giovedì 30 agosto 2012

Messaggio, 25. agosto 2012

"Cari figli! Anche oggi con la speranza nel cuore prego per voi e ringrazio l’Altissimo per tutti voi che vivete col cuore i miei messaggi. Ringraziate l’amore di Dio affinché Io possa amare e guidare ciascuno di voi per mezzo del mio Cuore Immacolato anche verso la conversione. Aprite i vostri cuori e decidetevi per la santità e la speranza farà nascere la gioia nei vostri cuori. Grazie per aver risposto alla mia chiamata.”

Dall'islam al cristianesimo, passando per l'ateismo comunista


La testimonianza di Miranda Mulgeci, curatrice della mostra sull'Albania, presentata al Meeting di Rimini

di Luca Marcolivio
RIMINI, giovedì, 23 agosto 2012 (ZENIT.org) – Tra le pieghe del Meeting di Rimini emergono storie personali sorprendenti. È il caso di Miranda Mulgeci, 31enne, albanese, tra i curatori della mostra Albania Athleta Christi. Alle radici della libertà di un popolo, assieme al marito Florenc Kola.
Miranda nasce nel 1981, da una famiglia musulmana, quando il comunismo inizia a scricchiolare nell’Europa dell’Est ma non in Albania, dove la dittatura di Enver Hoxha ha raggiunto forse i massimi livelli di ferocia e repressione mai sperimentati nel vecchio continente dalla fine della seconda guerra mondiale. Fu proprio Hoxha, infatti, il primo capo di governo ad imporre l’ateismo di stato come principio costituzionale.
All’inizio degli anni ’90, con un paio d’anni di ritardo rispetto all’ex blocco filosovietico (di cui peraltro l’Albania non faceva parte), la libertà inizia a farsi strada anche nella piccola repubblica balcanica. È la televisione a veicolare messaggi di pace, di speranza e di fede, e così, all’età di undici anni, per la prima volta, Miranda si ritrova di fronte alle immagini della Basilica di San Pietro, del crocefisso, di papa Giovanni Paolo II.
Una vera folgorazione per la piccola Miranda: per lei è l’inizio di un lungo processo di avvicinamento al cristianesimo che culminerà con il battesimo, ricevuto lo scorso anno dalle mani di papa Benedetto XVI.
Raggiunta presso lo stand della mostra sull’Albania, Miranda Mulgeci, colma di emozione e gratitudine, ha raccontato a Zenit la storia della sua vita.
Come avvenne il suo primo impatto con il cristianesimo? Davvero l’ha conosciuto attraverso la TV?
Miranda Mulgeci: Successe tutto all’inizio degli anni ’90, subito dopo la caduta del regime. I primi tre canali televisivi che i nostri ripetitori trasmettevano erano le tre reti RAI. Un giorno mi fermai su Raiuno, affascinata dal sottofondo di musica classica: vidi un’immagine scolpita di Gesù crocefisso che si muoveva, come se si avvicinasse a me… Poi vidi altre immagini della basilica vaticana, infine apparve papa Giovanni Paolo II: era la prima volta che lo vedevo e qualche tempo dopo sarebbe venuto in visita pastorale in Albania. Le prime tre parole che mi rimasero impresse furono: Dio, Gesù e Amore. Così presi l’abitudine di seguire tutte le domeniche le messe del Papa e settimana dopo settimana, iniziai anche ad imparare l’italiano. Per tanti anni la mia unica preghiera fu il Padre Nostro e la mia invocazione ricorrente divenne “Gesù, ti amo”. Avevo compreso che Gesù è amore!
Cos’altro la colpiva del cristianesimo in quegli anni?
Miranda Mulgeci: Mi colpiva in particolare l’immagine di Cristo con i bambini, che imparai ad apprezzare nei film sulla vita di Gesù. Cristo non apparteneva alla mia religione di allora, l’Islam, e questo faceva sorgere in me una domanda: come mai Gesù, che non è musulmano, mi attira così tanto?
In che misura l’aver vissuto nel paese più antireligioso d’Europa, ha influito nel suo cammino di fede?
Miranda Mulgeci: La mia famiglia è musulmana di origine ma non praticante. Uscivamo da una dittatura atea durata quasi 50 anni e soltanto in casa si poteva parlare di Dio. Il più grande esempio di fede fu quello di mia nonna che faceva regolarmente le sue preghiere al mattino e alla sera: sentivo che si rivolgeva a Qualcun Altro. Così già da piccola, intesi la preghiera come un dialogo, una richiesta di aiuto a Qualcuno più grande di me. Anche se la legge non lo permetteva, per me era spontaneo chiedere aiuto a Dio. Ciò è stato possibile solo perché Gesù l’ha voluto.
La sua famiglia ha accettato facilmente la sua scelta di conversione?
Miranda Mulgeci: Il mio è stato un percorso molto lungo. I miei genitori, peraltro, non erano musulmani praticanti, né vivevano la tradizione dell’Islam. La mia famiglia, in linea di massima, è stata molto comprensiva. Se qualche problema c’è stato, è avvenuto per una questione di mentalità e di identità. Dopo il mio battesimo, però, è avvenuta una cosa molto bella: per la prima volta, in occasione del mio matrimonio, mio padre mi ha accompagnato in chiesa. Poi papà ha visitato il duomo di Pavia – dove attualmente abito con mio marito – e ne è rimasto molto colpito. Da parte sua, mia madre spesso mi accompagna a messa. Per gli albanesi è molto importante fare l’esperienza dell’incontro e della conoscenza e l’opportunità più bella per chiunque è quella di conoscere Cristo.
Il suo catecumenato e il suo cammino di formazione cristiana sono avvenuti nell’ambito di Comunione e Liberazione: quali sono state le tappe più importanti del suo cammino nel movimento di don Giussani?
Miranda Mulgeci: Nel 2006, quando già leggevo la Bibbia da molti anni, lessi un inserzione dell’AVSI. Mi recai da loro per un colloquio di lavoro e nella loro sede, notai una marea di volantini natalizi e pasquali: la cosa mi tirava molto su il morale! Nell’ambito dell’AVSI, dove fui assunta, conobbi poi Alberto Piatti, il segretario generale, che rimase colpito della mia conoscenza del cristianesimo, nonostante, di fatto, non fossi ancora cristiana: gli spiegai che non ero mai entrata in una chiesa ma leggevo spesso la Bibbia e lui ne fu piacevolmente colpito. Da Piatti ricevetti in dono il mio primo libro cristiano, Il senso religioso, di don Luigi Giussani: la cosa più bella che mi colpì di quel libro era la spiegazione del rapporto tra cuore e ragione. Assieme al libro mi fu regalato un santino di don Giussani, il cui sguardo era la risposta alle mie tante domande.
Dopo essere stata a Bucarest – dove per la prima volta entrai in una chiesa - per un incontro dell’AVSI, nel 2008 mi trasferii a Milano per un master alla Cattolica ma, in realtà, quel master non mi bastava: volevo approfittare per conoscere il mondo di Comunione e Liberazione. Iniziai a seguire la catechesi presso la famiglia Carrettini di Milano. Mi colpiva il modo in cui i membri di CL comunicavano, mi parevano uomini liberi e io desideravo quel tipo di libertà: volevo essere libera e felice al tempo stesso.
Come vive la sua vocazione nelle dimensioni della famiglia e della professione?
Miranda Mulgeci: Anche mio marito è albanese e anche lui è convertito, sebbene lui venga dalla chiesa ortodossa. Per me è fondamentale poter condividere la cosa più importante, la fede, con l’uomo che amo; poter fare assieme a lui tutte le cose che ci stanno più a cuore, è la cosa più bella della religione cattolica. È bello anche poter condividere la fede con un movimento come Comunione e Liberazione.
Per tanti anni ho lavorato con l’AVSI, dove è emerso in modo molto forte questo desiderio di essere felici: capisci che certe cose te le può far vivere soltanto un altro che è Gesù Cristo. Adesso insegno scienze religiose in un CFP a Pavia, dove i miei allievi hanno tra i 15 e i 20 anni. Quest’anno ho avuto l’opportunità di spiegare loro il senso religioso. È stato bello perché, interloquendo con i ragazzi, sono emerse tutte le loro domande più profonde.

sabato 25 agosto 2012

lettera del 23 agosto 2012


Cari amici,
ogni giorno che passa sperimento che il mio unico compito è riconoscere in ogni dettaglio la Presenza del Mistero e farmi guidare da Lui, obbedendo alla realtà che si fa presente dentro ogni circostanza, anche la più dolorosa, dalla quale istintivamente vorrei fuggire. Il mio compito è sempre più chiaro: dire SI, mendicare la Sua Presenza, come Fortunato, il vecchietto della foto che con i suoi 77 anni due volte al giorno (mattina e pomeriggio) viene a visitarmi, camminando appoggiato al suo bastone. Due ore, fra andata e ritorno e sempre puntuale come un orologio. I suoi passi sono lenti, ma sicuri. Mi cerca dappertutto. Le sue tappe sono la clinica, la segretaria e il caffè letterario. Quando mi incontra o incontra un sacerdote si inginocchia e chiede la benedizione e una pastiglia per il mal di testa. E non si alza finchè non ha ottenuto la pastiglia. Non importa se è una caramella rotonda. L’importante è che sia bianca. La cosa che mi commuove e il suo continuo camminare, la sicurezza che gli da il rapporto con noi. Per me Fortunato come gli ammalati è il richiamo più potente a non dimenticare che sono un mendicante, un pellegrino dell’Assoluto. Fortunato con il suo mettersi in ginocchio quando mi incontra mi ricorda che per stare in piedi  ho bisogno di vivere in ginocchio. In questi giorni nella clinica sono morti molti pazienti (anche due al giorno) con il corpo sfigurato per il cancro o per gli effetti collaterali dell’AIDS (Dio mio che impressione vedere giovani corpi con le membra, in particolare gambe, piedi, braccia, deformati
 o pieni di piaghe…) e sinceramente se non vivessi in ginocchio come il mio amico di 77 anni non ce la farei a guardare in faccia tutto questo male. Ogni piaga è per me Gesù sulla croce e per questo quando celebro la Messa al momento della pace non posso non baciare la fronte del defunto. “Credo la risurrezione della carne (si … quella carne piena di piaghe o quelle membra deformate di giovani donne e uomini e che solo la fede permette guardare e toccare) e la vita eterna. Amen”. Se non fosse vero questo non mi interesserebbero  tutti gli altri articoli del Credo. Per questo non posso non essere grato al Signore per ciò che ha fatto costruendo questa clinica o le casette per anziani soli o abbandonati o della strada che mi offrono la grazia de stare stupito di fronte al Mistero. Fortunato era in una di queste case per anziani e “vagabondi” ma un giorno ha voluto la sua libertà di camminare come i suoi antenati guaranì e lo abbiamo lasciato andare.. eppure da quel giorno ci cerca tutti i giorni. La libertà è proprio il cammino guardando chi ci vuole bene perché vuole bene al nostro destino. Nella casa per anziani c’è Bernarda, una vecchietta con una storia difficile. Viveva in una catapecchia vicino al Ministero della Finanza. Tutti la conoscevano. Però un giorno con un inganno i funzionari del ministero la portano da noi perché in quel posto debbono costruire un edificio. Lascio immaginare il suo dramma. Ogni giorno quando arrivo da lei con la processione eucaristica vuole con la mano toccare l’ostensorio e chiede a Gesù: “Dammi la mia libertà, perché non sopporto più di stare qui”.. . Osservandola vedo i suoi occhi spalancarsi mentre guarda l’ostia divina supplicando la sua libertà. Vedo in lei una ansia di infinito perché la libertà cerca solo questo. Ed è l’unica cosa che Bernarda chiede.
Un abbraccio,
P. Aldo

sabato 18 agosto 2012

lettera del 17 agosto

Da: Antonio Aldo Trento 
Data: 17 agosto 2012 21:18:14 GMT+02:00
Cari amici,
più passa il tempo e più mi rendo conto che il Mistero mi raggiunge, mi mostra il suo amore attraverso l’imprevisto. Per cui esige che la mia libertà sia sempre attenta per accoglierlo. E questo esige un lavoro continuo perché la distrazione non mi vinca. Oggi, lunedì, è stata una giornata in cui il Mistero mi ha scombussolato tutto. Ieri sera ero andato a dormire, come al solito alle 23, dopo l’ultima visita ai malati e aver fatto un po’ di compagnia a Venancio, un giovane ammalato di AIDS, morto alcune ore prima. Era solo e mai nessuno era venuto a visitarlo. Così ho detto in sua compagnia un po’ di Rosario. Una volta a letto non riuscivo a dormire anche perché sapevo che alle 5 avrei dovuto alzarmi dato che, più preciso di un orologio svizzero, alle 5,30 l’amico Federico Franco (attualmente nuovo presidente della Repubblica dopo che due mesi fa il Congresso, attraverso un giudizio politico, ha destituito l’allora Presidente in carica l’ex vescovo Ferdinando Lugo) sarebbe venuto con la moglie per la recita di Lodi e la colazione. Così mi sono addormentato alle due e alle 5 ero già in piedi con una faccia che non vi dico e che solo quel “Tu che mi fai” ha reso più accettabile. Sono sceso e, grazie a Dio, padre Daf aveva già fatto il caffè e preparato la tavola. L’unica cosa che ho fatto è stata quella di mettere i libretti delle ore sulle rispettive sedie nella cappella. Quindi siamo usciti, che era ancora buio, per aspettare il presidente assieme alla carovana di poliziotti che ogni lunedì circondano la parrocchia per garantire la massima sicurezza. Arriva puntuale con la moglie in una 4x4 enorme e blindata. La prima cosa che fa incontrandoci è quella di chiederci con le mani giunte la benedizione. Poi in cappella, davanti al S. Sacramento si recitano le lodi in cui lui fa da capocoro. Quindi il caffè, un dialogo rapido tra di noi perché alle 6 del mattino ha il consiglio dei ministri. Lo accompagnamo fuori, chiede ancora la benedizione e se ne va, scortato da una carovana di macchine della polizia. Ritorna la tranquillità e decido di tornare a dormire. Però alle 7.15 mi chiamano: “ti stiamo aspettando (nella clinica) per la adorazione e processione eucaristica”. Mi alzo e in cinque minuti sono lì. Ho la testa appesantita per cui  ritorno a letto. Un’altra ora e mezza di sonno e mi chiamano nuovamente. E così fino alle 14 resisto ma poi sento il bisogno di andare a dormire. Ma alle 15.30 ho la Messa per Venancio, il giovane morto di AIDS e poi la sepoltura. Con la suora (Sonia) e alcune donne vestite di nero lo portiamo al cimitero dove riposano tutti i miei figli morti in questi anni senza nessun parente. Alle 17 sono di ritorno e vado nella clinica dove già sono arrivati nuovi ammalati terminali di cancro. Quanto dolore! Senza accorgermi arriva l’ora dell’adorazione e processione. Quindi mi fermo ancora un po’ per parlare con chi ha bisogno. Guardo l'orologio e vedo che sono già le 20.30. Vado a salutare i miei bambini della casita n° 2, dove ci sono quelli da 0 a 3 anni. Dormono già da quasi due ore. Passo di culla in culla, li benedico uno per uno accarezzandoli. Sono bellissimi, mi commuovo nel pensare alle storie di violenza di cui sono stati vittime. Non li lascerei mai, ma è già tardi e ho fame. Torno a casa, mangio qualcosa e poi vado alla clinica per vedere se c’è qualcuno che ha bisogno in particolare chi è già alla fine.
Torno per dormire, però prima volevo raccontarvi un po’ questa giornata in cui mi è successo di tutto e di cui l’unica cosa prevista erano le lodi  con  il Presidente e il funerale. Ma non certamente andare a dormire tre volte in un giorno. Tempo fa mi sarei scandalizzato e arrabbiato con me stesso, perché educato a programmare bene ogni giornata anche quando di notte guardavo il soffitto. Adesso mi sono arreso alla realtà per cui sperimento una pace profonda, quella pace che nasce dall’esperienza di essere abbraciato e guidato dalla Presenza del Mistero. Amici scusatemi, l’ho fatta lunga per arrivare a dirvi questa cosa molto semplice ma essenziale.
Non dimenticate mai: “l`imprevisto é l´unica cosa prevista”.       
Ciao,  P. Aldo
Ps: cosi abbiamo festegiato il cumpleanno del nostro caro amico Federico Franco, nuovo Presidente della Republica.

martedì 14 agosto 2012

Cristiani adulti e Provvidenza

Cristiani adulti come Vito Mancuso e Carlo Molari hanno ormai abbandonato lo spirito dell'infanzia, non si considerano più bambini tra le braccia di un Padre, ma uomini che devono badare a sé stessi.
 Legata a questa idea di cristiano adulto è in effetti quella che Dio non interviene nella storia. Il suo influsso al massimo si esercita sugli spiriti (umani), ma non sulla materia, sul livello materiale. Per loro è perciò falso il proverbio popolare che "non cade foglia che Dio non voglia".
 Ma sbagliano:
  1. Un dio che non abbia potere sulla materia nion è l'Infinitamente Perfetto, ma un dio finito, un Demiurgo, che non trova riscontro tra quanto dicono sia la fede cattolica sia la ragione filosofica;
  2. è contradditorio che Dio possa il più difficile (agire sullo spirito) e non il più facile (agire sulla materia), la materia infatti è ontologicamente più imperfetta dello spirito e pertanto essa è più -come dire- facilmente manipolabile dello spirito;
  3. comunque poiché spirito e materia sono distinti ma non totalmente separati, agendo sullo spirito si agisce inevitabilmente anche sulla materia, sulla concretezza delle circostenze materiali.