», dice Francesco.
Com’è vero. Il velo della vergogna si trasforma in lacrime di pentimento e di gioia. Dobbiamo riconoscere di essere peccatori, per conoscere la misericordia. Ma questo non vuol dire che Gesù si sia incarnato per il peccato: Gesù si è incarnato perché ci vuole bene. È molto importante. Credo che con una certa catechesi del peccato abbiamo mortificato tanta gente, abbiamo creato una sorta di “ascetica della tristezza”. Invece, in principio era la gioia, la luce, la Grazia. Non il peccato e le tenebre.

Nell’Udienza con CL, un anno fa, Francesco ha detto: «Il luogo privilegiato dell’incontro è la carezza della misericordia di Gesù Cristo verso il mio peccato».
Sì! E questo ci chiede una risposta libera. Pensiamo a quello che disse Léon Bloy, scrittore francese: «Una santa può cadere nel fango e una prostituta può salire alla luce». Questa è l’esperienza che facciamo tutti noi, davanti al dono della misericordia. La parabola del Figliol prodigo non ha un happy end, perché è lasciata a noi la scelta: continuare un cammino di santità o di tenebre. È una questione di libertà. Non si sa come finisce la storia, non si sa dove va il figlio maggiore o cosa fa il figlio minore. Tocca a noi il finale. «E l’angelo partì da Lei»: come è stato per la Vergine Maria dopo l’Annuncio. Il Signore ci dà la Grazia, i doni, ci fa vedere il bene e il male: «Io ti ho posto sul Monte», poi scegli tu. E questo ci permette anche di ricordare che la confessione non è una seduta di psicoanalisi: il sacerdote ti dà la Grazia di Dio, lo psicanalista no.

Cosa aiuta a vivere la confessione con coscienza?
A me aiutano molto i tre passaggi che formulò il cardinale Carlo Maria Martini: la confessio laudis, la confessio vitae, la confessio fidei. Innanzitutto, la confessio laudis: prima di confessarmi, devo ringraziare il Signore per tutti i doni che ho ricevuto. Di avere la vita, la vocazione, la casa - tanti non ce l’hanno -, la salute, lo studio o il lavoro, gli amici... Di tutto. Tutto è dono. Quindi: avere questo cuore grato. Del resto, il peccato fondamentale è proprio essere «smemorati». Essere smemorati dell’amore di Dio. Il peccato non è trasgredire una legge, ma tradire l’Amato e l’amore che mi vuole bene. Poi, c’è la confessio vitae. L’atto di confessare ad un sacerdote - che è un uomo come me, peccatore e fragile come me - tutte le mie contraddizioni, la mia miseria: miseria mia, misericordia Tua, diceva sant’Agostino. Quello che mi colpisce è che spesso noi confessiamo peccati già confessati. Non intendo quelli in cui ricadiamo sempre, ma quelli commessi e già perdonati, che però ritiriamo fuori. Questo è perché non ci perdoniamo noi. Il dramma è interiore. Ma soprattutto non abbiamo creduto al perdono di Dio. Ma questo perdono non è un sentimento!

Può spiegare meglio?
Per Dio perdonare è dimenticare: tu per lui quella cosa non l’hai mai fatta. Ma, per noi, questa misericordia è uno scandalo.

La confessio fidei riguarda questo?
Sì, essere certo per fede che la misericordia di Dio è più grande della mia miseria. Io non so se domani sorgerà il sole, ma so che la misericordia sorgerà prima del sole. Il punto è crescere in questa certezza: Dio ci copre con il suo manto infinito di misericordia, più grande di tutte le nostre miserie, che Lui ha gettato nel fondo dell’oceano.

Cosa sta imparando da quest’Anno della Misericordia e dalla missione che le è affidata?
Intanto imparo dal Papa una priorità: «Siate accoglienti. Dite all’altro: tu sei amato da Dio. E se non potete dare l’assoluzione, date una benedizione». Molte persone si allontanano dalla Chiesa per mancanza d’accoglienza. Allora, anche per me, la prima cosa è mettermi in ascolto. E rispetto all’altro, aiutarlo non è “dargli qualcosa”, non è dare le cose. Ricordo ora un insegnamento stupendo di don Oreste Benzi: «Il povero non è chi non ha niente, ma è chi non è niente». Per questo siamo tutti poveri. La cosa più vera è comunicare all’altro: «Tu sei importante per Dio, tu sei importante per me. Tu vali il sangue di Gesù. Sei un’opera d’arte, preziosa agli occhi di Dio». La prima virtù di un confessore non è guardare i peccati, ma gli occhi del peccatore. Lo scrive anche san Francesco in una lettera ai fedeli: «Non pretendere che gli altri siano cristiani migliori». E, poi, in una lettera a un ministro dice: «Anche se un frate pecca mille volte, tu mille volte riaccoglilo».

Per lei che esperienza è la confessione? In particolare, l’oggettività di cui è strumento: l’agire in persona Christi?
Per me accogliere i capolavori che Dio ha fatto, ciascuna persona, è un’esperienza stupenda. E mi rendo proprio conto che quando confesso non sono io a parlare. È un Altro che parla in me. Ho la memoria fotografica dei volti, ma le cose che dico non me le ricordo. In quel momento, è lo Spirito Santo. È un’esperienza che faccio anche dall’altra parte: ad esempio, stavo andando a confessarmi da un monaco benedettino, con una forte domanda su che cosa sia davvero la preghiera; iniziamo e lui si mette a parlare della preghiera. Senza che gli dicessi nulla. Lì, fai esperienza che è Dio a parlarti. Ma proprio per questo è importante prepararsi alla confessione, non andare “a freddo” come si fa tante volte, ma “a caldo”. Ed è importante invocare prima lo Spirito Santo: sia su noi stessi, perché ci dia la grazia di riconoscere i nostri peccati, sia sul confessore, perché gli dia la grazia e le parole per noi.

Il Papa dice che il mistero della misericordia di Gesù è che lui «va oltre la legge e perdona accarezzando le ferite del peccato, come un confessore».
Gesù non giudica con la legge, perché la legge più grande è l’amore. Invece noi ci portiamo sempre addosso la paura di Dio, che Dio ci condanni, ci castighi. E questa è una responsabilità anche di come “comunichiamo” Dio nella Chiesa. Dio non sta a guardare le nostre pazzie di peccato: Dio è pazzo di noi. Si è incarnato a prescindere dai nostri peccati, ci ama a prescindere da quello che noi facciamo. Perché ci ama come figli. Poi, questo diventa anche un metodo di catechesi. Parlare del cristianesimo come mortificazione, come diminuzione di vita... Il contrario! È un aumento di vita. Ce lo ha insegnato don Giussani, no?

Cosa significa per un confessore essere misericordioso?
La misericordia non è buonismo. Il confessore deve aiutare la persona a rendersi conto dell’Incontro che sta vivendo. Non è una conversazione tra amici: l’altro non sta incontrando fra Emiliano, ma Gesù. E quando incontri Gesù hai timore e tremore, e insieme sei riempito di stupore e meraviglia, come un bambino. Dallo stupore nasce un nuovo modo di vivere. Allora, il confessore non deve curiosare, come ci ha ricordato il Papa, ma nemmeno essere muto: deve donare parole che siano medicamenta. Che siano consolazione e speranza. Noi dobbiamo rendere conto delle parole che diciamo.

Il Papa accosta la misericordia alla parola giustizia, e dice: «Peccatori sì, corrotti no». 
Essere misericordiosi non significa coprire gli scandali con un silenzio complice. Il Papa dice questo anche all’interno della Chiesa. Noi copriamo, copriamo... Ma poi sono dolori forti. La corruzione la viviamo tutti quando ci abituiamo al peccato: ne siamo immersi, al punto che non ci rendiamo conto di fare del male. Bisogna vigilare, non sentirsi mai a posto. Essere attenti e vigilare, lasciarsi risvegliare dalla vita quotidiana.

Come vive da confessore il rapporto tra verità e carità?
In questo senso, il compito di noi sacerdoti è anche quello di educare. Intendo: condurre l’altro dolcemente alla verità di se stesso. Condurre “fuori da sé”: dall’amor sui, l’amor proprio, all’amor Dei. Significa liberarlo da se stesso: dalla falsa immagine di sé, dai blocchi che si porta, ed anche liberare i doni, i carismi che ha. Noi sacerdoti non dobbiamo essere amministratori del sacro, ma educatori. Dobbiamo santificare e discernere, ma anche educare le anime. Io ho avuto la grazia di stare un po’ di tempo nella Certosa di Serra San Bruno, dove era passato André Louf, uno dei più grandi maestri di discernimento, che diceva: «Bisogna stare al fianco di un’anima in tutto, ma sempre un passo indietro, perché ad ogni crocevia possa scegliere». Nella libertà. E poi, credo che dobbiamo togliere dal nostro vocabolario di confessori la parola: rigidità.

Che cosa intende?
La rigidità crea dei soldati. Dio ci vuole figli, non soldati: un soldato obbedisce, ma forse il suo cuore no; il figlio è docile e obbedisce per amore. Perché si sente amato.

Cos’ha provato quando è stato scelto come Missionario della Misericordia?
Non so quali sono stati i criteri di scelta, ma so che Dio si ricorda sempre di noi e ogni tanto anche i nostri “superiori” si ricordano di noi. A parte gli scherzi, ogni missione è un dono e un mistero di Dio. Ho accolto il mandato con l’Amen di Maria che si rende disponibile al progetto d’amore che Dio ha per me. Credo che Dio non scelga chi è capace, ma è Lui che ci rende capaci, con la forza dello Spirito Santo. Maria ci aiuti in tutto questo e ci faccia scoprire ogni giorno il Volto del Figlio nei volti dei figli, che hanno bisogno dell’amore del Padre.

lunedì 2 maggio 2016

Messaggio del 2 maggio 2016

«Cari figli, il mio Cuore materno desidera la vostra sincera conversione e che abbiate una fede salda, affinché possiate diffondere amore e pace a tutti coloro che vi circondano. Ma, figli miei, non dimenticate: ognuno di voi dinanzi al Padre Celeste è un mondo unico! Perciò permettete che l’azione incessante dello Spirito Santo abbia effetto su di voi. Siate miei figli spiritualmente puri. Nella spiritualità è la bellezza: tutto  ciò che è spirituale è vivo e molto bello. Non dimenticate che nell’Eucaristia, che è il cuore della fede, mio Figlio è sempre con voi. Egli viene a voi e con voi spezza il pane perché, figli miei, per voi è morto, è risorto e viene nuovamente. Queste mie parole vi sono note perché esse sono la verità, e la verità non cambia: solo che molti miei figli l’hanno dimenticata. Figli miei, le mie parole non sono né vecchie né nuove, sono eterne. Perciò invito voi, miei figli, a osservare bene i segni dei tempi, a “raccogliere le croci frantumate” e ad essere apostoli della Rivelazione. Vi ringrazio.»

lunedì 25 aprile 2016

Messaggio, 25. aprile 2016

"Cari figli! Il Mio Cuore Immacolato sanguina guardandovi nel peccato e nelle abitudini peccaminose. Vi invito: ritornate a Dio ed alla preghiera affinché siate felici sulla terra. Dio vi invita tramite me perché i vostri cuori siano speranza e gioia per tutti coloro che sono lontani. Il mio invito sia per voi balsamo per l’anima e il cuore perché glorifichiate Dio Creatore che vi ama e vi invita all’ eternità. Figlioli, la vita è breve, approfittate di questo tempo per fare il bene. Grazie per aver risposto alla mia chiamata.”

sabato 26 marzo 2016

Papa Fran cesco, al termine della via Crucis 2016

Roma (AsiaNews) – Papa Francesco ha concluso la Via Crucis con una preghiera alla croce di Cristo “simbolo dell’amore divino e dell’ingiustizia umana” che vediamo ancora oggi nei tanti mali del mondo – dai cristiani “uccisi, bruciati vivi, sgozzati e decapitati” ai corrotti, dagli anziani abbandonati ai migranti morti in mare – ma anche “vessillo della vittoria” nei volti delle suore e dei consacrati che abbandonano tutto per aiutare gli altri o nei volontari che soccorrono generosamente i bisognosi e i percossi. “O Croce di Cristo – la preghiera del Papa - simbolo dell’amore divino e dell’ingiustizia umana, icona del sacrificio supremo per amore e dell’egoismo estremo per stoltezza, strumento di morte e via di risurrezione, segno dell’obbedienza ed emblema del tradimento, patibolo della persecuzione e vessillo della vittoria. O Croce di Cristo, ancora oggi ti vediamo eretta nelle nostre sorelle e nei nostri fratelli uccisi, bruciati vivi, sgozzati e decapitati con le spade barbariche e con il silenzio vigliacco. O Croce di Cristo, ancora oggi ti vediamo nei volti dei bambini, delle donne e delle persone, sfiniti e impauriti che fuggono dalle guerre e dalle violenze e spesso non trovano che la morte e tanti Pilati con le mani lavate. O Croce di Cristo, ancora oggi ti vediamo nei dottori della lettera e non dello spirito, della morte e non della vita, che invece di insegnare la misericordia e la vita, minacciano la punizione e la morte e condannano il giusto. O Croce di Cristo, ancora oggi ti vediamo nei ministri infedeli che invece di spogliarsi delle proprie vane ambizioni spogliano perfino gli innocenti della propria dignità. O Croce di Cristo, ti vediamo ancora oggi nei cuori impietriti di coloro che giudicano comodamente gli altri, cuori pronti a condannarli perfino alla lapidazione, senza mai accorgersi dei propri peccati e colpe. O Croce di Cristo, ti vediamo ancora oggi nei fondamentalismi e nel terrorismo dei seguaci di qualche religione che profanano il nome di Dio e lo utilizzano per giustificare le loro inaudite violenze. O Croce di Cristo, ti vediamo ancora oggi in coloro che vogliono toglierti dai luoghi pubblici ed escluderti dalla vita pubblica, nel nome di qualche paganità laicista o addirittura in nome dell’uguaglianza che tu stesso ci hai insegnato. O Croce di Cristo, ti vediamo ancora oggi nei potenti e nei venditori di armi che alimentano la fornace delle guerre con il sangue innocente dei fratelli e danno ai loro figli da mangiare il pane insanguinato. O Croce di Cristo, ti vediamo ancora oggi nei traditori che per trenta denari consegnano alla morte chiunque. O Croce di Cristo, ti vediamo ancora oggi nei ladroni e nei corrotti che invece di salvaguardare il bene comune e l’etica si vendono nel misero mercato dell’immoralità. O Croce di Cristo, ti vediamo ancora oggi negli stolti che costruiscono depositi per conservare tesori che periscono, lasciando Lazzaro morire di fame alle loro porte. O Croce di Cristo, ti vediamo ancora oggi nei distruttori della nostra “casa comune” che con egoismo rovinano il futuro delle prossime generazioni. O Croce di Cristo, ti vediamo ancora oggi negli anziani abbandonati dai propri famigliari, nei disabili e nei bambini denutriti e scartati dalla nostra egoista e ipocrita società. O Croce di Cristo, ti vediamo ancora oggi nel nostro Mediterraneo e nel mar Egeo divenuti un insaziabile cimitero, immagine della nostra coscienza insensibile e narcotizzata. O Croce di Cristo, immagine dell’amore senza fine e via della Risurrezione, ti vediamo ancora oggi nelle persone buone e giuste che fanno il bene senza cercare gli applausi o l’ammirazione degli altri. O Croce di Cristo, ti vediamo ancora oggi nei ministri fedeli e umili che illuminano il buio della nostra vita come candele che si consumano gratuitamente per illuminare la vita degli ultimi. O Croce di Cristo, ti vediamo ancora oggi nei volti delle suore e dei consacrati - i buoni samaritani - che abbandonano tutto per bendare, nel silenzio evangelico, le ferite delle povertà e dell’ingiustizia. O Croce di Cristo, ti vediamo ancora oggi nei misericordiosi che trovano nella misericordia l’espressione massima della giustizia e della fede. O Croce di Cristo, ti vediamo ancora oggi nelle persone semplici che vivono gioiosamente la loro fede nella quotidianità e nell’osservanza filiale dei comandamenti. O Croce di Cristo, ti vediamo ancora oggi nei pentiti che sanno, dalla profondità della miseria dei loro peccati, gridare: Signore ricordati di me nel Tuo regno! O Croce di Cristo, ti vediamo ancora nei beati e nei santi che sanno attraversare il buio della notte della fede senza perdere la fiducia in te e senza pretendere di capire il Tuo silenzio misterioso. O Croce di Cristo, ti vediamo ancora oggi nelle famiglie che vivono con fedeltà e fecondità la loro vocazione matrimoniale. O Croce di Cristo, ti vediamo ancora oggi nei volontari che soccorrono generosamente i bisognosi e i percossi. O Croce di Cristo, ti vediamo ancora oggi nei perseguitati per la loro fede che nella sofferenza continuano a dare testimonianza autentica a Gesù e al Vangelo. O Croce di Cristo, ti vediamo ancora oggi nei sognatori che vivono con il cuore dei bambini e che lavorano ogni giorno per rendere il mondo un posto migliore, più umano e più giusto. In te Santa Croce vediamo Dio che ama fino alla fine, e vediamo l’odio che spadroneggia e acceca i cuori e le menti di coloro che preferiscono le tenebre alla luce. O Croce di Cristo, Arca di Noè che salvò l’umanità dal diluvio del peccato, salvaci dal male e dal maligno! O Trono di Davide e sigillo dell’Alleanza divina ed eterna, svegliaci dalle seduzioni della vanità! O grido di amore, suscita in noi il desiderio di Dio, del bene e della luce. O Croce di Cristo, insegnaci che l’alba del sole è più forte dell’oscurità della notte. O Croce di Cristo, insegnaci che l’apparente vittoria del male si dissipa davanti alla tomba vuota e di fronte alla certezza della Risurrezione e dell’amore di Dio che nulla può sconfiggere od oscurare o indebolire. Amen!”

venerdì 26 febbraio 2016

Messaggio, 25. febbraio 2016

"Cari figli! In questo tempo di grazia vi invito tutti alla conversione. Figlioli, amate poco, pregate ancora meno. Siete persi e non sapete qual è il vostro scopo. Prendete la croce, guardate Gesù e seguitelo. Lui si dona a voi fino alla morte in croce perché vi ama. Figlioli, vi invito a ritornare alla preghiera del cuore perché nella preghiera possiate trovare la speranza ed il senso della vostra esistenza. Io sono con voi e prego per voi. Grazie per aver risposto alla mia chiamata."

domenica 21 febbraio 2016

Papa Francesco: «Il protagonista della storia di salvezza è il mendicante»

13/02/2016 - Incontro con i Vescovi del Messico. Viaggio Apostolico di papa Francesco in Messico (12-18 febbraio 2016).


Cari fratelli,

sono contento di potervi incontrare il giorno dopo il mio arrivo in questo Paese, che, seguendo i passi dei miei Predecessori, anch’io sono venuto a visitare.

Non potevo non venire! Potrebbe il Successore di Pietro, chiamato dal lontano sud latinoamericano, fare a meno di posare lo sguardo sulla Vergine “Morenita”?

Vi ringrazio per avermi accolto in questa Cattedrale, “casita”, “piccola casa” diventata grande ma sempre “sacra”, che la Vergine di Guadalupe domandò, e per le gentili parole di benvenuto che mi avete rivolto.

Sapendo che qui si trova il cuore segreto di ogni messicano, entro con passo delicato, come bisogna entrare nella casa e nell’anima di questo popolo, e vi sono profondamente grato di aprirmi la porta. So che guardando gli occhi della Vergine raggiungo lo sguardo della vostra gente che, in Lei, ha imparato a manifestarsi. So che nessun’altra voce può parlare tanto profondamente del cuore messicano come può parlarmene la Vergine; Ella custodisce i suoi desideri più alti, le sue più recondite speranze; Ella raccoglie le sue gioie e le sue lacrime; Ella comprende i suoi numerosi idiomi e risponde loro con tenerezza di Madre perché sono i suoi figli.

Sono contento di stare con voi, qui nelle vicinanze del “Monte del Tepeyac”, come agli albori dell’evangelizzazione di questo Continente e vi chiedo per favore di permettermi che tutto quanto vi dirò possa dirlo partendo dalla Guadalupana. Come vorrei che fosse Lei stessa a recarvi, fino al profondo delle vostre anime di Pastori, e, per mezzo di voi, a ciascuna delle vostre Chiese particolari presenti in questo vasto Messico, tutto ciò che fluisce intensamente dal cuore del Papa.

Come fece san Juan Diego e fecero le successive generazioni dei figli della Guadalupana, anche il Papa da tempo nutriva il desiderio di vederla. Più ancora, vorrei io stesso essere raggiunto dal suo sguardo materno. Ho riflettuto molto sul mistero di questo sguardo e vi prego, accogliete ciò che sgorga dal mio cuore di Pastore in questo momento.

Uno sguardo di tenerezza

Anzitutto, la Vergine Morenita ci insegna che l’unica forza capace di conquistare il cuore degli uomini è la tenerezza di Dio. Ciò che incanta e attrae, ciò che piega e vince, ciò che apre e scioglie dalle catene non è la forza degli strumenti o la durezza della legge, bensì la debolezza onnipotente dell’amore divino, che è la forza irresistibile della sua dolcezza e la promessa irreversibile della sua misericordia.

Un inquieto e illustre scrittore di questa terra, disse che a Guadalupe non si chiede l’abbondanza dei raccolti o la fertilità della terra, bensì si cerca un grembo in cui gli uomini, sempre orfani e diseredati, vanno cercando una protezione, una casa.

A distanza di secoli dall’evento fondante di questo Paese e dell’evangelizzazione del Continente, è stata forse diluita, è stata forse dimenticata la necessità di un grembo a cui anela il cuore del popolo che vi è stato affidato?

Conosco la lunga e dolorosa storia che avete attraversato, non senza versare tanto sangue, non senza impietose e strazianti convulsioni, non senza violenza e incomprensioni. A ragione il mio venerato e santo Predecessore, che in Messico era come a casa sua, ha voluto ricordare che «come fiumi talvolta occulti e sempre copiosi, da tre realtà che a volte si incontrano e altre rivelano le loro differenze complementari, senza mai confondersi del tutto: l’antica e ricca sensibilità dei popoli indigeni che amarono Juan de Zumárraga e Vasco de Quiroga, che molti di questi popoli continuano a chiamare padri, il cristianesimo radicato nell’anima dei messicani e la moderna razionalità, di taglio europeo, che tanto ha voluto esaltare l’indipendenza e la libertà» (Giovanni Paolo II, Discorso nella cerimonia di benvenuto in Messico, 22 gennaio 1999).

E in questa storia, il grembo materno che continuamente ha generato il Messico, benché a volte sembrasse una rete che raccoglieva 153 pesci (cfr Gv 21,11), non si dimostrò mai infecondo, e le minacciose fratture si sono sempre ricomposte.

Perciò, vi invito a partire nuovamente da questa necessità di un grembo che promana dall’anima del vostro popolo. Il grembo della fede cristiana è capace di riconciliare il passato spesso segnato da solitudine, isolamento ed emarginazione, con il futuro continuamente relegato ad un domani che sfugge. Solo in quel grembo si può, senza rinunciare alla propria identità, «scoprire la profonda verità della nuova umanità, in cui tutti sono chiamati ad essere figli di Dio» (Giovanni Paolo II, Omelia per la canonizzazione di san Juan Diego, 31 luglio 2002).

Chinatevi quindi, fratelli, con delicatezza e rispetto, sull’anima profonda della vostra gente, scendete con attenzione e decifrate il suo misterioso volto. Il presente, spesso dissolto in dispersione e festa, non è forse anche propedeutico a Dio che è l’unico e pieno presente? La familiarità con il dolore e la morte non sono forme di coraggio e vie verso la speranza? La percezione che il mondo sia sempre e solamente da redimere non è antidoto all’autosufficienza prepotente di quanti credono di poter prescindere da Dio?

Naturalmente, per tutto questo è necessario uno sguardo capace di riflettere la tenerezza di Dio. Siate pertanto Vescovi di sguardo limpido, di anima trasparente, di volto luminoso. Non abbiate paura della trasparenza. La Chiesa non ha bisogno dell’oscurità per lavorare. Vigilate affinché i vostri sguardi non si coprano con le penombre della nebbia della mondanità; non lasciatevi corrompere dal volgare materialismo né dalle illusioni seduttrici degli accordi sottobanco; non riponete la vostra fiducia nei “carri e cavalli” dei faraoni attuali, perché la nostra forza è la “colonna di fuoco” che rompe dividendole in due le acque del mare, senza fare grande rumore (cfr Es 14,24-25).

Il mondo nel quale il Signore ci chiama a svolgere la nostra missione è diventato molto complesso. E anche la prepotente idea del “cogito”, che non negava che vi fosse almeno una roccia sopra la spiaggia dell’essere, oggi è dominata da una concezione della vita considerata da molti più che mai vacillante, mutevole e anomica, perché manca di un sostrato solido. Le frontiere, così intensamente invocate e sostenute, sono diventate permeabili alla novità di un mondo in cui la forza di alcuni non può più sopravvivere senza la vulnerabilità di altri. L’irreversibile ibridazione della tecnologia rende vicino ciò che è lontano ma, purtroppo, rende distante ciò che dovrebbe essere vicino.

E precisamente in questo mondo, Dio vi chiede di avere uno sguardo che sappia intercettare la domanda che grida nel cuore della vostra gente, l’unica che possiede nel proprio calendario una “festa del grido”. A quel grido bisogna rispondere che Dio esiste ed è vicino mediante Gesù. Che solo Dio è la realtà sulla quale si può costruire, perché «Dio è la realtà fondante, non un Dio solo pensato o ipotetico, ma il Dio dal volto umano» (Benedetto XVI, Discorso inaugurale della V Conferenza generale del CELAM, 13 magio 2007).

Nei vostri sguardi, il Popolo messicano ha il diritto di trovare le tracce di quelli che “hanno visto il Signore” (cfr Gv 20,25), di quelli che sono stati con Dio. Questo è l’essenziale. Non perdete, dunque, tempo ed energie nelle cose secondarie, nelle chiacchiere e negli intrighi, nei vani progetti di carriera, nei vuoti piani di egemonia, negli sterili club di interessi o di consorterie. Non lasciatevi fermare dalle mormorazioni e dalle maldicenze. Introducete i vostri sacerdoti nella comprensione del ministero sacro. A noi ministri di Dio basta la grazia di “bere il calice del Signore”, il dono di custodire la parte della sua eredità che ci è affidata, benché siamo amministratori inesperti. Lasciamo al Padre di assegnarci il posto che ha preparato per noi (cfr Mt 20,20-28). Possiamo forse essere veramente occupati in altre cose se non in quelle del Padre? Al di fuori delle “cose del Padre” (cfr Lc 2,48-49) perdiamo la nostra identità e, colpevolmente, rendiamo vana la sua grazia.

Se il nostro sguardo non testimonia di aver visto Gesù, allora le parole che ricordiamo di Lui risultano soltanto delle figure retoriche vuote. Forse esprimono la nostalgia di quelli che non possono dimenticare il Signore, ma comunque sono solo il balbettare di orfani accanto al sepolcro. Parole alla fine incapaci di impedire che il mondo resti abbandonato e ridotto alla propria potenza disperata.

Penso alla necessità di offrire un grembo materno ai giovani. Che i vostri sguardi siano capaci di incrociarsi con i loro sguardi, di amarli e di cogliere ciò che essi cercano con quella forza con cui molti come loro hanno lasciato barche e reti sull’altra riva del mare (cfr Mc 1,17-18), hanno abbandonato banchi delle imposte pur di seguire il Signore della vera ricchezza (cfr Mt 9,9).

Mi preoccupano tanti che, sedotti dalla vuota potenza del mondo, esaltano le chimere e si rivestono dei loro macabri simboli per commercializzare la morte in cambio di monete che alla fine tarme e ruggine consumano e per cui i ladri scassinano e rubano (cfr Mt 6,20). Vi prego di non sottovalutare la sfida etica e anti-civica che il narcotraffico rappresenta per la gioventù e per l’intera società messicana, compresa la Chiesa.

Le proporzioni del fenomeno, la complessità delle sue cause, l’immensità della sua estensione come metastasi che divora, la gravità della violenza che disgrega e delle sue sconvolte connessioni, non permettono a noi, Pastori della Chiesa, di rifugiarci in condanne generiche – forme di nominalismo – bensì esigono un coraggio profetico e un serio e qualificato progetto pastorale per contribuire, gradualmente, a tessere quella delicata rete umana, senza la quale tutti saremmo fin dall’inizio distrutti da tale insidiosa minaccia. Solo cominciando dalle famiglie; avvicinandoci e abbracciando la periferia umana ed esistenziale dei territori desolati delle nostre città; coinvolgendo le comunità parrocchiali, le scuole, le istituzioni comunitarie, la comunità politica, le strutture di sicurezza; solo così si potrà liberare totalmente dalle acque in cui purtroppo annegano tante vite, sia la vita di chi muore come vittima, sia quella di chi davanti a Dio avrà sempre le mani macchiate di sangue, per quanto abbia il portafoglio pieno di denaro sporco e la coscienza anestetizzata.

Con lo sguardo rivolto a Maria di Guadalupe, dirò una seconda cosa:

Uno sguardo capace di tessere

Nel manto dell’anima messicana Dio ha tessuto, con il filo delle impronte meticce della sua gente, il volto della sua manifestazione nella “Morenita”. Dio non ha bisogno di colori spenti per disegnare il suo volto. I disegni di Dio non sono condizionati dai colori e dai fili, bensì sono determinati dalla irreversibilità del suo amore che vuole tenacemente imprimersi in noi.

Siate, pertanto, Vescovi capaci di imitare questa libertà di Dio scegliendo ciò che è umile per manifestare la maestà del suo volto, e di imitare questa pazienza divina nel tessere, col filo sottile dell’umanità che incontrate, quell’uomo nuovo che il vostro paese attende. Non lasciatevi prendere dalla vana ricerca di cambiare popolo, come se l’amore di Dio non avesse abbastanza forza per cambiarlo.

Riscoprite poi la saggia e umile costanza con cui i Padri della fede di questa Patria hanno saputo introdurre le generazioni successive nella semantica del mistero divino. Imparando prima e poi insegnando la grammatica necessaria per dialogare con quel Dio, nascosto nei secoli della loro ricerca e fattosi vicino nella persona del suo Figlio Gesù, che oggi tanti riconoscono nell’immagine insanguinata e umiliata, come figura del proprio destino. Imitate la sua condiscendenza e la sua capacità di abbassarsi. Non comprenderemo mai abbastanza il fatto che con i fili meticci della nostra gente Dio ha intessuto il volto col quale si è fatto conoscere! Mai saremo abbastanza grati a questo suo chinarsi, a questa “synkatábasis”.

Uno sguardo di singolare delicatezza vi chiedo per i popoli indigeni, per loro e le loro affascinanti culture, non di rado massacrate. Il Messico ha bisogno delle sue radici amerinde per non rimanere in un enigma irrisolto. Gli indigeni del Messico aspettano ancora che venga loro riconosciuta effettivamente la ricchezza del loro contributo e la fecondità della loro presenza per ereditare quella identità che vi fa diventare una Nazione unica e non solamente una tra le altre.

Si è parlato molte volte del presunto destino incompiuto di questa Nazione, del “labirinto della solitudine” nel quale sarebbe imprigionata, della geografia come destino che la intrappola. Per alcuni, tutto questo sarebbe ostacolo per il disegno di un volto unitario, di una identità adulta, di una posizione singolare nel concerto delle nazioni e di una missione condivisa.

Per altri, anche la Chiesa in Messico sarebbe condannata a scegliere tra il soffrire l’inferiorità in cui fu relegata in alcuni periodi della sua storia, come quando la sua voce fu fatta tacere e si cercò di amputare la sua presenza, o l’avventurarsi nei fondamentalismi par recuperare certezze provvisorie – come quel “cogito” famoso – dimenticando di avere inscritta nel cuore la sete di Assoluto e di essere chiamata in Cristo a riunire tutti e non solo una parte (cfr Lumen gentium, 1).

Non stancatevi, invece, di ricordare al vostro Popolo quanto sono potenti le radici antiche che hanno permesso la viva sintesi cristiana di comunione umana, culturale e spirituale che si è forgiata qui. Ricordate che le ali del vostro Popolo si sono spiegate già più volte al di sopra di non poche vicissitudini. Custodite la memoria del lungo cammino fin qui percorso – siate “deuteronomici” – e sappiate suscitare la speranza di nuove mete, perché il domani sarà una terra “ricca di frutti” anche se ci pone sfide non indifferenti (cfr Nm 13,27-28).

Che i vostri sguardi, riposati sempre e solamente in Cristo, siano capaci di contribuire all’unità del vostro Popolo; di favorire la riconciliazione delle sue differenze e l’integrazione delle sue diversità; di promuovere la soluzione dei suoi problemi endogeni; di ricordare la misura alta che il Messico può raggiungere se impara ad appartenere a sé stesso prima che ad altri; di aiutare a trovare soluzioni condivise e sostenibili alle sue miserie; di motivare l’intera Nazione a non accontentarsi di meno di quanto si attende dal modo messicano di abitare il mondo.

Una terza riflessione:

Uno sguardo attento e vicino, non addormentato

Vi prego di non cadere nella paralisi di dare vecchie risposte alle nuove domande. Il vostro passato è un pozzo di ricchezze da scavare, che può ispirare il presente e illuminare il futuro. Guai a voi se dormite sugli allori! Occorre non disperdere l’eredità ricevuta custodendola con un lavoro costante. Siete seduti sulle spalle di giganti: vescovi, sacerdoti, religiosi, religiose e laici fedeli “sino alla fine”, che hanno dato la vita affinché la Chiesa potesse compiere la propria missione. Dall’alto di tale podio siete chiamati a gettare uno sguardo ampio sul campo del Signore per programmare la semina e aspettare il raccolto.

Vi invito a stancarvi, a stancarvi senza paura nel compito di evangelizzare e di approfondire la fede, mediante una catechesi mistagogica che sappia far tesoro della religiosità popolare della vostra gente. Il nostro tempo richiede attenzione pastorale alle persone e ai gruppi che sperano di poter andare incontro al Cristo vivo. Solamente una coraggiosa conversione pastorale – e sottolineo conversione pastorale – delle nostre comunità può cercare, generare e nutrire i discepoli odierni di Gesù (cfr Documento di Aparecida, 226, 360, 370).

Pertanto, è necessario per i nostri Pastori superare la tentazione della distanza – e lascio ad ognuno di voi di fare la lista delle distanze che possono esistere in questa Conferenza Episcopale; non le conosco, ma superare la tentazione della distanza – e del clericalismo, della freddezza e dell’indifferenza, del comportamento trionfale e dell’autoreferenzialità. Guadalupe ci insegna che Dio è familiare, vicino nel suo volto, che la prossimità e la condiscendenza – questo abbassarsi e avvicinarsi – possono fare più della forza, di qualsiasi tipo di forza.

Come insegna la bella tradizione guadalupana, la “Morenita” custodisce gli sguardi di coloro che la contemplano, riflette il volto di coloro che la incontrano. Occorre imparare che c’è qualcosa di irripetibile in ciascuno di coloro che ci guardano alla ricerca di Dio. Tocca a noi non renderci impermeabili a tali sguardi. Custodire in noi ognuno di loro, conservandoli nel cuore, proteggendoli.

Solo una Chiesa capace di proteggere il volto degli uomini che vanno a bussare alla sua porta è capace di parlare loro di Dio. Se non decifriamo le loro sofferenze, se non ci accorgiamo dei loro bisogni, nulla potremo offrire. La ricchezza che abbiamo scorre solamente quando incontriamo la pochezza di coloro che vanno elemosinando, e proprio tale incontro si realizza nel nostro cuore di Pastori.

E il primo volto che vi supplico di custodire nel vostro cuore è quello dei vostri sacerdoti. Non lasciateli esposti alla solitudine e all’abbandono, preda della mondanità che divora il cuore. Siate attenti e imparate a leggere i loro sguardi per gioire con loro quando si sentono felici di raccontare ciò che “hanno fatto e insegnato” (cfr Mc 6,30), e anche per non tirarsi indietro quando si sentono un po’ umiliati e non possono far altro che piangere perché “hanno rinnegato il Signore” (cfr Lc 22,61-62), e anche, perché no, per sostenerli, in comunione con Cristo, quando qualcuno, già abbattuto, uscirà con Giuda “nella notte” (cfr Gv 13,30). In queste situazioni, che non manchi mai la vostra paternità di Vescovi verso i vostri sacerdoti. Incoraggiate la comunione tra di loro; fate sì che possano perfezionare i loro doni; inseriteli nelle grandi cause perché il cuore dell’apostolo non è stato fatto per piccole cose.

Il bisogno di familiarità abita nel cuore di Dio. Nostra Signora di Guadalupe chiese solamente una “casetta sacra”. I nostri popoli latinoamericani capiscono bene il linguaggio diminutivo – una “casetta” sacra – e molto volentieri lo usano. Forse hanno bisogno del diminutivo perché altrimenti si sentirebbero perduti. Si sono adattati a sentirsi sminuiti e si sono abituati a vivere nella modestia.

La Chiesa, quando si raduna in una maestosa Cattedrale, non potrà fare a meno di comprendersi come una “piccola casa”, in cui i suoi figli possono sentirsi a proprio agio. Davanti a Dio si può rimanere solo se si è piccoli, se si è orfani, se si è mendicanti. Il protagonista della storia di salvezza è il mendicante.

“Casetta” familiare e al tempo stesso “sacra”, perché la prossimità si riempie della grandezza onnipotente. Siamo custodi di questo mistero! A volte abbiamo perso questo senso dell’umile misura divina e ci stanchiamo di offrire ai nostri la “casetta” in cui possano sentirsi in intimità con Dio. Può anche darsi che avendo trascurato un po’ il senso della sua grandezza si sia perso parte del timore reverenziale nei confronti di un tale amore. Dove abita Dio, l’uomo non può accedere senza essere ammesso, ed entra solamente “togliendosi i sandali” (cfr Es 3,5) per confessare la propria insufficienza.

E questo aver dimenticato di “togliersi i sandali” per entrare, non è probabilmente alla radice della perdita del senso della sacralità della vita umana, della persona, dei valori essenziali, della saggezza accumulata lungo i secoli, del rispetto per la natura? Senza recuperare, nella coscienza degli uomini e della società, queste radici profonde, anche al lavoro generoso in favore dei legittimi diritti umani mancherà la linfa vitale che può venire solo da una sorgente che l’umanità non potrà mai darsi da sé stessa.

E, sempre guardando la Madre, per concludere:

Uno sguardo d’insieme e di unità

Solo guardando la “Morenita”, il Messico ha di sé una visione completa. Pertanto vi invito a comprendere che la missione che la Chiesa oggi vi affida – e sempre vi ha affidato – richiede questo sguardo che abbracci la totalità. E questo non si può realizzare isolatamente, bensì solo in comunione.

La Guadalupana è cinta di una cintura che annuncia la sua fecondità. E’ la Vergine che porta in grembo il Figlio atteso dagli uomini. E’ la Madre che sta generando l’umanità del nuovo mondo nascente. E’ la Sposa che prefigura la maternità feconda della Chiesa di Cristo. Voi avete la missione di cingere l’intera Nazione messicana con la fecondità di Dio. Nessun pezzo di questa cinta può essere disprezzato.

L’Episcopato messicano ha compiuto passi notevoli in questi anni conciliari; sono aumentati i suoi membri; è stata promossa una formazione permanente, continua e qualificata; l’ambiente fraterno non è mancato; lo spirito di collegialità è cresciuto; gli interventi pastorali hanno influito sulle vostre Chiese e sulla coscienza nazionale; i lavori pastorali condivisi sono stati fruttuosi nei campi essenziali della missione ecclesiale come la famiglia, le vocazioni e la presenza sociale.

Mentre ci rallegriamo per il cammino di questi anni, vi chiedo di non lasciarvi scoraggiare dalle difficoltà e di non risparmiare ogni possibile sforzo per promuovere, tra di voi e nelle vostre diocesi, lo zelo missionario, soprattutto verso le parti più bisognose dell’unico corpo della Chiesa messicana. Riscoprire che la Chiesa è missione è fondamentale per il suo futuro, perché solo l’entusiasmo, lo stupore convinto degli evangelizzatori ha la forza di trascinare. Vi prego, pertanto, di curare specialmente la formazione e la preparazione dei laici, superando ogni forma di clericalismo e coinvolgendoli attivamente nella missione della Chiesa, soprattutto rendendo presente, con la testimonianza della propria vita, il vangelo di Cristo nel mondo.

A questo Popolo messicano gioverà molto una testimonianza unificante della sintesi cristiana e una visione condivisa dell’identità e del destino della sua gente. In questo senso, sarebbe molto importante che la Pontificia Università del Messico fosse sempre più al centro degli sforzi ecclesiali per assicurare quello sguardo di universalità senza il quale la ragione, rassegnata a modelli parziali, rinuncia alla sua più alta aspirazione di ricerca della verità.

La missione è vasta e portarla avanti richiede molteplici vie. E con la più viva insistenza vi esorto a conservare la comunione e l’unità tra di voi. Questo è essenziale, fratelli. Questo non c’è nel testo, ma mi viene adesso. Se dovete litigare, litigate; se avete delle cose da dirvi, ditevele; però da uomini, in faccia, e come uomini di Dio che poi vanno a pregare insieme, a fare discernimento insieme; e se avete passato il limite, a chiedervi perdono, ma mantenete l’unità del corpo episcopale. Comunione e unità tra di voi. La comunione è la forma vitale della Chiesa e l’unità dei suoi Pastori dà prova della sua veracità. Il Messico e la sua vasta e multiforme Chiesa hanno bisogno di Vescovi servitori e custodi dell’unità edificata sulla Parola del Signore, alimentata con il suo Corpo e guidata dal suo Spirito che è il respiro vitale della Chiesa.

Non c’è bisogno di “prìncipi”, bensì di una comunità di testimoni del Signore. Cristo è la sua unica luce; è la sorgente di acqua viva; dal suo respiro promana lo Spirito che distende le vele della barca ecclesiale. In Cristo glorificato, che la gente di questo popolo ama onorare come Re, accendete uniti la luce, ricolmatevi della sua presenza che non si estingue; respirate a pieni polmoni l’aria buona del suo Spirito. A voi spetta seminare Cristo nel territorio, tenere accesa la sua luce umile che rischiara senza abbagliare, assicurare che con le sue acque si sazi la sete delle vostra gente, alzare le vele affinché il soffio dello Spirito le dispieghi e non s’incagli la barca della Chiesa in Messico.

Ricordate che la Sposa, la Sposa di ognuno di voi, la Madre Chiesa, sa bene che il Pastore amato (Ct 1,7) sarà trovato solo dove i pascoli sono erbosi e i ruscelli cristallini. La Sposa non si fida dei compagni dello Sposo che, a volte per incuranza o incapacità, conducono il gregge per luoghi aridi e pieni di rocce. Guai a noi pastori, compagni del Supremo Pastore, se lasciamo vagare la sua Sposa perché nella tenda che abbiamo fatto lo Sposo non si trova.

Permettetemi un’ultima parola per esprimere l’apprezzamento del Papa per tutto quanto state facendo per affrontare la sfida della nostra epoca rappresentata dalle migrazioni. Sono milioni i figli della Chiesa che oggi vivono nella diaspora o in transito peregrinando verso il nord in cerca di nuove opportunità. Molti di loro lasciano alle spalle le proprie radici per avventurarsi, anche nella clandestinità che implica ogni tipo di rischio, alla ricerca della “luce verde” che considerano come loro speranza. Tante famiglie si dividono; e non sempre l’integrazione nella presunta “terra promessa” è così facile come si pensa.

Fratelli, i vostri cuori siano capaci di seguirli e raggiungerli al di là delle frontiere. Rafforzate la comunione con i vostri fratelli dell’episcopato statunitense affinché la presenza materna della Chiesa mantenga vive le radici della loro fede, della fede di quel popolo, le ragioni della loro speranza e la forza della loro carità. Non succeda ad essi che appendendo le loro cetre, ammutolisca la loro gioia, dimenticandosi di Gerusalemme e trasformandosi in “esiliati di sé stessi” (cfr Sal 136/137). Testimoniate uniti che la Chiesa è custode di una visione unitaria dell’uomo e non può accettare che sia ridotto a mera “risorsa umana”.

Non sarà vana la premura delle vostre diocesi nel versare il poco balsamo che possiedono sui piedi feriti di quanti attraversano i loro territori e di spendere per loro il denaro duramente raccolto; il Samaritano divino alla fine arricchirà chi non è passato indifferente davanti a Lui quando stava per terra lungo la strada (cfr Lc 10,25-37).

Cari fratelli,

il Papa è sicuro che il Messico e la sua Chiesa arriveranno in tempo all’appuntamento con sé stessi, con la storia, con Dio. Talvolta qualche pietra sulla strada rallenta la marcia e la fatica del tragitto richiederà qualche sosta, ma mai al punto da far perdere la meta. Infatti, può forse arrivare tardi chi ha una Madre che lo aspetta? Chi continuamente può sentire risuonare nel proprio cuore: “Non ci sono qui io, io, che sono tua Madre?”. Grazie.