mercoledì 3 luglio 2013

diversi pdv sul problema omosessualità

C'è una differenza nel modo di considerare la questione dell'omosessualità, su cui oggi vogliamo soffermarci. Lo facciamo con uno schema:


da una parte c'è chi crede che l'omosessualità sia una condizione (involontaria): c'è chi si ritrova addosso tale orientamento (una minoranza) e chi (la stragrande maggioranza) no. dall'altra parte c'è chi pensa che l'omosessualità sia una scelta (volontaria): chi è omosessuale lo è perché lo vuole, lo scelglie liberamente.
Chi pensa all'o. come condizione ritiene che non sia possibile un contagio: è omosessuale chi ha una ben precisa storia, con ben precise dinamiche relazionali (soprattutto intrafamiliari). Chi invece pensa all'o. come scelta ritiene possibile e teme molto il contagio: il numero degli omosessuali non è determinato e ridott(issim)o, ma è potenzialmente sconfinato.
Nel primo caso si ha un approccio tendenzialmente rilassato alla questione delle novità legislative in campo familiare: sono destinate ad avere una incidenza marginale, riguardando quella che è (sempre stata e sempre sarà) una ristrettissima minoranza Nel secondo caso si ha un approccio tesissimo e oltremodo allarmato: si paventa una omosessualizzazione totale del genere umano. Sarebbe il trionfo del cosiddetto omosessualismo, termine che appunto suppone che l'o. non sia una condizione, ma il frutto di una scelta ideologica.
Chi ha ragione? Diciamo che la soluzione più vicino al vero ci sembra dire che da una parte il comportamento omosessuale è frutto di una scelta libera, che tuttavia dà attuazione concreta a un orientamento omosessuale che non viene scelto, ma che uno si trova addosso, per motivi (raramente) biologici o (più facilmente) psicologici.
Osserviamo che questa è anche la posizione del Nuovo Catechismo della Chiesa cattolica che sostiene che esistano "persone con tendenze omosessuali profondamente radicate", cioè non liberamente scelte e liberamente abbandonabili.

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