domenica 23 dicembre 2012

Quella forza rigenerante dell'attesa che ci fa scoprire il divino nell'uomo (Carrón)

Corriere della Sera 23/12/2012

Caro Direttore,
le difficoltà che ci troviamo ad affrontare, da quelle personali (precarietà, se non perdita del lavoro, malattie, fragilità umane, smarrimento esistenziale, male fatto o subito) a quelle collettive (crisi economica, disagi sociali, confusione politica, incertezza internazionale), sono così imponenti che potrebbero indurre a ritenere inevitabile la scomparsa di ogni attesa. Eppure mai come in queste circostanze risulta evidente quanto siano vere le parole di Dante a noi familiari: «Ciascun confusamente un bene apprende / nel qual si queti l’animo, e disira: / per che di giugner lui ciascun contende».
Ma che lealtà occorre in ciascuno di noi per riconoscere questa attesa e questo desiderio di bene! Quello che rende più difficile questo riconoscimento è il clamore sociale che tutti concorriamo a generare con la nostra connivenza. Infatti, «tutto cospira a tacere di noi, un po’ come si tace di un’onta, forse, un po’ come si tace una speranza ineffabile» (Rilke). Ognuno di noi sa bene fino a che punto dà il proprio contributo a questa cospirazione.
Chi l’avrà vinta? La parte di noi che attende o quella che cospira?

L’indizio di una risposta ci viene da Pavese, che ha colto come nessun altro il persistere in noi di questa attesa: «Com’è grande il pensiero che veramente nulla a noi è dovuto. Qualcuno ci ha mai promesso qualcosa? E allora perché attendiamo?». Infatti, perché continuiamo ad attendere anche nelle situazioni più disperate? Perché nessuna sconfitta personale o crisi storica riesce a cancellare da ogni fibra del nostro essere il barlume, sebbene inconsapevole, di un’attesa? Perché questa attesa ci costituisce nel profondo, tanto che «si affaccia ancora oggi, in molti modi, al cuore dell’uomo» (Benedetto XVI). Anche se ridotto, trascurato e osteggiato, il cuore non cessa di desiderare.
Non di rado l’impossibilità di strapparci di dosso questa attesa può sembrare una condanna. Ma gli spiriti più acuti identificano altrove la vera condanna. Ne Il mestiere di vivere, sempre Pavese ci ricorda che «aspettare è ancora un’occupazione. È non aspettar niente che è terribile». Tutti sappiamo che cosa diventa la vita quando non aspettiamo più nulla: una noia che finisce nella disperazione e nel cinismo. Attendere è la struttura del nostro essere. La sostanza del nostro io è l’attesa.
Ora, malgrado questa nostra struttura originale, tante volte facciamo fatica a sperare. Quanto ha ragione Péguy quando ci ricorda che «per sperare occorre aver ricevuto una grande grazia». Ma quale grazia può essere all’altezza della sfida e sostenere la speranza di fronte a qualsiasi eventualità?

Precisamente a questo livello ci viene incontro l’avvenimento che celebriamo nel Natale. L’annuncio cristiano si rivolge all’io di ciascuno di noi, sfidando ogni scetticismo e sfiducia, come risposta imprevedibile alla nostra ferita. Per farsi risposta che l’uomo possa sperimentare, l’Infinito ha assunto una forma finita. Nel Natale è abolita la distanza altrimenti incolmabile tra il finito e l’Infinito.
In questa prospettiva, avere fede non significa piegarsi a una serie di precetti, studiare una dottrina o partecipare a una organizzazione: la fede cristiana è riconoscere il divino presente nell’umano, come fu per Simone, la Maddalena, la Samaritana, Zaccheo, colpiti da una presenza che destava l’improvviso presentimento di una vita diversa. Non erano le gambe raddrizzate, la pelle mondata, la vista riacquistata a colpirli. «Il miracolo più grande era uno sguardo rivelatore dell’umano cui non ci si poteva sottrarre» (don Giussani).

La Chiesa celebra il Natale affinché anche noi possiamo fare esperienza di questo abbraccio che afferra la nostra umanità, la mia e la tua, per compiere quell’attesa che vibra in ogni mossa del nostro cuore inquieto. Come duemila anni fa, anche oggi il significato dell’esistenza si rende presente attraverso una realtà umana che si può vedere e toccare, dentro un tempo e un spazio, ci raggiunge con un inconfondibile accento di promessa e di speranza al quale ci possiamo legare, dentro la vita della Chiesa.
Questa è la grazia, il nuovo inizio nel mondo, il cui primo testimone è Benedetto XVI: «Giustamente, nessuno può avere la verità. È la verità che ci possiede, è qualcosa di vivente! Noi non siamo suoi possessori, bensì siamo afferrati da lei. Dio ci è diventato così vicino che Egli stesso è un uomo: questo ci deve sconcertare e sorprendere sempre di nuovo!».
Buon Natale a tutti.

Julián Carrón

lunedì 10 dicembre 2012

IMPICCANO UNA MADRE DI CINQUE FIGLI PERCHE’ CRISTIANA

da Lo Straniero - Il blog di Antonio Socci
   
  IMPICCANO UNA MADRE DI CINQUE FIGLI PERCHE’ CRISTIANA (chi vuol fare qualcosa per lei veda sotto questo articolo)
Posted: 09 Dec 2012 01:37 PM PST
Asia Bibi, una madre di cinque figli, è in carcere da tre anni ed è stata condannata a morte per impiccagione perché cristiana a 1700 anni esatti dall’Editto di Costantino.
 La libertà di coscienza, cioè il riconoscimento pubblico della dignità umana, cominciò proprio quel giorno di febbraio del 313.
 Il primo seme (ancora tanta strada c’era da fare) fu proprio quell’Editto di Milano, firmato da Costantino, a cui è dedicata la grande mostra che si è appena aperta a Palazzo Reale del capoluogo lombardo.
 L’editto concedeva “anche ai cristiani, come a tutti, la libertà di seguire la religione preferita” e decretò quindi “che non si debba vietare a nessuno la libera facoltà di aderire, vuoi alla fede dei cristiani, vuoi a quella religione che ciascuno reputi più adatta a se stesso”.
 Da lì, pian piano, sarebbero nate tutte le libertà (infatti con quella dichiarazione di fatto iniziava a nascere anche la laicità dello Stato, perché il potere non poteva più essere divinizzato).
 Eppure oggi, a 1700 anni da quella storica svolta, i cristiani nel mondo continuano ad essere perseguitati e massacrati per la loro fede in Gesù Cristo. Anzi, lo sono oggi più ancora che nell’antica Roma.
 Il caso simbolo è appunto quello di Asia Bibi, una madre di cinque figli. Dal giugno 2009 è rinchiusa in una cella senza finestre nel carcere di Sheikhupura in Pakistan. Ha subito atrocità e umiliazioni ed è stata condannata a morte per la sola “colpa” di essere cristiana.
 In questo paese a stragrande maggioranza musulmana infatti il regime fondamentalista da anni ha varato la terrificante “legge sulla blasfemia” che è come un spada di Damocle sui cristiani, la cui vita, i cui figli, i cui beni sono così alla mercé di chiunque li denunci di aver offeso Maometto.
 Ieri “Avvenire” ha pubblicato una lettera di Asia Bibi dove fra l’altro si legge: “Un giudice, l’onorevole Naveed Iqbal, un giorno è entrato nella mia cella e, dopo avermi condannata a un morte orribile, mi ha offerto la revoca della sentenza se mi fossi convertita all’islam”.
 Questa mamma coraggio gli ha risposto: “preferisco morire da cristiana, che uscire dal carcere da musulmana. ‘Sono stata condannata perché cristiana – gli ho detto -. Credo in Dio e nel suo grande amore. Se lei mi ha condannata a morte perché amo Dio, sarò orgogliosa di sacrificare la mia vita per Lui’ ”.
 Sono parole impressionanti, pronunciate da una povera donna inerme, alla mercé dei suoi aguzzini, con cinque figli piccoli che l’aspettano in una povera casa.
 Parole che sembrano davvero tratte dagli “Atti dei martiri” dei primi secoli cristiani.
 Là in Pakistan del resto perfino uno dei pochi cristiani importanti come Shahbaz Bhatti e un saggio governatore musulmano (di idee liberali) come Salman Taseer sono stati ferocemente assassinati per aver chiesto pubblicamente l’abolizione dell’assurda “legge sulla blasfemia” e la liberazione di Asia Bibi.
 C’è qualcuno in Occidente, dove tutti strologhiamo, stando comodi al caldo (e ci piace pure fare i “martiri” per la minima controversia), che sa commuoversi per questo vero e drammatico atto di eroismo?
 C’è un municipio che esporrà l’immagine di Asia Bibi o – trattandosi di una cristiana – non interessa a nessuno?
 Noi cristiani, semplici fedeli, sacerdoti, religiosi, vescovi e alti prelati ci sentiamo davvero toccati da una testimonianza così?
 E se fosse chiesto a noi di rischiare – non dico la vita, ma – qualcosa per la nostra fede, saremmo pronti a dire di sì o rinnegheremmo Gesù Cristo?
 E i nostri giornali e i nostri intellettuali, sempre pronti a firmare appelli per tutte le cause “politically correct”, anche meritevoli come quelle di Salman Rushdie o di Sakineh, emetteranno almeno un vagito per Asia Bibi?
 Dove sono tutti quei seguaci di Voltaire i quali amano ripetere quella frase (che Voltaire non ha mai pronunciato) secondo cui – pur non condividendo le idee dell’avversario – bisogna essere disposti a dare la vita per permettergli di professarle?
 Non ne ho mai visti di eroi simili dalle nostre parti. Dove, del resto, non è chiesto così tanto, ma basterebbe una innocua presa di posizione.
 Perché il Pakistan non è proprio un paesello sperduto, ma una potenza nucleare di 180 milioni di abitanti – il sesto più popoloso del mondo – con un peso geopolitico molto forte.
 Per inciso, la potenza ad esso avversa è l’India e anche lì i cristiani non se la passano per niente bene: basti ricordare le atrocità commesse contro di loro da fondamentalisti indù in Orissa.
 D’altra parte quello di Asia Bibi è solo uno dei tantissimi casi di cristiani perseguitati. La voce di Benedetto XVI è l’unica ad alzarsi in loro difesa (e in difesa di tutti i perseguitati). Ma sembra del tutto inascoltata. I cristiani sono tornati ad essere “la spazzatura del mondo”.
 Il 5 novembre scorso Angela Merkel ha sottolineato che “il cristianesimo è la religione più perseguitata del mondo”. Ebbene, è stata subissata da critiche, anche da associazioni che si occupano di diritti umani. Perché non è “politically correct” affermare una cosa simile.
 Eppure la benemerita associazione “Aiuto alla Chiesa che soffre”, nel suo “Rapporto sulla libertà religiosa nel mondo”, ha rilevato che tre casi di discriminazione su quattro (cioè il 75 per cento) riguardano i cristiani.
 D’altra parte il Novecento è stato per i cristiani un’immane macelleria. Certo, è stato un secolo di genocidi per tanti altri gruppi umani – a cominciare dal caso più satanico, la Shoah – ma fortunatamente si tratta di orrori universalmente riconosciuti, denunciati e aborriti come tali da tutti noi.
 Solo i cristiani pare non abbiano diritto a essere annoverati fra le vittime e i perseguitati. Loro e la Chiesa devono stare sempre e solo sul banco degli accusati o degli irrisi. E senza lamentarsi.
 Eppure i cristiani nel Novecento sono stati massacrati a tutte le latitudini e sotto tutti i regimi. E i dati sono impressionanti e sconosciuti.
 Quando, dieci anni fa, scrissi un libro su queste persecuzioni (“I nuovi perseguitati”, Piemme), cercai dei dati statistici ufficiali, di fonte neutra.
 Dunque consultai la ricerca sociologica più autorevole, appena uscita presso Oxford University Press, ovvero la “World Christian Encyclopedia” di David B. Barrett, George T. Kurian e Todd M. Johnson.
 Da cui appresi che, nei duemila anni di storia cristiana, si potevano quantificare in circa 70 milioni coloro che erano stati ammazzati, per via diretta o indiretta, a causa della loro fede in Gesù. Ma 45 milioni e mezzo erano martiri del XX secolo.
 E tuttora ogni anno le vittime si contano in migliaia. Erano (e sono) dati sconvolgenti, però ignorati dai media.
 A 1700 anni dall’Editto di Costantino che introdusse nel mondo la libertà di coscienza, una donna cristiana, condannata a morte solo per la sua fede, dal buio del suo carcere, scrive adesso parole che dovrebbero emozionare tutti.
 Parole che sembrano arrivare dai primi secoli cristiani e che mostrano ancora oggi che il cristianesimo entrò nel mondo con un annuncio rivoluzionario: mentre le religioni pagane sacralizzavano il Potere, Gesù Cristo sacralizzava la dignità e la libertà di ogni singolo, piccolo essere umano.
 “Gesù, nostro Signore e Salvatore” scrive Asia Bibi “ci ama come esseri liberi e credo che la libertà di coscienza sia uno dei tesori più preziosi che il nostro Creatore ci ha dato, un tesoro che dobbiamo proteggere”.
 Ecco perché il caso di Asia Bibi riguarda chiunque abbia a cuore la propria libertà.
 
 Antonio Socci
 Da “Libero”, 9 dicembre 2012
 Vedi Facebook: “Antonio Socci pagina ufficiale”
 
 PER CHI VUOL FARE QUALCOSA PER ASIA BIBI
 Si può far avere la nostra protesta alle autorità pakistane. Riprendo, da “Avvenire” di oggi: “E’ possibile scrivere all’Ambasciata pachistana, via della Camilluccia 682, 00135 Roma, oppure inviare un fax al numero 06-36301936, o spedire una mail all’indirizzo pareprome1@tiscali.it ”.

domenica 9 dicembre 2012

Uno sguardo ha salvato me e salverà tutti voi


dicembre 2, 2012

Il cristianesimo si trasmette attraverso una sana invidia, affermava un mio amico. Per questo è necessario un cuore semplice per riconoscere chi tra noi porta nel suo volto i tratti evidenti della presenza di Cristo. Nella Clinica San Riccardo Pampuri, ogni giorno ci colpiscono persone che lavorano con noi, che vivono una certezza granitica per cui non esiste situazione nella quale non sia evidente la presenza oggi di Cristo. Sono molte le persone che ci donano ogni giorno la gioia e il gusto di vivere, che ha come origine la certezza che Cristo è un fatto, un avvenimento che permette di vivere ogni giorno tutti i particolari della vita con una serenità che suscita quella sana invidia che Sant’Agostino esprimeva con una domanda: «Se questi e quelli, perché non io?». Abbiamo bisogno di incontrare persone innamorate di Cristo, in particolare in questo tempo nel quale l’uomo ha perso il grande orizzonte dell’Infinito.
La presenza di Cristo che tutti abbiamo bisogno di vedere, toccare e ascoltare nella Clinica si impone. Le due lettere che trovate di seguito sono una testimonianza di come sorella Sonia “l’angelo bianco della Clinica”, viva circondata solo di sofferenza, con quella passione per Cristo che lei vive in ogni momento. La sua è una presenza che riesce a raggiungere e commuovere il cuore di tutti perché sostenuta e definita dall’amore di Cristo. Non esiste paziente che non sia affascinato dal suo stile di vita, che riflette la bellezza del divino evidente in quella tenerezza sorridente e che nasce dal suo modo di stare di fronte al Mistero in tutto ciò che vive, soffre e offre.
Guardandola camminare per la Clinica, regalando a coloro che incontra il suo sorriso limpido, brillante della presenza di Cristo a cui ha consegnato tutta la sua vita, perfino il più lontano dalla fede non può non sentirsi abbracciato da Qualcuno più grande e che si rende presente nel suo modo di vivere. È sufficiente una presenza come quella di sorella Sonia per sostenere la Clinica nella sua totalità.
p.Aldo Trento

Da cosa nasce questo senso di mancanza? Questa domanda si desta nell’uomo vivo che avverte in se stesso e negli altri una “mancanza” che rimanda all’assenza di una ragione ultima, quella fonte che compie tutte le esigenze di totalità del cuore umano portandole alla pienezza.
Quando Eladio alcuni giorni fa è entrato nella nostra Clinica, in coma, senza familiari, senza amici, senza vestiti e avvolto in un lenzuolo mi chiedevo: «Da dove nasce questo disinteresse, questa mancanza di attenzione verso la persona, tanto da ridurla a una cosa, prescindendo dalla sua natura originale?». «Amerai il prossimo tuo come te stesso», tratterai l’altro come tratti te stesso. Inevitabilmente, se vogliamo essere seri con la nostra umanità, dobbiamo ammettere che il punto di partenza sono io. Nella misura in cui mi guardo con tenerezza guarderò l’altro secondo la sua verità. E quale è la sua verità? Che l’altro è rapporto con il Mistero, che è stato creato a immagine e somiglianza di Dio, che il suo nome, come il mio, è scritto da sempre nel Cielo.
Chi ha avvolto in un lenzuolo Eladio non si guarda con la tenerezza che gli permette di abbracciare e attraversare la crosta di un uomo povero e abbandonato. Se non mi lasciassi provocare da questo fatto, introducendo in me stessa una tensione verso l’Infinito che mi suscita grandi domande, la calma sempre in agguato finirebbe per vincere, deformando la mia bella esperienza di Cristo.
Don Carrón ci dice spesso che Cristo è venuto a educarci rispetto a questa percezione dell’“io”. Una persona ha recentemente scritto a una sua amica: «Qualcuno mi ha aperto gli occhi e mi ha fatto scoprire chi sono io, che la mia vita vale perché è amata». Se mi accontentassi di avvolgere in un lenzuolo un corpo nudo di una persona che neanche può protestare perché è in coma, il mio “io” smetterebbe di esistere, perché smetterebbe di amare, non terrebbe più conto della totalità di ciò che sono: figlia di Dio-amore, un “io” amato da un Altro per il solo fatto che respira. Risponderei quindi solo alla necessità di infagottarlo in maniera meccanica. Invece, se io sono seria con l’essenzialità del mio “io” lo amerei commuovendomi e muovendomi per vivere pienamente la mia umanità, con tutte le sue esigenze, per essere di più me stessa.
Che cosa è questa assenza, questa mancanza dell’umano? È l’assenza di un cuore inquieto che non si accontenta di nient’altro che non sia Cristo stesso. Questa mancanza di tensione nel riconoscere la Sua presenza amorosa nell’abbandonato, in colui che ha bisogno, nelle vicende di ogni giorno, è la mancanza di un’umanità sveglia, che è attenta e ascolta sempre la voce del suo Amato: «Lo avete fatto a me».
sorella Sonia
Non posso dimenticarmi quegli occhi. Come è nata la mia coscienza tenera e appassionata verso me stessa? È nata quando degli occhi mi hanno guardata secondo la profondità della mia verità, quando hanno scrutato le profonde viscere del mio “io” e hanno risvegliato in me lo stupore di vedermi amata e abbracciata per quello che sono: relazione con il Mistero.
Non posso dimenticare gli occhi di padre Aldo, il cui sguardo su di me è stato decisivo, perché è entrato nella mia storia cambiandola e trasformandola in una novità di vita. Solamente l’abbraccio di questo sguardo è stato sufficiente per farmi capire che la mia sofferenza e la malattia che pesava sulle mie spalle non erano ciò che mi definiva. Quello che mi definisce è il fatto di esistere, di essere stata creata da un Altro.
Questo sguardo che ha attraversato il midollo delle mie ossa mi ha fatto esclamare: «Cristo mi ha guardata!». Gesù non guardava i suoi apostoli per ciò che facevano o per gli esiti che raggiungevano, ma perché i loro nomi erano scritti nel Cielo. Questo modo originale di guardarli provocava in loro una commozione unica che gli permetteva di guardarsi a loro volta con la stessa passione, con la tenerezza che prima non avevano.
Io, che sono stata guardata così e continuo a essere guardata in questo modo diverso, non posso ridurre il mio sguardo all’apparenza di quello che ho di fronte, avvolgendomi in fantasie, nelle immagini della mia mente. Non posso non lasciarmi provocare dalla verità che è più in là della crosta che cerca di bloccarmi. La coscienza donata di me stessa mi obbliga a essere vera con la mia umanità, ad affrontare la realtà come si presenta, come occasione perché si sveli il mio rapporto con il Mistero. Mi obbliga a chiedermi continuamente: «Chi è Cristo per me?». È un’idea che plana sopra la terra o è Qualcuno che è dentro le mie paure, i miei dolori, le mie tristezze, le mie antipatie, le circostanze, per dare a loro un significato, un perché redentore? Quante testimonianze di questa coscienza tenera e appassionata di se stessi ci offrono ogni giorno i malati della Clinica. Norma, che è arrivata da noi angosciata, stanca di credere e sperare in Dio, grazie a uno sguardo tenero su di lei, dice di vedersi diversa, cambiata: «Non sono uguale a prima, non posso più vivere senza pensare che Dio mi sostiene». Hipólito diffondeva la gioia che regnava nel suo cuore, dipendeva da tutto e tutti, ma era certo che il Signore avrebbe deciso su di lui secondo la Sua volontà e ripeteva: «Sono nelle mani di Dio». Alcuni pazienti di Hiv, se prima si concepivano come cose spinte dall’istintività del momento, una volta guardati con questa coscienza si guardano come persone, il cui “io” è costruito giorno dopo giorno da Qualcuno di più grande.
sorella Sonia

domenica 2 dicembre 2012

Messaggio, 02. dicembre 2012

 "Cari figli, con materno amore e materna pazienza vi invito di nuovo a vivere secondo mio Figlio, a diffondere la sua pace ed il suo amore, ad accogliere con tutto il cuore, come miei apostoli, la verità di Dio ed a pregare lo Spirito Santo affinché vi guidi. Allora potrete servire fedelmente mio Figlio e, con la vostra vita, mostrare agli altri il suo amore. Per mezzo dell’amore di mio Figlio e del mio amore, io, come Madre, cerco di portare nel mio abbraccio materno tutti i figli smarriti e di mostrare loro la via della fede. Figli miei, aiutatemi nella mia lotta materna e pregate con me, affinché i peccatori conoscano i loro peccati e si pentano sinceramente. Pregate anche per coloro che mio Figlio ha scelto e consacrato nel suo Nome. Vi ringrazio."