domenica 23 dicembre 2012

Quella forza rigenerante dell'attesa che ci fa scoprire il divino nell'uomo (Carrón)

Corriere della Sera 23/12/2012

Caro Direttore,
le difficoltà che ci troviamo ad affrontare, da quelle personali (precarietà, se non perdita del lavoro, malattie, fragilità umane, smarrimento esistenziale, male fatto o subito) a quelle collettive (crisi economica, disagi sociali, confusione politica, incertezza internazionale), sono così imponenti che potrebbero indurre a ritenere inevitabile la scomparsa di ogni attesa. Eppure mai come in queste circostanze risulta evidente quanto siano vere le parole di Dante a noi familiari: «Ciascun confusamente un bene apprende / nel qual si queti l’animo, e disira: / per che di giugner lui ciascun contende».
Ma che lealtà occorre in ciascuno di noi per riconoscere questa attesa e questo desiderio di bene! Quello che rende più difficile questo riconoscimento è il clamore sociale che tutti concorriamo a generare con la nostra connivenza. Infatti, «tutto cospira a tacere di noi, un po’ come si tace di un’onta, forse, un po’ come si tace una speranza ineffabile» (Rilke). Ognuno di noi sa bene fino a che punto dà il proprio contributo a questa cospirazione.
Chi l’avrà vinta? La parte di noi che attende o quella che cospira?

L’indizio di una risposta ci viene da Pavese, che ha colto come nessun altro il persistere in noi di questa attesa: «Com’è grande il pensiero che veramente nulla a noi è dovuto. Qualcuno ci ha mai promesso qualcosa? E allora perché attendiamo?». Infatti, perché continuiamo ad attendere anche nelle situazioni più disperate? Perché nessuna sconfitta personale o crisi storica riesce a cancellare da ogni fibra del nostro essere il barlume, sebbene inconsapevole, di un’attesa? Perché questa attesa ci costituisce nel profondo, tanto che «si affaccia ancora oggi, in molti modi, al cuore dell’uomo» (Benedetto XVI). Anche se ridotto, trascurato e osteggiato, il cuore non cessa di desiderare.
Non di rado l’impossibilità di strapparci di dosso questa attesa può sembrare una condanna. Ma gli spiriti più acuti identificano altrove la vera condanna. Ne Il mestiere di vivere, sempre Pavese ci ricorda che «aspettare è ancora un’occupazione. È non aspettar niente che è terribile». Tutti sappiamo che cosa diventa la vita quando non aspettiamo più nulla: una noia che finisce nella disperazione e nel cinismo. Attendere è la struttura del nostro essere. La sostanza del nostro io è l’attesa.
Ora, malgrado questa nostra struttura originale, tante volte facciamo fatica a sperare. Quanto ha ragione Péguy quando ci ricorda che «per sperare occorre aver ricevuto una grande grazia». Ma quale grazia può essere all’altezza della sfida e sostenere la speranza di fronte a qualsiasi eventualità?

Precisamente a questo livello ci viene incontro l’avvenimento che celebriamo nel Natale. L’annuncio cristiano si rivolge all’io di ciascuno di noi, sfidando ogni scetticismo e sfiducia, come risposta imprevedibile alla nostra ferita. Per farsi risposta che l’uomo possa sperimentare, l’Infinito ha assunto una forma finita. Nel Natale è abolita la distanza altrimenti incolmabile tra il finito e l’Infinito.
In questa prospettiva, avere fede non significa piegarsi a una serie di precetti, studiare una dottrina o partecipare a una organizzazione: la fede cristiana è riconoscere il divino presente nell’umano, come fu per Simone, la Maddalena, la Samaritana, Zaccheo, colpiti da una presenza che destava l’improvviso presentimento di una vita diversa. Non erano le gambe raddrizzate, la pelle mondata, la vista riacquistata a colpirli. «Il miracolo più grande era uno sguardo rivelatore dell’umano cui non ci si poteva sottrarre» (don Giussani).

La Chiesa celebra il Natale affinché anche noi possiamo fare esperienza di questo abbraccio che afferra la nostra umanità, la mia e la tua, per compiere quell’attesa che vibra in ogni mossa del nostro cuore inquieto. Come duemila anni fa, anche oggi il significato dell’esistenza si rende presente attraverso una realtà umana che si può vedere e toccare, dentro un tempo e un spazio, ci raggiunge con un inconfondibile accento di promessa e di speranza al quale ci possiamo legare, dentro la vita della Chiesa.
Questa è la grazia, il nuovo inizio nel mondo, il cui primo testimone è Benedetto XVI: «Giustamente, nessuno può avere la verità. È la verità che ci possiede, è qualcosa di vivente! Noi non siamo suoi possessori, bensì siamo afferrati da lei. Dio ci è diventato così vicino che Egli stesso è un uomo: questo ci deve sconcertare e sorprendere sempre di nuovo!».
Buon Natale a tutti.

Julián Carrón

lunedì 10 dicembre 2012

IMPICCANO UNA MADRE DI CINQUE FIGLI PERCHE’ CRISTIANA

da Lo Straniero - Il blog di Antonio Socci
   
  IMPICCANO UNA MADRE DI CINQUE FIGLI PERCHE’ CRISTIANA (chi vuol fare qualcosa per lei veda sotto questo articolo)
Posted: 09 Dec 2012 01:37 PM PST
Asia Bibi, una madre di cinque figli, è in carcere da tre anni ed è stata condannata a morte per impiccagione perché cristiana a 1700 anni esatti dall’Editto di Costantino.
 La libertà di coscienza, cioè il riconoscimento pubblico della dignità umana, cominciò proprio quel giorno di febbraio del 313.
 Il primo seme (ancora tanta strada c’era da fare) fu proprio quell’Editto di Milano, firmato da Costantino, a cui è dedicata la grande mostra che si è appena aperta a Palazzo Reale del capoluogo lombardo.
 L’editto concedeva “anche ai cristiani, come a tutti, la libertà di seguire la religione preferita” e decretò quindi “che non si debba vietare a nessuno la libera facoltà di aderire, vuoi alla fede dei cristiani, vuoi a quella religione che ciascuno reputi più adatta a se stesso”.
 Da lì, pian piano, sarebbero nate tutte le libertà (infatti con quella dichiarazione di fatto iniziava a nascere anche la laicità dello Stato, perché il potere non poteva più essere divinizzato).
 Eppure oggi, a 1700 anni da quella storica svolta, i cristiani nel mondo continuano ad essere perseguitati e massacrati per la loro fede in Gesù Cristo. Anzi, lo sono oggi più ancora che nell’antica Roma.
 Il caso simbolo è appunto quello di Asia Bibi, una madre di cinque figli. Dal giugno 2009 è rinchiusa in una cella senza finestre nel carcere di Sheikhupura in Pakistan. Ha subito atrocità e umiliazioni ed è stata condannata a morte per la sola “colpa” di essere cristiana.
 In questo paese a stragrande maggioranza musulmana infatti il regime fondamentalista da anni ha varato la terrificante “legge sulla blasfemia” che è come un spada di Damocle sui cristiani, la cui vita, i cui figli, i cui beni sono così alla mercé di chiunque li denunci di aver offeso Maometto.
 Ieri “Avvenire” ha pubblicato una lettera di Asia Bibi dove fra l’altro si legge: “Un giudice, l’onorevole Naveed Iqbal, un giorno è entrato nella mia cella e, dopo avermi condannata a un morte orribile, mi ha offerto la revoca della sentenza se mi fossi convertita all’islam”.
 Questa mamma coraggio gli ha risposto: “preferisco morire da cristiana, che uscire dal carcere da musulmana. ‘Sono stata condannata perché cristiana – gli ho detto -. Credo in Dio e nel suo grande amore. Se lei mi ha condannata a morte perché amo Dio, sarò orgogliosa di sacrificare la mia vita per Lui’ ”.
 Sono parole impressionanti, pronunciate da una povera donna inerme, alla mercé dei suoi aguzzini, con cinque figli piccoli che l’aspettano in una povera casa.
 Parole che sembrano davvero tratte dagli “Atti dei martiri” dei primi secoli cristiani.
 Là in Pakistan del resto perfino uno dei pochi cristiani importanti come Shahbaz Bhatti e un saggio governatore musulmano (di idee liberali) come Salman Taseer sono stati ferocemente assassinati per aver chiesto pubblicamente l’abolizione dell’assurda “legge sulla blasfemia” e la liberazione di Asia Bibi.
 C’è qualcuno in Occidente, dove tutti strologhiamo, stando comodi al caldo (e ci piace pure fare i “martiri” per la minima controversia), che sa commuoversi per questo vero e drammatico atto di eroismo?
 C’è un municipio che esporrà l’immagine di Asia Bibi o – trattandosi di una cristiana – non interessa a nessuno?
 Noi cristiani, semplici fedeli, sacerdoti, religiosi, vescovi e alti prelati ci sentiamo davvero toccati da una testimonianza così?
 E se fosse chiesto a noi di rischiare – non dico la vita, ma – qualcosa per la nostra fede, saremmo pronti a dire di sì o rinnegheremmo Gesù Cristo?
 E i nostri giornali e i nostri intellettuali, sempre pronti a firmare appelli per tutte le cause “politically correct”, anche meritevoli come quelle di Salman Rushdie o di Sakineh, emetteranno almeno un vagito per Asia Bibi?
 Dove sono tutti quei seguaci di Voltaire i quali amano ripetere quella frase (che Voltaire non ha mai pronunciato) secondo cui – pur non condividendo le idee dell’avversario – bisogna essere disposti a dare la vita per permettergli di professarle?
 Non ne ho mai visti di eroi simili dalle nostre parti. Dove, del resto, non è chiesto così tanto, ma basterebbe una innocua presa di posizione.
 Perché il Pakistan non è proprio un paesello sperduto, ma una potenza nucleare di 180 milioni di abitanti – il sesto più popoloso del mondo – con un peso geopolitico molto forte.
 Per inciso, la potenza ad esso avversa è l’India e anche lì i cristiani non se la passano per niente bene: basti ricordare le atrocità commesse contro di loro da fondamentalisti indù in Orissa.
 D’altra parte quello di Asia Bibi è solo uno dei tantissimi casi di cristiani perseguitati. La voce di Benedetto XVI è l’unica ad alzarsi in loro difesa (e in difesa di tutti i perseguitati). Ma sembra del tutto inascoltata. I cristiani sono tornati ad essere “la spazzatura del mondo”.
 Il 5 novembre scorso Angela Merkel ha sottolineato che “il cristianesimo è la religione più perseguitata del mondo”. Ebbene, è stata subissata da critiche, anche da associazioni che si occupano di diritti umani. Perché non è “politically correct” affermare una cosa simile.
 Eppure la benemerita associazione “Aiuto alla Chiesa che soffre”, nel suo “Rapporto sulla libertà religiosa nel mondo”, ha rilevato che tre casi di discriminazione su quattro (cioè il 75 per cento) riguardano i cristiani.
 D’altra parte il Novecento è stato per i cristiani un’immane macelleria. Certo, è stato un secolo di genocidi per tanti altri gruppi umani – a cominciare dal caso più satanico, la Shoah – ma fortunatamente si tratta di orrori universalmente riconosciuti, denunciati e aborriti come tali da tutti noi.
 Solo i cristiani pare non abbiano diritto a essere annoverati fra le vittime e i perseguitati. Loro e la Chiesa devono stare sempre e solo sul banco degli accusati o degli irrisi. E senza lamentarsi.
 Eppure i cristiani nel Novecento sono stati massacrati a tutte le latitudini e sotto tutti i regimi. E i dati sono impressionanti e sconosciuti.
 Quando, dieci anni fa, scrissi un libro su queste persecuzioni (“I nuovi perseguitati”, Piemme), cercai dei dati statistici ufficiali, di fonte neutra.
 Dunque consultai la ricerca sociologica più autorevole, appena uscita presso Oxford University Press, ovvero la “World Christian Encyclopedia” di David B. Barrett, George T. Kurian e Todd M. Johnson.
 Da cui appresi che, nei duemila anni di storia cristiana, si potevano quantificare in circa 70 milioni coloro che erano stati ammazzati, per via diretta o indiretta, a causa della loro fede in Gesù. Ma 45 milioni e mezzo erano martiri del XX secolo.
 E tuttora ogni anno le vittime si contano in migliaia. Erano (e sono) dati sconvolgenti, però ignorati dai media.
 A 1700 anni dall’Editto di Costantino che introdusse nel mondo la libertà di coscienza, una donna cristiana, condannata a morte solo per la sua fede, dal buio del suo carcere, scrive adesso parole che dovrebbero emozionare tutti.
 Parole che sembrano arrivare dai primi secoli cristiani e che mostrano ancora oggi che il cristianesimo entrò nel mondo con un annuncio rivoluzionario: mentre le religioni pagane sacralizzavano il Potere, Gesù Cristo sacralizzava la dignità e la libertà di ogni singolo, piccolo essere umano.
 “Gesù, nostro Signore e Salvatore” scrive Asia Bibi “ci ama come esseri liberi e credo che la libertà di coscienza sia uno dei tesori più preziosi che il nostro Creatore ci ha dato, un tesoro che dobbiamo proteggere”.
 Ecco perché il caso di Asia Bibi riguarda chiunque abbia a cuore la propria libertà.
 
 Antonio Socci
 Da “Libero”, 9 dicembre 2012
 Vedi Facebook: “Antonio Socci pagina ufficiale”
 
 PER CHI VUOL FARE QUALCOSA PER ASIA BIBI
 Si può far avere la nostra protesta alle autorità pakistane. Riprendo, da “Avvenire” di oggi: “E’ possibile scrivere all’Ambasciata pachistana, via della Camilluccia 682, 00135 Roma, oppure inviare un fax al numero 06-36301936, o spedire una mail all’indirizzo pareprome1@tiscali.it ”.

domenica 9 dicembre 2012

Uno sguardo ha salvato me e salverà tutti voi


dicembre 2, 2012

Il cristianesimo si trasmette attraverso una sana invidia, affermava un mio amico. Per questo è necessario un cuore semplice per riconoscere chi tra noi porta nel suo volto i tratti evidenti della presenza di Cristo. Nella Clinica San Riccardo Pampuri, ogni giorno ci colpiscono persone che lavorano con noi, che vivono una certezza granitica per cui non esiste situazione nella quale non sia evidente la presenza oggi di Cristo. Sono molte le persone che ci donano ogni giorno la gioia e il gusto di vivere, che ha come origine la certezza che Cristo è un fatto, un avvenimento che permette di vivere ogni giorno tutti i particolari della vita con una serenità che suscita quella sana invidia che Sant’Agostino esprimeva con una domanda: «Se questi e quelli, perché non io?». Abbiamo bisogno di incontrare persone innamorate di Cristo, in particolare in questo tempo nel quale l’uomo ha perso il grande orizzonte dell’Infinito.
La presenza di Cristo che tutti abbiamo bisogno di vedere, toccare e ascoltare nella Clinica si impone. Le due lettere che trovate di seguito sono una testimonianza di come sorella Sonia “l’angelo bianco della Clinica”, viva circondata solo di sofferenza, con quella passione per Cristo che lei vive in ogni momento. La sua è una presenza che riesce a raggiungere e commuovere il cuore di tutti perché sostenuta e definita dall’amore di Cristo. Non esiste paziente che non sia affascinato dal suo stile di vita, che riflette la bellezza del divino evidente in quella tenerezza sorridente e che nasce dal suo modo di stare di fronte al Mistero in tutto ciò che vive, soffre e offre.
Guardandola camminare per la Clinica, regalando a coloro che incontra il suo sorriso limpido, brillante della presenza di Cristo a cui ha consegnato tutta la sua vita, perfino il più lontano dalla fede non può non sentirsi abbracciato da Qualcuno più grande e che si rende presente nel suo modo di vivere. È sufficiente una presenza come quella di sorella Sonia per sostenere la Clinica nella sua totalità.
p.Aldo Trento

Da cosa nasce questo senso di mancanza? Questa domanda si desta nell’uomo vivo che avverte in se stesso e negli altri una “mancanza” che rimanda all’assenza di una ragione ultima, quella fonte che compie tutte le esigenze di totalità del cuore umano portandole alla pienezza.
Quando Eladio alcuni giorni fa è entrato nella nostra Clinica, in coma, senza familiari, senza amici, senza vestiti e avvolto in un lenzuolo mi chiedevo: «Da dove nasce questo disinteresse, questa mancanza di attenzione verso la persona, tanto da ridurla a una cosa, prescindendo dalla sua natura originale?». «Amerai il prossimo tuo come te stesso», tratterai l’altro come tratti te stesso. Inevitabilmente, se vogliamo essere seri con la nostra umanità, dobbiamo ammettere che il punto di partenza sono io. Nella misura in cui mi guardo con tenerezza guarderò l’altro secondo la sua verità. E quale è la sua verità? Che l’altro è rapporto con il Mistero, che è stato creato a immagine e somiglianza di Dio, che il suo nome, come il mio, è scritto da sempre nel Cielo.
Chi ha avvolto in un lenzuolo Eladio non si guarda con la tenerezza che gli permette di abbracciare e attraversare la crosta di un uomo povero e abbandonato. Se non mi lasciassi provocare da questo fatto, introducendo in me stessa una tensione verso l’Infinito che mi suscita grandi domande, la calma sempre in agguato finirebbe per vincere, deformando la mia bella esperienza di Cristo.
Don Carrón ci dice spesso che Cristo è venuto a educarci rispetto a questa percezione dell’“io”. Una persona ha recentemente scritto a una sua amica: «Qualcuno mi ha aperto gli occhi e mi ha fatto scoprire chi sono io, che la mia vita vale perché è amata». Se mi accontentassi di avvolgere in un lenzuolo un corpo nudo di una persona che neanche può protestare perché è in coma, il mio “io” smetterebbe di esistere, perché smetterebbe di amare, non terrebbe più conto della totalità di ciò che sono: figlia di Dio-amore, un “io” amato da un Altro per il solo fatto che respira. Risponderei quindi solo alla necessità di infagottarlo in maniera meccanica. Invece, se io sono seria con l’essenzialità del mio “io” lo amerei commuovendomi e muovendomi per vivere pienamente la mia umanità, con tutte le sue esigenze, per essere di più me stessa.
Che cosa è questa assenza, questa mancanza dell’umano? È l’assenza di un cuore inquieto che non si accontenta di nient’altro che non sia Cristo stesso. Questa mancanza di tensione nel riconoscere la Sua presenza amorosa nell’abbandonato, in colui che ha bisogno, nelle vicende di ogni giorno, è la mancanza di un’umanità sveglia, che è attenta e ascolta sempre la voce del suo Amato: «Lo avete fatto a me».
sorella Sonia
Non posso dimenticarmi quegli occhi. Come è nata la mia coscienza tenera e appassionata verso me stessa? È nata quando degli occhi mi hanno guardata secondo la profondità della mia verità, quando hanno scrutato le profonde viscere del mio “io” e hanno risvegliato in me lo stupore di vedermi amata e abbracciata per quello che sono: relazione con il Mistero.
Non posso dimenticare gli occhi di padre Aldo, il cui sguardo su di me è stato decisivo, perché è entrato nella mia storia cambiandola e trasformandola in una novità di vita. Solamente l’abbraccio di questo sguardo è stato sufficiente per farmi capire che la mia sofferenza e la malattia che pesava sulle mie spalle non erano ciò che mi definiva. Quello che mi definisce è il fatto di esistere, di essere stata creata da un Altro.
Questo sguardo che ha attraversato il midollo delle mie ossa mi ha fatto esclamare: «Cristo mi ha guardata!». Gesù non guardava i suoi apostoli per ciò che facevano o per gli esiti che raggiungevano, ma perché i loro nomi erano scritti nel Cielo. Questo modo originale di guardarli provocava in loro una commozione unica che gli permetteva di guardarsi a loro volta con la stessa passione, con la tenerezza che prima non avevano.
Io, che sono stata guardata così e continuo a essere guardata in questo modo diverso, non posso ridurre il mio sguardo all’apparenza di quello che ho di fronte, avvolgendomi in fantasie, nelle immagini della mia mente. Non posso non lasciarmi provocare dalla verità che è più in là della crosta che cerca di bloccarmi. La coscienza donata di me stessa mi obbliga a essere vera con la mia umanità, ad affrontare la realtà come si presenta, come occasione perché si sveli il mio rapporto con il Mistero. Mi obbliga a chiedermi continuamente: «Chi è Cristo per me?». È un’idea che plana sopra la terra o è Qualcuno che è dentro le mie paure, i miei dolori, le mie tristezze, le mie antipatie, le circostanze, per dare a loro un significato, un perché redentore? Quante testimonianze di questa coscienza tenera e appassionata di se stessi ci offrono ogni giorno i malati della Clinica. Norma, che è arrivata da noi angosciata, stanca di credere e sperare in Dio, grazie a uno sguardo tenero su di lei, dice di vedersi diversa, cambiata: «Non sono uguale a prima, non posso più vivere senza pensare che Dio mi sostiene». Hipólito diffondeva la gioia che regnava nel suo cuore, dipendeva da tutto e tutti, ma era certo che il Signore avrebbe deciso su di lui secondo la Sua volontà e ripeteva: «Sono nelle mani di Dio». Alcuni pazienti di Hiv, se prima si concepivano come cose spinte dall’istintività del momento, una volta guardati con questa coscienza si guardano come persone, il cui “io” è costruito giorno dopo giorno da Qualcuno di più grande.
sorella Sonia

domenica 2 dicembre 2012

Messaggio, 02. dicembre 2012

 "Cari figli, con materno amore e materna pazienza vi invito di nuovo a vivere secondo mio Figlio, a diffondere la sua pace ed il suo amore, ad accogliere con tutto il cuore, come miei apostoli, la verità di Dio ed a pregare lo Spirito Santo affinché vi guidi. Allora potrete servire fedelmente mio Figlio e, con la vostra vita, mostrare agli altri il suo amore. Per mezzo dell’amore di mio Figlio e del mio amore, io, come Madre, cerco di portare nel mio abbraccio materno tutti i figli smarriti e di mostrare loro la via della fede. Figli miei, aiutatemi nella mia lotta materna e pregate con me, affinché i peccatori conoscano i loro peccati e si pentano sinceramente. Pregate anche per coloro che mio Figlio ha scelto e consacrato nel suo Nome. Vi ringrazio."

domenica 4 novembre 2012

La morte apre alla vita, a quella eterna

Omelia del Papa durante la Messa in suffragio dei cardinali e vescovi defunti nel corso dell'anno (4 nov 2012)



 Venerati Fratelli,
 cari fratelli e sorelle!


 Nei nostri cuori è presente e vivo il clima della comunione dei Santi e della commemorazione dei fedeli defunti, che la liturgia ci ha fatto vivere in modo intenso nelle celebrazioni dei giorni scorsi. In particolare, la visita ai cimiteri ci ha permesso di rinnovare il legame con le persone care che ci hanno lasciato; la morte, paradossalmente, conserva ciò che la vita non può trattenere. Come i nostri defunti hanno vissuto, che cosa hanno amato, temuto e sperato, che cosa hanno rifiutato, lo scopriamo, infatti, in modo singolare proprio dalle tombe, che sono rimaste quasi come uno specchio della loro esistenza, del loro mondo: esse ci interpellano e ci inducono a riannodare un dialogo che la morte ha messo in crisi. Così, i luoghi della sepoltura costituiscono come una sorta di assemblea, nella quale i vivi incontrano i propri defunti e con loro rinsaldano i vincoli di una comunione che la morte non ha potuto interrompere. E qui a Roma, in quei cimiteri peculiari che sono le  catacombe, avvertiamo, come in nessun altro luogo, i legami profondi con la cristianità antica, che sentiamo così vicina. Quando ci inoltriamo nei corridoi delle catacombe romane - come pure in quelli dei cimiteri delle nostre città e dei nostri paesi -, è come se noi varcassimo una soglia immateriale ed entrassimo in comunicazione con coloro che lì custodiscono il loro passato, fatto di gioie e di dolori, di sconfitte e di speranze. Ciò avviene, perché la morte riguarda l'uomo di oggi esattamente come quello di allora; e anche se tante cose dei tempi passati ci sono diventate estranee, la morte è rimasta la stessa.


 Di fronte a questa realtà, l'essere umano di ogni epoca cerca uno spiraglio di luce che faccia sperare, che parli ancora di vita, e anche la visita alle tombe esprime questo desiderio. Ma come rispondiamo noi cristiani alla questione della morte? Rispondiamo con la fede in Dio, con uno sguardo di solida speranza che si fonda sulla Morte e Risurrezione di Gesù Cristo. Allora la morte apre alla vita, a quella eterna, che non è un infinito doppione del tempo presente, ma qualcosa di completamente nuovo. La fede ci dice che la vera immortalità alla quale aspiriamo non è un'idea, un concetto, ma una relazione di comunione piena con il Dio vivente: è lo stare nelle sue mani, nel suo amore, e diventare in Lui una cosa sola con tutti i fratelli e le sorelle che Egli ha creato e redento, con l'intera creazione. La nostra speranza allora riposa sull'amore di Dio che risplende nella Croce di Cristo e che fa risuonare nel cuore le parole di Gesù al buon ladrone: «
 Oggi con me sarai nel paradiso» (Lc 23,43). Questa è la vita giunta alla sua pienezza: quella in Dio; una vita che noi ora possiamo soltanto intravedere come si scorge il cielo sereno attraverso la nebbia.

 In questo clima di fede e di preghiera, cari Fratelli, siamo raccolti attorno all'altare per offrire il Sacrificio eucaristico in suffragio dei Cardinali, degli Arcivescovi e dei Vescovi che, durante l'anno trascorso, hanno terminato la loro esistenza terrena. In modo particolare ricordiamo i compianti Fratelli Cardinali John Patrick Foley, Anthony Bevilacqua, José Sánchez, Ignace Moussa Daoud, Luis Aponte Martínez, Rodolfo Quezada Toruño, Eugênio de Araújo Sales, Paul Shan Kuo-hsi, Carlo Maria Martini, Fortunato Baldelli. Estendiamo il nostro affettuoso ricordo anche a tutti gli Arcivescovi e Vescovi defunti, chiedendo al Signore, pietoso, giusto e misericordioso (cfr Sal 114), di voler loro concedere il premio eterno promesso ai fedeli servitori del Vangelo.

 Ripensando alla testimonianza di questi nostri venerati Fratelli, possiamo riconoscere in essi quei discepoli «miti», «misericordiosi», «puri di cuore», «operatori di pace» di cui ci ha parlato la pericope evangelica (Mt 5,1-12): amici del Signore che, fidandosi della sua promessa, nelle difficoltà e anche nelle persecuzioni hanno conservato la gioia della fede, ed ora abitano per sempre la casa del Padre e godono della ricompensa celeste, ricolmi di felicità e di grazia. I Pastori che oggi ricordiamo hanno, infatti, servito la Chiesa con fedeltà e amore, affrontando talvolta prove onerose, pur di assicurare al gregge loro affidato attenzione e cura. Nella varietà delle rispettive doti e mansioni, hanno dato esempio di solerte vigilanza, di saggia e zelante dedizione al Regno di Dio, offrendo un prezioso contributo alla stagione post-conciliare, tempo di rinnovamento in tutta la Chiesa.

 La Mensa eucaristica, alla quale si sono accostati, dapprima come fedeli e poi, quotidianamente, come ministri, anticipa nel modo più eloquente quanto il Signore ha promesso nel «discorso della montagna»: il possesso del Regno dei cieli, il prendere parte alla mensa della Gerusalemme celeste. Preghiamo perché ciò si compia per tutti. La nostra preghiera è alimentata da questa ferma speranza che «non delude» (Rm 5,5), perché garantita da Cristo che ha voluto vivere nella carne l'esperienza della morte per trionfare su di essa con il prodigioso avvenimento della Risurrezione. «Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui, è risorto» (Lc 24,5-6). Questo annuncio degli angeli, proclamato la mattina di Pasqua presso il sepolcro vuoto, è giunto attraverso i secoli fino a noi, e ci propone, anche in questa assemblea liturgica, il motivo essenziale della nostra speranza. Infatti, «se siamo morti con Cristo  ricorda san Paolo alludendo a ciò che è avvenuto nel Battesimo, crediamo che anche vivremo con lui» (Rm 6,8). È lo stesso Spirito Santo, per mezzo del quale l'amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori, a far sì che la nostra speranza non sia vana (cfr Rm 5,5). Dio Padre, ricco di misericordia, che ha dato alla morte il suo Figlio unigenito quando eravamo ancora peccatori, come non ci donerà la salvezza ora che siamo giustificati per il sangue di Lui (cfr Rm 5,6-11)? La nostra giustizia si basa sulla fede in Cristo. È Lui il «Giusto», preannunciato in tutte le Scritture; è grazie al suo Mistero pasquale che, varcando la soglia della morte, i nostri occhi potranno vedere Dio, contemplare il suo volto (cfr Gb 19,27a).

 Alla singolare esistenza umana del Figlio di Dio si affianca quella della sua Madre Santissima, che, sola tra tutte le creature, veneriamo Immacolata e piena di grazia. I nostri Fratelli Cardinali e Vescovi, di cui oggi facciamo memoria, sono stati amati con predilezione dalla Vergine Maria e hanno ricambiato il suo amore con devozione filiale. Alla sua materna intercessione vogliamo oggi affidare le loro anime, affinché siano da Lei introdotti nel Regno eterno del Padre, attorniati da tanti loro fedeli per i quali hanno speso la vita. Col suo sguardo premuroso vegli Maria su di essi, che ora dormono il sonno della pace in attesa della beata risurrezione. E noi eleviamo a Dio per loro la nostra preghiera, sorretti dalla speranza di ritrovarci tutti un giorno, uniti per sempre in Paradiso. Amen.

venerdì 2 novembre 2012

Messaggio del 2 Novembre 2012

"Cari figli, come Madre vi prego di perseverare come miei apostoli. Prego mio Figlio affinché vi dia la sapienza e la forza divina. Prego affinché valutiate tutto attorno a voi secondo la verità di Dio e vi opponiate fortemente a tutto quello che desidera allontanarvi da mio Figlio. Prego affinché testimoniate l’amore del Padre Celeste secondo mio Figlio. Figli miei, vi è data la grande grazia di essere testimoni dell’amore di Dio. Non prendete alla leggera la responsabilità a voi data. Non affliggete il mio Cuore materno. Come Madre desidero fidarmi dei miei figli, dei miei apostoli. Attraverso il digiuno e la preghiera mi aprite la via affinché preghi mio Figlio di essere accanto a voi ed affinché attraverso di voi il Suo Nome sia santificato. Pregate per i pastori, perché niente di tutto questo sarebbe possibile senza di loro.  Vi ringrazio."

venerdì 26 ottobre 2012

Messaggio, 25. ottobre 2012

"Cari figli! Anche oggi vi invito a pregare per le mie intenzioni. Rinnovate il digiuno e la preghiera perché satana  è astuto e attira molti cuori al peccato e alla perdizione. Io vi invito figlioli alla santità e a vivere nella grazia. Adorate mio Figlio affinché  Lui vi colmi con la Sua pace e il Suo amore ai quali anelate. Grazie per aver risposto alla mia chiamata.”

martedì 2 ottobre 2012

Messaggio del 2 Ottobre 2012

"Cari figli, vi chiamo e vengo in mezzo a voi perché ho bisogno di voi. Ho bisogno di apostoli dal cuore puro. Prego, ma pregate anche voi, che lo Spirito Santo vi renda capaci e vi guidi, che vi illumini e vi riempia di amore e di umiltà. Pregate che vi riempia di grazia e di misericordia. Solo allora mi capirete, figli miei. Solo allora capirete il mio dolore per coloro che non hanno conosciuto l’Amore di Dio. Allora potrete aiutarmi. Sarete I miei portatori della luce dell’Amore di Dio. Illuminerete la via a coloro a cui gli occhi sono donati, ma non vogliono vedere. Io desidero che tutti i miei figli vedano mio Figlio. Io desidero che tutti i miei figli vivano il Suo Regno. Vi invito nuovamente e vi prego di pregare per coloro che mio Figlio ha chiamato. Vi ringrazio."

martedì 25 settembre 2012

Messaggio, 25. settembre 2012

"Cari figli! Quando nella natura guardate la ricchezza dei colori che l’Altissimo vi dona, aprite il cuore e con gratitudine pregate per tutto il bene che avete e dite: sono creato per l’eternità e bramate le cose celesti perché Dio vi ama con immenso amore. Perciò vi ha dato anche me per dirvi: soltanto in Dio è la vostra pace e la vostra speranza, cari figli. Grazie per aver risposto alla mia chiamata.”

giovedì 30 agosto 2012

Messaggio, 25. agosto 2012

"Cari figli! Anche oggi con la speranza nel cuore prego per voi e ringrazio l’Altissimo per tutti voi che vivete col cuore i miei messaggi. Ringraziate l’amore di Dio affinché Io possa amare e guidare ciascuno di voi per mezzo del mio Cuore Immacolato anche verso la conversione. Aprite i vostri cuori e decidetevi per la santità e la speranza farà nascere la gioia nei vostri cuori. Grazie per aver risposto alla mia chiamata.”

Dall'islam al cristianesimo, passando per l'ateismo comunista


La testimonianza di Miranda Mulgeci, curatrice della mostra sull'Albania, presentata al Meeting di Rimini

di Luca Marcolivio
RIMINI, giovedì, 23 agosto 2012 (ZENIT.org) – Tra le pieghe del Meeting di Rimini emergono storie personali sorprendenti. È il caso di Miranda Mulgeci, 31enne, albanese, tra i curatori della mostra Albania Athleta Christi. Alle radici della libertà di un popolo, assieme al marito Florenc Kola.
Miranda nasce nel 1981, da una famiglia musulmana, quando il comunismo inizia a scricchiolare nell’Europa dell’Est ma non in Albania, dove la dittatura di Enver Hoxha ha raggiunto forse i massimi livelli di ferocia e repressione mai sperimentati nel vecchio continente dalla fine della seconda guerra mondiale. Fu proprio Hoxha, infatti, il primo capo di governo ad imporre l’ateismo di stato come principio costituzionale.
All’inizio degli anni ’90, con un paio d’anni di ritardo rispetto all’ex blocco filosovietico (di cui peraltro l’Albania non faceva parte), la libertà inizia a farsi strada anche nella piccola repubblica balcanica. È la televisione a veicolare messaggi di pace, di speranza e di fede, e così, all’età di undici anni, per la prima volta, Miranda si ritrova di fronte alle immagini della Basilica di San Pietro, del crocefisso, di papa Giovanni Paolo II.
Una vera folgorazione per la piccola Miranda: per lei è l’inizio di un lungo processo di avvicinamento al cristianesimo che culminerà con il battesimo, ricevuto lo scorso anno dalle mani di papa Benedetto XVI.
Raggiunta presso lo stand della mostra sull’Albania, Miranda Mulgeci, colma di emozione e gratitudine, ha raccontato a Zenit la storia della sua vita.
Come avvenne il suo primo impatto con il cristianesimo? Davvero l’ha conosciuto attraverso la TV?
Miranda Mulgeci: Successe tutto all’inizio degli anni ’90, subito dopo la caduta del regime. I primi tre canali televisivi che i nostri ripetitori trasmettevano erano le tre reti RAI. Un giorno mi fermai su Raiuno, affascinata dal sottofondo di musica classica: vidi un’immagine scolpita di Gesù crocefisso che si muoveva, come se si avvicinasse a me… Poi vidi altre immagini della basilica vaticana, infine apparve papa Giovanni Paolo II: era la prima volta che lo vedevo e qualche tempo dopo sarebbe venuto in visita pastorale in Albania. Le prime tre parole che mi rimasero impresse furono: Dio, Gesù e Amore. Così presi l’abitudine di seguire tutte le domeniche le messe del Papa e settimana dopo settimana, iniziai anche ad imparare l’italiano. Per tanti anni la mia unica preghiera fu il Padre Nostro e la mia invocazione ricorrente divenne “Gesù, ti amo”. Avevo compreso che Gesù è amore!
Cos’altro la colpiva del cristianesimo in quegli anni?
Miranda Mulgeci: Mi colpiva in particolare l’immagine di Cristo con i bambini, che imparai ad apprezzare nei film sulla vita di Gesù. Cristo non apparteneva alla mia religione di allora, l’Islam, e questo faceva sorgere in me una domanda: come mai Gesù, che non è musulmano, mi attira così tanto?
In che misura l’aver vissuto nel paese più antireligioso d’Europa, ha influito nel suo cammino di fede?
Miranda Mulgeci: La mia famiglia è musulmana di origine ma non praticante. Uscivamo da una dittatura atea durata quasi 50 anni e soltanto in casa si poteva parlare di Dio. Il più grande esempio di fede fu quello di mia nonna che faceva regolarmente le sue preghiere al mattino e alla sera: sentivo che si rivolgeva a Qualcun Altro. Così già da piccola, intesi la preghiera come un dialogo, una richiesta di aiuto a Qualcuno più grande di me. Anche se la legge non lo permetteva, per me era spontaneo chiedere aiuto a Dio. Ciò è stato possibile solo perché Gesù l’ha voluto.
La sua famiglia ha accettato facilmente la sua scelta di conversione?
Miranda Mulgeci: Il mio è stato un percorso molto lungo. I miei genitori, peraltro, non erano musulmani praticanti, né vivevano la tradizione dell’Islam. La mia famiglia, in linea di massima, è stata molto comprensiva. Se qualche problema c’è stato, è avvenuto per una questione di mentalità e di identità. Dopo il mio battesimo, però, è avvenuta una cosa molto bella: per la prima volta, in occasione del mio matrimonio, mio padre mi ha accompagnato in chiesa. Poi papà ha visitato il duomo di Pavia – dove attualmente abito con mio marito – e ne è rimasto molto colpito. Da parte sua, mia madre spesso mi accompagna a messa. Per gli albanesi è molto importante fare l’esperienza dell’incontro e della conoscenza e l’opportunità più bella per chiunque è quella di conoscere Cristo.
Il suo catecumenato e il suo cammino di formazione cristiana sono avvenuti nell’ambito di Comunione e Liberazione: quali sono state le tappe più importanti del suo cammino nel movimento di don Giussani?
Miranda Mulgeci: Nel 2006, quando già leggevo la Bibbia da molti anni, lessi un inserzione dell’AVSI. Mi recai da loro per un colloquio di lavoro e nella loro sede, notai una marea di volantini natalizi e pasquali: la cosa mi tirava molto su il morale! Nell’ambito dell’AVSI, dove fui assunta, conobbi poi Alberto Piatti, il segretario generale, che rimase colpito della mia conoscenza del cristianesimo, nonostante, di fatto, non fossi ancora cristiana: gli spiegai che non ero mai entrata in una chiesa ma leggevo spesso la Bibbia e lui ne fu piacevolmente colpito. Da Piatti ricevetti in dono il mio primo libro cristiano, Il senso religioso, di don Luigi Giussani: la cosa più bella che mi colpì di quel libro era la spiegazione del rapporto tra cuore e ragione. Assieme al libro mi fu regalato un santino di don Giussani, il cui sguardo era la risposta alle mie tante domande.
Dopo essere stata a Bucarest – dove per la prima volta entrai in una chiesa - per un incontro dell’AVSI, nel 2008 mi trasferii a Milano per un master alla Cattolica ma, in realtà, quel master non mi bastava: volevo approfittare per conoscere il mondo di Comunione e Liberazione. Iniziai a seguire la catechesi presso la famiglia Carrettini di Milano. Mi colpiva il modo in cui i membri di CL comunicavano, mi parevano uomini liberi e io desideravo quel tipo di libertà: volevo essere libera e felice al tempo stesso.
Come vive la sua vocazione nelle dimensioni della famiglia e della professione?
Miranda Mulgeci: Anche mio marito è albanese e anche lui è convertito, sebbene lui venga dalla chiesa ortodossa. Per me è fondamentale poter condividere la cosa più importante, la fede, con l’uomo che amo; poter fare assieme a lui tutte le cose che ci stanno più a cuore, è la cosa più bella della religione cattolica. È bello anche poter condividere la fede con un movimento come Comunione e Liberazione.
Per tanti anni ho lavorato con l’AVSI, dove è emerso in modo molto forte questo desiderio di essere felici: capisci che certe cose te le può far vivere soltanto un altro che è Gesù Cristo. Adesso insegno scienze religiose in un CFP a Pavia, dove i miei allievi hanno tra i 15 e i 20 anni. Quest’anno ho avuto l’opportunità di spiegare loro il senso religioso. È stato bello perché, interloquendo con i ragazzi, sono emerse tutte le loro domande più profonde.

sabato 25 agosto 2012

lettera del 23 agosto 2012


Cari amici,
ogni giorno che passa sperimento che il mio unico compito è riconoscere in ogni dettaglio la Presenza del Mistero e farmi guidare da Lui, obbedendo alla realtà che si fa presente dentro ogni circostanza, anche la più dolorosa, dalla quale istintivamente vorrei fuggire. Il mio compito è sempre più chiaro: dire SI, mendicare la Sua Presenza, come Fortunato, il vecchietto della foto che con i suoi 77 anni due volte al giorno (mattina e pomeriggio) viene a visitarmi, camminando appoggiato al suo bastone. Due ore, fra andata e ritorno e sempre puntuale come un orologio. I suoi passi sono lenti, ma sicuri. Mi cerca dappertutto. Le sue tappe sono la clinica, la segretaria e il caffè letterario. Quando mi incontra o incontra un sacerdote si inginocchia e chiede la benedizione e una pastiglia per il mal di testa. E non si alza finchè non ha ottenuto la pastiglia. Non importa se è una caramella rotonda. L’importante è che sia bianca. La cosa che mi commuove e il suo continuo camminare, la sicurezza che gli da il rapporto con noi. Per me Fortunato come gli ammalati è il richiamo più potente a non dimenticare che sono un mendicante, un pellegrino dell’Assoluto. Fortunato con il suo mettersi in ginocchio quando mi incontra mi ricorda che per stare in piedi  ho bisogno di vivere in ginocchio. In questi giorni nella clinica sono morti molti pazienti (anche due al giorno) con il corpo sfigurato per il cancro o per gli effetti collaterali dell’AIDS (Dio mio che impressione vedere giovani corpi con le membra, in particolare gambe, piedi, braccia, deformati
 o pieni di piaghe…) e sinceramente se non vivessi in ginocchio come il mio amico di 77 anni non ce la farei a guardare in faccia tutto questo male. Ogni piaga è per me Gesù sulla croce e per questo quando celebro la Messa al momento della pace non posso non baciare la fronte del defunto. “Credo la risurrezione della carne (si … quella carne piena di piaghe o quelle membra deformate di giovani donne e uomini e che solo la fede permette guardare e toccare) e la vita eterna. Amen”. Se non fosse vero questo non mi interesserebbero  tutti gli altri articoli del Credo. Per questo non posso non essere grato al Signore per ciò che ha fatto costruendo questa clinica o le casette per anziani soli o abbandonati o della strada che mi offrono la grazia de stare stupito di fronte al Mistero. Fortunato era in una di queste case per anziani e “vagabondi” ma un giorno ha voluto la sua libertà di camminare come i suoi antenati guaranì e lo abbiamo lasciato andare.. eppure da quel giorno ci cerca tutti i giorni. La libertà è proprio il cammino guardando chi ci vuole bene perché vuole bene al nostro destino. Nella casa per anziani c’è Bernarda, una vecchietta con una storia difficile. Viveva in una catapecchia vicino al Ministero della Finanza. Tutti la conoscevano. Però un giorno con un inganno i funzionari del ministero la portano da noi perché in quel posto debbono costruire un edificio. Lascio immaginare il suo dramma. Ogni giorno quando arrivo da lei con la processione eucaristica vuole con la mano toccare l’ostensorio e chiede a Gesù: “Dammi la mia libertà, perché non sopporto più di stare qui”.. . Osservandola vedo i suoi occhi spalancarsi mentre guarda l’ostia divina supplicando la sua libertà. Vedo in lei una ansia di infinito perché la libertà cerca solo questo. Ed è l’unica cosa che Bernarda chiede.
Un abbraccio,
P. Aldo

sabato 18 agosto 2012

lettera del 17 agosto

Da: Antonio Aldo Trento 
Data: 17 agosto 2012 21:18:14 GMT+02:00
Cari amici,
più passa il tempo e più mi rendo conto che il Mistero mi raggiunge, mi mostra il suo amore attraverso l’imprevisto. Per cui esige che la mia libertà sia sempre attenta per accoglierlo. E questo esige un lavoro continuo perché la distrazione non mi vinca. Oggi, lunedì, è stata una giornata in cui il Mistero mi ha scombussolato tutto. Ieri sera ero andato a dormire, come al solito alle 23, dopo l’ultima visita ai malati e aver fatto un po’ di compagnia a Venancio, un giovane ammalato di AIDS, morto alcune ore prima. Era solo e mai nessuno era venuto a visitarlo. Così ho detto in sua compagnia un po’ di Rosario. Una volta a letto non riuscivo a dormire anche perché sapevo che alle 5 avrei dovuto alzarmi dato che, più preciso di un orologio svizzero, alle 5,30 l’amico Federico Franco (attualmente nuovo presidente della Repubblica dopo che due mesi fa il Congresso, attraverso un giudizio politico, ha destituito l’allora Presidente in carica l’ex vescovo Ferdinando Lugo) sarebbe venuto con la moglie per la recita di Lodi e la colazione. Così mi sono addormentato alle due e alle 5 ero già in piedi con una faccia che non vi dico e che solo quel “Tu che mi fai” ha reso più accettabile. Sono sceso e, grazie a Dio, padre Daf aveva già fatto il caffè e preparato la tavola. L’unica cosa che ho fatto è stata quella di mettere i libretti delle ore sulle rispettive sedie nella cappella. Quindi siamo usciti, che era ancora buio, per aspettare il presidente assieme alla carovana di poliziotti che ogni lunedì circondano la parrocchia per garantire la massima sicurezza. Arriva puntuale con la moglie in una 4x4 enorme e blindata. La prima cosa che fa incontrandoci è quella di chiederci con le mani giunte la benedizione. Poi in cappella, davanti al S. Sacramento si recitano le lodi in cui lui fa da capocoro. Quindi il caffè, un dialogo rapido tra di noi perché alle 6 del mattino ha il consiglio dei ministri. Lo accompagnamo fuori, chiede ancora la benedizione e se ne va, scortato da una carovana di macchine della polizia. Ritorna la tranquillità e decido di tornare a dormire. Però alle 7.15 mi chiamano: “ti stiamo aspettando (nella clinica) per la adorazione e processione eucaristica”. Mi alzo e in cinque minuti sono lì. Ho la testa appesantita per cui  ritorno a letto. Un’altra ora e mezza di sonno e mi chiamano nuovamente. E così fino alle 14 resisto ma poi sento il bisogno di andare a dormire. Ma alle 15.30 ho la Messa per Venancio, il giovane morto di AIDS e poi la sepoltura. Con la suora (Sonia) e alcune donne vestite di nero lo portiamo al cimitero dove riposano tutti i miei figli morti in questi anni senza nessun parente. Alle 17 sono di ritorno e vado nella clinica dove già sono arrivati nuovi ammalati terminali di cancro. Quanto dolore! Senza accorgermi arriva l’ora dell’adorazione e processione. Quindi mi fermo ancora un po’ per parlare con chi ha bisogno. Guardo l'orologio e vedo che sono già le 20.30. Vado a salutare i miei bambini della casita n° 2, dove ci sono quelli da 0 a 3 anni. Dormono già da quasi due ore. Passo di culla in culla, li benedico uno per uno accarezzandoli. Sono bellissimi, mi commuovo nel pensare alle storie di violenza di cui sono stati vittime. Non li lascerei mai, ma è già tardi e ho fame. Torno a casa, mangio qualcosa e poi vado alla clinica per vedere se c’è qualcuno che ha bisogno in particolare chi è già alla fine.
Torno per dormire, però prima volevo raccontarvi un po’ questa giornata in cui mi è successo di tutto e di cui l’unica cosa prevista erano le lodi  con  il Presidente e il funerale. Ma non certamente andare a dormire tre volte in un giorno. Tempo fa mi sarei scandalizzato e arrabbiato con me stesso, perché educato a programmare bene ogni giornata anche quando di notte guardavo il soffitto. Adesso mi sono arreso alla realtà per cui sperimento una pace profonda, quella pace che nasce dall’esperienza di essere abbraciato e guidato dalla Presenza del Mistero. Amici scusatemi, l’ho fatta lunga per arrivare a dirvi questa cosa molto semplice ma essenziale.
Non dimenticate mai: “l`imprevisto é l´unica cosa prevista”.       
Ciao,  P. Aldo
Ps: cosi abbiamo festegiato il cumpleanno del nostro caro amico Federico Franco, nuovo Presidente della Republica.

martedì 14 agosto 2012

Cristiani adulti e Provvidenza

Cristiani adulti come Vito Mancuso e Carlo Molari hanno ormai abbandonato lo spirito dell'infanzia, non si considerano più bambini tra le braccia di un Padre, ma uomini che devono badare a sé stessi.
 Legata a questa idea di cristiano adulto è in effetti quella che Dio non interviene nella storia. Il suo influsso al massimo si esercita sugli spiriti (umani), ma non sulla materia, sul livello materiale. Per loro è perciò falso il proverbio popolare che "non cade foglia che Dio non voglia".
 Ma sbagliano:
  1. Un dio che non abbia potere sulla materia nion è l'Infinitamente Perfetto, ma un dio finito, un Demiurgo, che non trova riscontro tra quanto dicono sia la fede cattolica sia la ragione filosofica;
  2. è contradditorio che Dio possa il più difficile (agire sullo spirito) e non il più facile (agire sulla materia), la materia infatti è ontologicamente più imperfetta dello spirito e pertanto essa è più -come dire- facilmente manipolabile dello spirito;
  3. comunque poiché spirito e materia sono distinti ma non totalmente separati, agendo sullo spirito si agisce inevitabilmente anche sulla materia, sulla concretezza delle circostenze materiali.

giovedì 26 luglio 2012

Messaggio, 25. luglio 2012

"Cari figli! Oggi vi invito al bene. Siate portatori di pace e di bontà in questo mondo. Pregate che Dio vi dia la forza affinche' nel vostro cuore e nella vostra vita regnino sempre la speranza e la fierezza perchè siete figli di Dio e portatori della Sua speranza in questo mondo che è senza gioia nel cuore e senza futuro perchè non ha il cuore aperto verso Dio, vostra salvezza. Grazie per aver risposto alla mia chiamata."

martedì 24 luglio 2012

lettera del 23 luglio 2012

Da: Antonio Aldo Trento 
Data: 23 luglio 2012 15:23:08 GMT+02:00
A: undisclosed-recipients:;
Cari amici,
molti di voi mi hanno scritto, vedendo il mio silenzio, preoccupati  che mi sia accaduto qualcosa. E di fatto il Signore in questi mesi mi ha provato duramente rendendomi per pura grazia, ancora più certo di appartenergli totalmente. Nessuna opera di Dio nasce senza che la libertà umana provocata dalla realtà, diventi una pura adesione all’essere.
Ancora una volta il Mistero è entrato fino al midollo delle mie ossa, per cui ho vissuto questi mesi solo fissando continuamente Gesù dentro le circostanze dolorose che mi ha regalato. Ci sono stati momenti che non riuscivo a vedere la luce e in cui mi ripetevo continuamente “io sono Tu che mi fai” attraverso le circostanze apparentemente negative  che ero chiamato a vivere. La cosa bellissima in questi mesi è stata la pace del mio cuore, una passione ancora più grande per i miei pazienti  terminali, i barboni o anziani abbandonati da tutti e per i miei bambini. Questi miei figli mi ripetevano “animo padre Aldo, perché offriamo il nostro dolore a Gesù per te”.  E aggiungevano: “Padre, tu ci hai sempre detto “animo” e adesso siamo noi a dirtelo”. Stando con loro era ed è per me un’allegria perché per me sono Gesù nella croce. “Tutto posso in Colui che mi dà la forza” afferma S. Paolo. Ebbene, ho toccato con mano la carnalità di questa esperienza. Ovvero non c’è niente di più bello e commovente che stare nella croce con Gesù, offrendosi come sacrificio al Padre, perché tutti gli uomini possano incontrare la misericordia del Padre. “È necessario soffrire perché la verità non si cristallizzi in dottrina” scriveva Mounier. Ed è vero perché altrimenti  è difficile gustare la bellezza di vivere affermando con la vita “Tu o Gesù”.  Gesù mi ha preso con sé dentro una modalità che non pensavo neanche come una ipotesi, e il mio povero SI a Lui è stato ed è sufficiente perché nella pazienza del tempo, che spesso sembra eterna, sperimentare la letizia di essere tutto, ma proprio tutto, di Gesù. Che bello tanto nel dolore fisico come quello morale vibrare della Sua compagnia. Vorrei augurare a tutti coloro che soffrono, in particolare ai depressi, di partire solo da Gesù per affrontare il dolore perché è tutta un'altra cosa. Solo così si può stare come in questi giorni davanti a Gabriel di 18 anni che sta morendo di cancro e piangendo chiede a quanti si avvicinano di dargli un bacio. E in questo piccolo gesto egli trova quel sollievo che neanche la morfina può dargli. È proprio vero, si può affrontare tutto, qualsiasi situazione dentro quell’abbraccio di cui parlano Giussani e Carrón. In questi mesi, oltre alla compagnia dei miei ammalati, dei due sacerdoti che stanno con me, è stata commovente l’amicizia di Marcos e Cleuza che più volte sono venuti apposta a stare con noi. L’ultima volta, alcuni giorni fa, sono arrivati alle 3 del mattino, a causa del ritardo dell’aereo. Avevano vissuto una giornata intensa, erano stanchissimi eppure, per poche ore di compagnia, hanno deciso di venire a visitarci, disdicendo tutti i loro appuntamenti del giorno dopo. Una gratuità possibile solo in chi è innamorato di Cristo. E non bastasse questo, la Provvidenza ci ha mandato padre Alberto per camminare assieme. È già arrivato ed è qui con noi, ma su questo voglio ritornare perché quello che è accaduto è spiegabile solo alla luce della Provvidenza e di una appartenenza radicale al Movimento. Sono stato un po’ lungo ma desideravo a questo punto, vedendo la preoccupazione da parte di molti amici, rispetto alla mia persona, mi è sembrato giusto raccontarvi un po’  di quanto sto vivendo. Amici, credetemi, non c’è niente di più bello, di più affascinante dentro il dolore, del guardare in  faccia Gesù e dirgli “Gesù sono solo e tutto tuo”. E questo è il segreto di ciò che Dio sta facendo con le opere di carità, espressione della sua tenerezza, del suo amore, della sua passione per l’uomo.
P.Aldo

lunedì 23 luglio 2012

eterofobia?

Secondo alcuni cattolici di (estrema) destra starebbe dilagando l'eterofobia. Pur non essendo una questione veramente seria, approfittiamo dell'otium estivo per riflettere anche su questa bizzarria (o forse meglio sarebbe dire su questo fenomeno da baraccone). La domanda è "esiste un fenomeno eterofobia?"
Per rispondere è anzitutto necessario definire che cosa si intenda con questa espressione. In assenza di vere e proprie definizioni (sarebbe chiedere troppo a chi non usa la ragione) dobbiamo formulare delle (verosimili) ipotesi. Ci aiuta senza dubbio il raffronto con l'omofobia: in effetti la parola eterofobia viene coniata, o almeno manipolata, in evidente funzione di bilanciamento dell'utilizzo del concetto di omofobia: come dire che il vero problema, la vera piaga non è l'omofobia, ma l'eterofobia.
Si tratta dunque di un fenomeno simmetrico e opposto all'omofobia. Quest'ultima è la paura del diverso, anzi l'odio per gli omosessuali, odio che si esprime in atteggiamenti vessatori, discriminatori e persecutori ai danni degli omosessuali, impedendo loro di esprimersi liberamente secondo la loro specifica modalità di vivere la dimensione sessuale, a partire dalla violenza verbale fino a giungere a quella fisica, il pestaggio e in taluni casi l'uccisione. L'omofobia si è manifestata ad esempio nel corso dei secoli con legislazioni che prevedevano punizioni per i responsabili di atti omosessuali, fino alla pena capitale.
Dunque l'eterofobia sarebbe un odio per gli eterosessuali, che si esprimerebbe in atteggiamenti vessatori, discriminatori e persecutori nei loro confronti, partendo dalla violenza verbale fino a giungere alla violenza fisica. E' sottinteso che il soggetto, protagonista di queste violenze, sarebbero i gay, omosessuali organizzati in potenti lobbies che avrebbero ormai preso il potere nel mondo e starebbero imponendo una strisciante dittatura gay (in effetti anche questa è una implicazione del concetto di eterofobia).
Siamo davvero a questo punto? Esiste una dittatura gay che perseguita gli eterosessuali? I fatti non sembrano suffragare questa ipotesi: in molti paesi del mondo (i paesi meno sviluppati) gli omosessuali sono ancora sottoposti a leggi discriminatorie che in qualche caso prevedono addirittura la pena capitale, ciò che mal si concilia con una loro presa del potere; ma anche nei paesi occidentali più sviluppati il massimo a cui si è arrivati è una legislazione che equipara i gay agli eterosessuali (vedi riconoscimento del matrimonio omosessuale), ma non risulta che la legislazione affermi una superiorità degli omosessuali sugli eterosessuali. L'omosessualità è depenalizzata ed equiparata all'eterosessualità, come eccezione tollerata, non come norma da imporre a tutti. Né constano episodi, ad esempio, di pestaggi di eterosessuali ad opera di attivisti estremisti gay, al grido di "gay tutti!" Se un bacio etero in un bar omo ha provocato come reazione l'espulsione della coppia etero da quel bar ciò non autorizza a parlare di eterofobia, nemmeno in quel caso: in effetti non si vuole impedire agli etero di esprimere liberamente la loro sessualità ovunque, ma solo in quella infinitesimale porzione del mondo che è un bar gay.

una obiezione

Sarà - immaginiamo l'obiezione - ma non è che negando l'eterofobia si è costretti ad ammettere l'omofobia, che a sua volta è usata come grimaldello per far passare i cosiddetti diritti?
Intanto cominciamo col dire che se una cosa non c'è, non si può dire che c'è. Se non c'è non c'è. E l'eterofobia non c'è, come abbiamo cercato di dire.
Quanto all'omofobia è vero che essa ha come due risvolti, uno vero e uno falso. Da un lato infatti essa denota un fenomeno reale, e negativo: la violenza contro gli omosessuali, che un cristiano non può legittimare e con cui non può essere connivente. D'altro lato è pur vero che la parola omofobia viene strumentalizzata: come se fosse omofobica qualunque opposizione alla totale equiparazione tra eterosessualità ed omosessualità. E ciò è ideologico e negativo.
Non è però che per strappare la zizzania del senso "cattivo" di omofobia, si possa strappare anche il buon grano del senso "buono" di omofobia. Rifiutiamo il primo, ma accogliamo il secondo: opponiamoci alla violenza contro i diversi, senza perciò approvare i cosiddetti "diritti".

lunedì 2 luglio 2012

Messaggio, 25. giugno 2012

"Cari figli! Con la grande speranza nel cuore anche oggi vi invito alla preghiera. Se pregate figlioli, voi siete con me, cercate la volontà di mio Figlio e la vivete. Siate aperti e vivete la preghiera; in ogni momento sia essa sapore e gioia della vostra anima. Io sono con voi e intercedo per tutti voi presso mio Figlio Gesù. Grazie per aver risposto alla mia chiamata.”

Messaggio, 2. Luglio 2012

"Figli miei, di nuovo vi prego maternamente di fermarvi un momento e di riflettere su voi stessi e sulla transitorietà di questa vostra vita terrena. Poi riflettete sull’eternità e sulla beatitudine eterna. Voi cosa desiderate, per quale strada volete andare? L’amore del Padre mi manda affinché sia per voi mediatrice, affinché con materno amore vi mostri la via che conduce alla purezza dell’anima, di un’anima non appesantita dal peccato, di un’anima che conoscerà l’eternità. Prego che la luce dell’amore di mio Figlio vi illumini, che vinciate le debolezze e usciate dalla miseria. Voi siete miei figli e io vi voglio tutti sulla via della salvezza. Perciò, figli miei, radunatevi intorno a me, affinché possa farvi conoscere l’amore di mio Figlio ed aprire così la porta della beatitudine eterna. Pregate come me per i vostri pastori. Di nuovo vi ammonisco: non giudicateli, perché mio Figlio li ha scelti. Vi ringrazio."

venerdì 1 giugno 2012

Carron agli amici di Modena dopo il terremoto

Questo e' il momento della persona! Dobbiamo renderci conto di chi ci da' la vita adesso, chi ci da' il punto di appoggio per stare in questa situazione. Ora le spiegazioni penultime non servono. Anche "se trema la terra, se crollano i monti nel fondo del mare" "Tu sei il mio Dio": questa e' l'espressione ultima dell'uomo. Io chi sono? Sono una parte di questo tutto che crolla, o sono qualcosa d'altro? Ciascuno, per stare davanti al reale, e' costretto a non stare nell'apparenza.
Qui si vede chi siamo, dov'e' la nostra consistenza. Il terremoto puo' essere l'occasione attraverso cui il Mistero ci fa prendere coscienza di noi: "Vi rendete conto chi siete voi e Chi sono Io?".
Rispondere a questa domanda non lo si fa una volta per tutte. Occorre rispondere in continuazione, come giudizio, come riconoscimento di Chi ci fa ora.
"Io-sono-tu-che-mi-fai".

venerdì 25 maggio 2012

messaggio del 25 maggio 2012

Cari figli! Anche oggi vi invito alla conversione e alla santità. Dio desidera darvi la gioia e la pace attraverso la preghiera ma voi, figlioli, siete ancora lontano, attaccati alla terra e alle cose della terra. Perciò vi invito di nuovo: aprite il vostro cuore e il vostro sguardo verso Dio e le cose di Dio e la gioia e la pace regneranno nel vostro cuore. Grazie per aver risposto alla mia chiamata.

lunedì 14 maggio 2012

Il cristianesimo ad un bivio in Medio Oriente

Il cristianesimo ad un bivio in Medio Oriente (Prima parte)
Intervista con padre Samir Khalil Samir, S.I., islamologo ed esperto di cultura araba
ROMA, lunedì, 7 maggio 2012 (ZENIT.org) - In collaborazione con Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACS), Mark Riedemann ha intervistato per Where God Weeps (Dove Dio Piange) padre Samir Khalil Samir, S.I., professore di Storia della Cultura araba e di Islamologia a Roma e a Beirut, ed esperto nel dialogo interreligioso.
Vorrei delineare un panorama della situazione dei cristiani in Medio Oriente. Di che cifre stiamo parlando? E quali sono le diverse esperienze che vivono i cristiani nei vari Paesi del Medio Oriente?
Padre Samir Khalil Samir. È difficile dare delle cifre esatte. Direi all’incirca 16 milioni. Il numero più alto è in Egitto, dagli 8 ai 10 milioni circa. Il patriarcato dice che sono molti di più, mentre il governo afferma che sono molto di meno. In Libano si registra la più grande percentuale di cristiani sul totale della popolazione, anche se è un numero ridotto, circa 2 milioni. Poi ci sono cristiani in Siria, Giordania, Palestina e Iraq: è la regione dove ci sono i cristiani nativi. Al di fuori dell’Egitto, la presenza più numerosa di cristiani è nella penisola arabica: si tratta di filippini, srilankesi ed indiani...
…Lavoratori stranieri dunque.
Padre Samir Khalil Samir: …Lavoratori stranieri che vengono importati e che soffrono molto a causa della situazione in questi Paesi. In Egitto la situazione è difficile ma non c’è persecuzione, diciamo discriminazione. E poi ci sono le aree devastate dalle guerre come l’Iraq e per più di 60 anni la Palestina. Queste due situazioni rendono l’esistenza dei cristiani molto difficile. In Palestina, i cristiani hanno perso la speranza e lasciano il Paese se ci riescono. Abbiamo più o meno la stessa situazione in Iraq. I cristiani si stanno spostando dalle loro zone verso il nord, la parte curda nel nord dell’Iraq.
Lasciando da parte il discorso sulla guerra, la situazione va dalla discriminazione fino alla persecuzione aperta?
Padre Samir Khalil Samir: Mentre la guerra è la peggiore situazione, la discriminazione in Egitto è il secondo livello. Un esempio: tutto il giorno e tutto l’anno, dalle cinque del mattino, vieni bombardato con la propaganda islamica. Iniziano la loro preghiera usando i megafoni e la ripetono cinque volte al giorno. Poi ci sono la radio e la televisione: spesso i vicini seguono questi programmi con un volume altissimo. Non ti puoi lamentare perché il vicino si giustificherà dicendo che è la parola di Dio. Anche la televisione e il cinema sono inondati dalla propaganda islamica. Nelle scuole, i ragazzi e le ragazze iniziano la giornata con l’insegnamento islamico. Comincia quando gli studenti sono ancora fuori, poi vengono di nuovo inondati dalla propaganda islamica, chiamata Khutbah. Quando c’è il cambio di insegnante, si ripete il rituale. In termini di occupazione, quando qualcuno cerca un lavoro, in particolare nel settore pubblico, chiedono il tuo nome, il che è normale, ma in Egitto le cose sono diverse: chiedono il tuo nome, quello di tuo padre, quello di tuo nonno, e se non c’è qualche Mohammed nella serie di nomi allora capiscono che sei un cristiano.
Infatti, la carta d’identità menziona la religione.
Padre Samir Khalil Samir: Esattamente, non chiederanno la tua carta d’identità, solo il tuo nome, ma in quel momento sai che sei stato classificato e che potrebbe essere un motivo per essere rifiutato per un lavoro e cose simili. Senti di essere trattato diversamente. L’atmosfera è l’islamizzazione della società. E durante il Ramadan (il mese del digiuno islamico, ndr) tutto il sistema cambia. Gli orari cambiano. Il sistema dei trasporti pubblici smette di funzionare dalle cinque di sera fino alle otto della mattina; la vita dipende dalla religione della persona e visto che è islamica per natura, essere un cristiano significa sentirsi non considerato o emarginato. Sono cose semplici ma c’è discriminazione anche all’università. Un cristiano non può essere un ginecologo o insegnare l’arabo perché il loro ragionamento è che, essendo cristiano, come può uno insegnare l’arabo che è basato sul Corano e come puoi insegnare il Corano se non sei un musulmano.
…e un ginecologo, ovviamente, perché in quanto cristiano come puoi guardare una donna musulmana. Questo verrebbe considerato...
Padre Samir Khalil Samir: Sì, quando una ragazza cristiana esce senza portare il velo, le critiche sono così forti che alla fine conviene cedere. C’è questa pressione. Nelle città non è un problema ma nei piccoli villaggi è molto più evidente.
Possiamo dire che questa situazione rispecchia quella presente in molti Paesi del Medio Oriente?
Padre Samir Khalil Samir: No, non tanto, ma senz’altro è così nella penisola arabica. Mi riferisco a questi Paesi dove il cristianesimo era presente già prima dell’Islam, come Egitto, Siria, Libano, Giordania e Palestina; in Egitto la situazione è la peggiore. Dall’altro lato c’è il Libano, che non è un Paese islamico. È un Paese arabo. È l’unico Paese, che non è musulmano ma un Paese religioso, dove cristiani e musulmani sono uguali. Questo significa che riconosciamo che la religione è una parte essenziale della società, del sistema e dello Stato. Nel Parlamento libanese ci sono 64 cristiani e 64 musulmani, cristiani di varie denominazioni e musulmani di tre o più denominazioni.
Sarebbe dunque un modello di convivenza...
Padre Samir Khalil Samir: …e fra questi estremi ci sono Paesi come la Siria e l’Iraq del passato, che pretendono di essere Paesi laici e governati da un partito politico, il Partito Baath, come ancora è il caso in Siria. Lo Stato è consapevole della tua religione ma sei libero e la politica non cambia. Il presidente della Siria è certamente un musulmano, ma il sistema è laico.
Tuttavia non c’è libertà di religione ma solo libertà di culto.
Padre Samir Khalil Samir: Sì, ma non è così grave. Un musulmano può convertirsi ma non è facile a causa della pressione familiare e sociale e non perché c’è una legge o così è previsto nella Costituzione: questa è la differenza. In Egitto sarai punito perché la shari’a è la base della Costituzione egiziana. La stessa situazione della Siria si riscontra in Giordania. Il re e il regno sono aperti di mente specialmente verso i cristiani e infatti accolgono i cristiani con grande stima. I cristiani, per la maggior parte latini, appartengono alle tribù arabe. Significa che non si può dire che sono occidentali. Parlano come i beduini, sono d’altronde arabi.
Appartengono alle radici del Paese.
Padre Samir Khalil Samir: Sì, come il patriarca di Gerusalemme, mons. Twal, e il vescovo di Algeri, entrambi appartengono a tribù arabe e giordane. Nell’Arabia Saudita invece, non puoi fare nulla. Neppure pregare.
[La seconda parte dell’intervista verrà pubblicata domani, martedì 8 maggio]
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Questa intervista è stata condotta da Mark Riedemann per Where God Weeps, un programma televisivo e radiofonico settimanale, prodotto da Catholic Radio and Television Network, in collaborazione con l’organizzazione internazionale Aiuto alla Chiesa che Soffre.
Aiuto alla Chiesa che soffre: www.acn-intl.org
Aiuto alla Chiesa che soffre Italia: www.acs-italia.glauco.it
Where God Wheeps: www.wheregodweeps.org
[Traduzione dall’inglese a cura di Paul De Maeyer]
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Il cristianesimo ad un bivio in Medio Oriente (seconda parte)
Intervista con padre Samir Khalil Samir, S.I., islamologo ed esperto di cultura araba
ROMA, martedì, 8 maggio 2012 (ZENIT.org) – La prima parte dell’intervista a padre Samir Khalil Samir, S.I., è stata pubblicata lunedì 7 maggio.
Vorrei ritornare sulla questione dell’emigrazione dei cristiani come conseguenza della discriminazione e della persecuzione. Di che cifre stiamo parlando?
Padre Samir Khalil Samir: È  difficile dirlo. Varia da Paese a Paese, ma ciò che è certo è che l’emigrazione è in crescita e che ogni anno il numero di cristiani si riduce ovunque. Ho appena sentito il vescovo di Tier, in Libano, dove non c’è discriminazione e lui mi ha detto: “Quando ero bambino, negli anni ’50, a Tier, c’erano 10.000 abitanti, 5.000 cristiani e 5.000 musulmani. Oggi i cristiani sono 3.000 su un totale di 80.000.
Qui va detto che è una questione economica perché Lei ha affermato che in Libano non c’è discriminazione.
Padre Samir Khalil Samir: Assolutamente. Non c’è discriminazione e ribadisco che il numero in forte calo non è sempre dovuto a motivi religiosi; la mia famiglia è emigrata verso gli USA e Canada. I miei fratelli sono ancora lì e nessuno li ha costretti ad emigrare; loro ed io semplicemente non lo sentiamo più come il nostro Paese. L’atmosfera sta cambiando: è un fatto psicologico. Senti che non c’è più quella libertà che avevamo prima. I cristiani sono più soggetti alla libertà rispetto ai musulmani che, invece, non la sopportano. Allora, se per motivi culturali, politici e sociali i cristiani hanno la possibilità di emigrare, lo faranno. Hanno forse dei familiari emigrati già nel XIX secolo o all’inizio del XX secolo o che parlano fluentemente le lingue occidentali. La mia famiglia a casa parlava fluentemente il francese e un po’ di inglese e così la loro integrazione ed inculturazione negli USA non fu difficile. In altri Paesi, il motivo potrebbe essere religioso.
Quello che sta dicendo induce a un forte pessimismo: la tendenza è in aumento. È irreversibile?
Padre Samir Khalil Samir: Se lasciamo che il corso naturale compia il suo ciclo, allora è irreversibile, perché la situazione non cambierà in venti anni. La democrazia non cascherà improvvisamente dal cielo. Bisogna costruire una generazione di gente che ama la libertà e la libertà è un elemento importante. Questo movimento islamico, che cerca di islamizzare le società, crescerà e non si fermerà nell’arco della nostra vita. Crescerà e se poi arriverà ad un certo punto, proprio come è successo in Turchia, dove la percentuale di cristiani, all’inizio del XX secolo, era tra il 20% e il 24%, mentre oggi è dello 0,2%, 100 volte inferiore rispetto ad un secolo fa, perché se si arriva ad un certo punto, l’1% o il 2%...
È un circolo vizioso che si auto-alimenta.
Padre Samir Khalil Samir: Sì. Per questo è importante fermarlo adesso e forse anche proporre a chi se ne è andato di ritornare. Ma è difficile.
È impossibile. Voglio dire, che nello stesso momento in cui registriamo questa tendenza “naturale” a lasciare il Paese, l’esodo viene ulteriormente incentivato dalla realtà di violenza, dalla guerra in Iraq, dalla situazione in Palestina, che sta provocando una ulteriore radicalizzazione tra i musulmani e di conseguenza una ulteriore pressione sui cristiani?
Padre Samir Khalil Samir: Sì ma darò un esempio per mostrare che è possibile fermarlo. Prenderò come esempio il Libano. Mi ricordo che circa 10-15 anni fa l’Hezbollah (Il partito di Dio, degli sciiti libanesi, ndr) voleva una società islamica secondo modello iraniano. Dicevano persino di dipendere più dall’Iran che dal Libano. La grande figura dell’islam sciita in Libano era in quel momento l’Imam Chamseddine (Imam Shaykh Muhammad Mahdi Shams ad Din), morto tre anni fa. Chamseddine, nella biografia che ha dettato durante l’ultima settimana di vita, ha dichiarato: “Ero convinto che una società islamica era ideale ma adesso, dopo 10-15 anni, devo ammettere che la società come è oggi, in Libano, è migliore, perché i cristiani danno un contributo, un altro approccio al nostro modo di convivere”. L’Hezbollah, per qualche altro motivo, ha detto la stessa cosa, cioè che non vogliono una società islamica. Questo è dunque è il mio punto di vista: è possibile fermare questa tendenza nel mondo arabo e mostrare ai musulmani, che noi cristiani siamo un’opportunità per loro per crescere in una società più aperta. Se vogliono, possiamo lavorare insieme a loro.
La domanda è proprio questa: lo vogliono? In seno alla società musulmana è emerso un nuovo termine, che è “islamista”. Quale è la differenza tra un musulmano ed un “islamista”?
Padre Samir Khalil Samir: Questa parola vent’anni fa era sconosciuta. In arabo distinguiamo chiaramente tra muslim, che significa musulmano, e islami, che è un neologismo, perché si tratta di una nuova realtà. Islami, plurale islamiun, indica coloro che hanno l’intenzione di islamizzare la società, che è legato al salafismo. Il termine deriva da salaf, cioè gli antenati: vogliono tornare agli antenati, cioè al primo islam, che nessuno sa come era... ma lo possiamo immaginare.
Gli islamiun hanno persino una propria apparenza esteriore, sia gli uomini che le donne?
Padre Samir Khalil Samir: Sì, dicono che il profeta aveva la barba. Allora hanno la barba. Tutti hanno la barba e se non viene spuntata è ancora meglio. Nella loro mente è più islamico. Neppure indossano pantaloni ma l’abito lungo bianco. Li puoi riconoscere anche ai denti. Masticano la radice di un albero, il miswak, perché credono che il profeta lo faceva per pulire i denti. Lui certamente non aveva lo stuzzicadenti made in Japan. Usava quello che trovava e per le donne c’è il velo. In Libano, dove ci sono diverse denominazioni musulmane, è possibile vedere a quale denominazione aderiscono. Con un po’ di pratica, si può riconoscere se appartengono agli sciiti, ai sunniti o agli alawiti. Infatti, si tratta di un segno politico, non di un segno religioso, che indica a quale affiliazione politica o specifico gruppo qualcuno appartiene. Ad esempio, se sei Hezbollah porterai il giallo, se sei di Hariri porterai il blu e così via. Indosserai questi colori non per scelte religiose ma per motivi politici. Per questo dico all’Europa e all’Occidente, specialmente quando si tratta del Libano: è vero che ciascuno ha la libertà di religione ma questa è più che altro politica e non religiosa perché religione e politica sono molto intrecciate nel subconscio dei musulmani.
Nemmeno in campo religioso il musulmano è libero di praticare?
Padre Samir Khalil Samir: La realtà, specialmente tra questi islamisti, è il loro ideale e la loro visione: noi rispettiamo la gente ma spingiamo tutti ad essere un buon musulmano. Un buon musulmano deve pregare cinque volte al giorno e se lavori durante l’ora della preghiera sarai punito fino a che non impari ad essere un buon musulmano. Arriverà la polizia religiosa e chiuderà il negozio. Se mangi durante il ramadan, sarai punito, gettato in prigione e malmenato, così impari ad essere un buon musulmano, è per il tuo proprio bene. Loro non possono capire la libertà, che sono libero di fare qualcosa, che tu ritieni un male ma che di per sé non è un male, ma neutrale. Qui abbiamo due visioni di società. La società ideale, per loro, è quella divina. Dobbiamo imparare la libertà interiore e qui, di nuovo, noi cristiani non abbiamo merito. Fa più parte della nostra tradizione, sia che lo impariamo dal Vangelo sia che lo impariamo dai nostri amici cristiani occidentali. E questo è un punto fondamentale.

giovedì 26 aprile 2012

messaggio del 25 aprile 2012

Cari figli! Anche oggi vi invito alla preghiera e ad aprire il vostro cuore verso  Dio, figlioli,  come un fiore verso il calore del sole. Io sono con voi e intercedo per tutti voi. Grazie per aver risposto alla mia chiamata

lunedì 26 marzo 2012

Messaggio del 25/3

"Cari figli! Anche oggi con  gioia desidero darvi la mia benedizione materna e invitarvi alla preghiera. Che la preghiera diventi per voi  bisogno affinché ogni giorno cresciate di più nella santità. Lavorate di più sulla vostra conversione perché siete lontani figlioli. Grazie per aver risposto alla mia chiamata.”

domenica 18 marzo 2012

L’apparizione annuale a Mirjana Dragićević-Soldo 18 marzo 2012

"Cari figli! Vengo tra di voi perché desidero essere la vostra madre, la vostra interceditrice. Desidero essere il legame tra voi e il Padre celeste, la vostra mediatrice. Desidero prendervi per le mani e camminare con voi nella lotta contro lo spirito impuro. Figli miei consacratevi a Me completamente. Io prenderò le vostre vite nelle mie mani materne e vi insegnerò la pace e l’amore affidandole allora a mio Figlio. Vi chiedo di pregare e digiunare perché soltanto così saprete testimoniare il mio Figlio per mezzo del mio cuore materno in modo giusto. Pregate per i vostri pastori perché in mio Figlio possano sempre annunciare gioiosamente la Parola di Dio. Vi ringrazio."

cristiani in Siria

Interessante intervista di un vescovo siriano: http://www.asianews.it/notizie-it/Nunzio-vaticano:-Per-la-Chiesa-in-Siria-%C3%A8-tempo-di-uscire-all%27attacco-e-non-stare-a-guardare-24257.html.

lunedì 12 marzo 2012

p.Emmanuel

Il confessionale, il tram e il Cardinale
di padre Emmanuel Braghini

Frate cappuccino, è morto l'11 marzo a Milano. Ieri......

Dalle pagine di Tracce, la testimonianza per i cinquant'anni di messa nel 2004 e l’incontro con don Giussani. «Sono qui per miracolo», diceva di sé. Il racconto di quell’inizio.

 Dalle h. 15.00 di oggi - lunedì 12 marzo - sarà allestita la camera ardente nella Chiesa di Via Colleoni; i funerali saranno celebrati domani pomeriggio alle h. 14.45 presso il Convento dei Cappuccini in V.le Piave n° 2 a Milano



 Era il 1954. A marzo avevo detto la mia prima messa da frate cappuccino. All’epoca era venuta una disposizione della Congregazione per cui bisognava fare un altro anno di Teologia. Poiché non ci stavamo più in piazza Velasquez a Milano, dove c’era la nostra facoltà, ci hanno mandato a Musocco, nel convento di fronte al cimitero Maggiore. Una mattina di settembre in convento c’ero io solo - tutti i miei compagni erano nel cimitero a cantare la messa - insieme al frate in portineria, il quale, a un certo punto, mi chiama: «C’è un prete da confessare». Gli ho risposto: «Noi “padrini” (i frati appena ordinati; ndr) non confessiamo i preti!». Lì per lì c’è stato un litigio col portinaio. Lui avrebbe potuto dire: «Va bene» (sapeva pure lui che non si mandano mai i frati giovani a confessare i preti… anche perché il prete ci rimane male), e invece mi ha detto: «Lo so, ma non c’è nessun altro». È venuto fuori un altro bisticcio. A quel punto mi ha ferito accusandomi di rifiutare un gesto di carità («Allora non vale la pena studiare tanto», ha commentato). Stava quasi per andarsene quando mi ha detto queste cose, allora gli ho risposto: «Va bene, vado a confessare il “tuo” prete».

 Sul tram per Milano
 Sono andato a confessare quel prete, senza neanche vederlo in faccia. Io provo tuttora imbarazzo a confessare - vorrei dire io i miei peccati -, sta di fatto che sono entrato nel confessionale, l'ho confessato e sono uscito. Non ci siamo neppure guardati in faccia. Lui, però deve avere afferrato nelle due parole che gli ho detto una qualche improvvisa sintonia. Uscito dal confessionale, vado in cella, prendo la mia borsa per andare in città, salgo sul tram e lì c'è un prete che mi fa: «Lei è sempre qui di convento?». Allora ho capito. «Son qui forse per un anno», gli rispondo. E lui ha cominciato a raccontarmi di un suo tentativo, perché si era accorto che il cristianesimo, quel Fatto, quella Presenza non esistevano più tra i ragazzi (di lì a pochi giorni avrebbe iniziato a fare Scuola di religione al liceo Berchet di Milano). Non ci siamo più lasciati.


 Tutta la vita diventava bella
 Da subito mi ha colpito la passione di don Giussani per il Mistero della Chiesa, per l’Incarnazione, che è sempre stato il fattore più incisivo. Ricordo quello che mi disse durante un viaggio in treno; stavamo andando a Brescia e lui si mise a picchiare sul vetro del finestrino dicendo: «Se uno non si misura, non si impegna, non si coinvolge con questo materiale, non può capirlo», e parlava del coinvolgimento con la realtà, col fatto del cristianesimo. Per lui il particolare è sempre stato importante, mai una cosa trascurabile. E questo per la percezione della presenza sacramentale, cioè sensibile, del Mistero. Quando terminava il raggio si rimettevano le cose a posto, le sedie in ordine; e poi don Giussani faceva raccogliere qualcosa per le missioni, sottolineava la puntualità. Durante le vacanze in montagna, dopo una certa ora girava per l’albergo, e non perché fosse apprensivo per i pericoli, ma per vedere se c’era silenzio. Per non parlare della messa. Non ne finiva una che non tornasse in sacrestia lamentandosi per i canti: che so, perché non avevamo tirato il fiato. Nella recita delle Ore, poi, sottolineava la pausa, l’andare insieme, perché - diceva - «se la preghiera non diventa anche un gesto bello, si finisce per rifiutarlo». E così diventava bella tutta la vita.


 Montini intuiva
 Tra i ricordi di quei primi anni ce n’è uno che mi porto dietro con commozione. Un giorno il cardinale Montini scrisse al mio convento per chiedere di vedermi. Quando lo incontrai mi domandò com’era la situazione di Gs. Non dimenticherò mai la risposta che gli diedi: «Guardi, Eminenza, lei sa che io sono l’unico che confesso i ragazzi; sa che cosa vengono ad accusare? Qualcosa che lei non ha mai sentito nella confessione di nessuno: chiedono perdono perché, per esempio, invece di andare a mangiare a un tavolo dove forse c’era una persona che aveva più bisogno, più triste, un po’ più sola, che non avevano ancora conosciuta, erano stati tentati di andare al tavolo con la persona con cui c’era più facilità di rapporto. Uno che si accusa di questo capisce che dovrebbe missionariamente andare a mangiare con quello o con quella, tanto che, non facendolo, lo riconosce come peccato…». Il Cardinale mi ascoltava e intuiva che sotto c’era qualcosa, era contento. Padre Giannantonio, un nostro frate cappuccino (tornato miracolosamente dai lager dell’ultima guerra, era confessore in lingue straniere in Duomo), aveva consigliato due suoi nipoti di venire in Gs e mi diceva: «Quando tutta la gente, che di solito va in un sacco di negozi, va tutta in un certo negozio, vuol dire che lì c’è qualcosa che vale di più». Anche il cardinale Montini aveva “fiutato” questo.

domenica 11 marzo 2012

La nuova evangelizzazione in Francia

La nuova evangelizzazione in Francia
Maurizio Moscone racconta il riemergere dei cristiani
di Antonio Gaspari
ROMA, sabato, 10 marzo (ZENIT.org).- Sono molti gli articoli ed i rapporti che indicano la Francia come un Paese dove il cattolicesimo sta trovando molte difficoltà.
Dopo oltre due secoli dalla rivoluzione giacobina infatti la secolarizzazione sembra prevalere, ma non mancano segni di speranza e un rinnovato zelo apostolico dei nuovi movimenti e delle famiglie missionarie.
Nel contesto del progetto di rievangelizzazione dell’Europa rilanciato da Roma con l’istituzione del Pontificio Consiglio per la Nuova Evangelizzazione, ZENIT ha intervistato il professor Maurizio Moscone, docente di filosofia nei seminari diocesani ‘Redemptoris Mater’.
Il prof. Moscone è già stato ad insegnare Filosofia nei seminari di Taiwan, Pola in Croazia e di recente è tornato dal seminario di Tolone in Francia.
Cosa può dirci della situazione della fede in Francia?
Moscone: Sono stato in Francia a tenere un corso di Filosofia presso un seminario cattolico. Sono partito dall’Italia con delle idee sulla Chiesa in Francia, e in generale della vita cristiana, che sono state contraddette dalla realtà.
Pensavo che la Chiesa fosse ricca perché inserita in uno dei paesi più prosperi d’Europa, invece ho scoperto che è povera. Infatti non riceve alcun aiuto finanziario dallo Stato, il quale è proprietario di tutti i templi costruiti fino all’anno 1906 (da questa data in poi sono proprietà della Chiesa) e non contribuisce alla manutenzione degli edifici, per cui quasi tutti necessitano di opere di restauro, vivendo la Chiesa delle offerte di pochi laici, per lo più anziani.
Credevo che la partecipazione alla liturgia da parte dei fedeli fosse analoga a quella riscontrata in Italia, invece sono rimasto colpito dalla loro scarsa presenza.
Parlando con un sacerdote, di una parrocchia che comprende un territorio con circa 28.000 persone, ho saputo che mediamente si confessa un solo fedele ogni settimana e che, in generale, la pratica della confessione in Francia è limitata alle grandi ricorrenze: Natale, Pasqua.
Ho assistito personalmente a un funerale in cui erano presenti molte persone, che, in attesa del feretro, parlavano tra di loro sulla scalinata antistante la chiesa. Quando la bara è stata trasportata all’ingresso della chiesa, nessuno si è fatto il segno della croce e nessuno ha risposto all’invito alla preghiera rivolto dal prete.
Alcuni amici mi hanno detto che questo comportamento è diffuso perché in Francia il popolo è molto secolarizzato e sono presenti anche forme di apostasia.
Ho parlato con diversi sacerdoti e tutti sono stati concordi nel dirmi che la maggior parte dei francesi non è più cristiana e vive in modo pagano: le convivenze sia tra i giovani e che tra gli adulti sono molto diffuse, la famiglia è fortemente in crisi e, di conseguenza, i ragazzi vivono un vuoto esistenziale che spesso cercano di riempire con la droga, il sesso ed espedienti vari per cercare di sfuggire a una situazione di sofferenza per loro insopportabile.
Quali secondo Lei le cause di questa situazione?
Moscone: Visitando le chiese, un aspetto che mi ha colpito è lo stato di degrado in cui, salvo eccezioni, versano. In alcune chiese le statue hanno le teste mozzate, oppure sono prive di statue e di quadri. Conseguenza questa della Rivoluzione francese, la quale per odio alla Chiesa ha non soltanto deturpato, ma anche distrutto molti templi. I rivoluzionari, afferma Pierre Chaunu, membro dell’Institut de France, uno dei maggiori studiosi della storia moderna, “fecero a pezzi le statue di Notre Dame, distrussero Cluny, e quasi tutte le chiese romaniche e gotiche”.
Per un caso fortuito dalla barbarie rivoluzionaria si è salvato il Palazzo dei Papi ad Avignone, dove hanno risieduto i pontefici durante il periodo della cosiddetta “cattività avignonese”.
La costruzione è stata usata come carcere dal 1791 fino al 1810 e successivamente fino al 1906 come caserma militare. L’esterno del palazzo è stupendo e maestoso, ma l’interno è desolante: una lunga serie di enormi stanze completamente vuote, perché gli arredi sono stati distrutti dai rivoluzionari.
Eppure la Rivoluzione Francese è conosciuta come espressione di progresso…
Moscone: La Rivoluzione francese viene presentata ancora oggi nei manuali scolastici, che formano il modo di pensare di milioni persone, come un avvenimento benefico per la Francia e per l’umanità intera, poiché avrebbe liberato gli uomini dalla tirannia della monarchia e dall’oppressione della Chiesa e avrebbe affermato i diritti dell’uomo: égalité, liberté, fraternité.
Molti studi dimostrano l’infondatezza storica dei tanti luoghi comuni sulla Rivoluzione francese che i mass media diffondono. Storici come Jean Tulard, Pierre Chaunu, Paul Hazard e soprattutto François Furet documentano come la Rivoluzione francese non sia stata un evento improvviso, causato dal popolo affamato che si voleva liberare dalla tirannide, ma è stato un evento originato dalle idee elaborate da un’élite di intellettuali che invece di servirsi della ragione come uno “strumento” per conoscere la verità  l’hanno idolatrata trasformandola in oggetto di culto. La ragione ha preso il posto di Dio e l’odio verso Cristo e la sua Chiesa è stato il vero movente che ha animato i capi rivoluzionari, imbevuti di idee illuministiche, come Jaques Danton e Maximilien Robespierre .
Gli studi effettuati da René Sedillot attestano come gli effetti della Rivoluzione francese sulla popolazione sono stati disastrosi: 600.000 morti nelle guerre interne (dei quali 117.000 in Vandea), 400.000 morti nelle guerre esterne, un milione di morti nelle guerre napoleoniche, forte aggravamento del deficit economico, distruzione del patrimonio culturale.
Il danno più grave provocato dalla Rivoluzione è però di carattere spirituale. Come insegna Gadamer esiste una “storia degli effetti”: idee elaborate in epoche passate perdurano nel tempo e fanno sentire i loro effetti nelle epoche successive.
Gli “effetti” delle idee illuministiche radicalmente anti-cristiane e propagate dalla rivoluzione sono la secolarizzazione e l’apostasia silenziosa del popolo francese.
Lei ha notato però segni di risveglio cristiano vero?
Moscone: Di fronte a questa situazione la Chiesa non si chiude in un atteggiamento vittimistico e rinunciatario, ma rilancia la “nuova evangelizzazione”, tramite i nuovi movimenti e le nuove comunità, che, con zelo, annunciano Cristo salvatore.
Dagli anni ’70 – ‘80 operano in Francia realtà ecclesiali missionarie, come Chemin Neuf, Comunità Emmanuel, Rinnovamento nello Spirito, Cammino Neocatecumenale, che hanno portato una nuova linfa vitale nella Chiesa.
La Comunità Emmanuel accoglie persone svantaggiate senza famiglia o emarginate,
Chemin Neuf è una comunità apostolica che si ispira alla spiritualità di Sant’ Ignazio di Loyola e al Rinnovamento carismatico, il Rinnovamento nello Spirito opera nella Chiesa per il rinnovamento della vita cristiana, il Cammino Neocatecumenale è una delle modalità di attuazione diocesana dell'iniziazione cristiana e dell'educazione permanente della fede.
Queste nuove realtà ecclesiali, insieme alla Comunità di Taizé iniziata negli anni ’50, stanno realizzando un “risveglio cristiano vero”: conversioni di adulti e giovani, famiglie unite e aperte alla vita, vocazioni al presbiterato e alla vita consacrata, accoglienza delle persone emarginate e disabili. Tutti segni questi dell’azione dello Spirito Santo nella Chiesa.

giovedì 8 marzo 2012

Messaggio del Santo Padre Benedetto XVI per la Quaresima 2012

27/02/2012
«Prestiamo attenzione gli uni agli altri, per stimolarci a vicenda nella carità e nelle opere buone» (Eb10,24)


Fratelli e sorelle,

la Quaresima ci offre ancora una volta l'opportunità di riflettere sul cuore della vita cristiana: la carità. Infatti questo è un tempo propizio affinché, con l'aiuto della Parola di Dio e dei Sacramenti, rinnoviamo il nostro cammino di fede, sia personale che comunitario. E' un percorso segnato dalla preghiera e dalla condivisione, dal silenzio e dal digiuno, in attesa di vivere la gioia pasquale.

Quest’anno desidero proporre alcuni pensieri alla luce di un breve testo biblico tratto dalla Lettera agli Ebrei: «Prestiamo attenzione gli uni agli altri per stimolarci a vicenda nella carità e nelle opere buone» (10,24). E’ una frase inserita in una pericope dove lo scrittore sacro esorta a confidare in Gesù Cristo come sommo sacerdote, che ci ha ottenuto il perdono e l'accesso a Dio. Il frutto dell'accoglienza di Cristo è una vita dispiegata secondo le tre virtù teologali: si tratta di accostarsi al Signore «con cuore sincero nella pienezza della fede» (v. 22), di mantenere salda «la professione della nostra speranza» (v. 23) nell'attenzione costante ad esercitare insieme ai fratelli «la carità e le opere buone» (v. 24). Si afferma pure che per sostenere questa condotta evangelica è importante partecipare agli incontri liturgici e di preghiera della comunità, guardando alla meta escatologica: la comunione piena in Dio (v. 25). Mi soffermo sul versetto 24, che, in poche battute, offre un insegnamento prezioso e sempre attuale su tre aspetti della vita cristiana: l'attenzione all'altro, la reciprocità e la santità personale.

1. “Prestiamo attenzione”: la responsabilità verso il fratello.

Il primo elemento è l'invito a «fare attenzione»: il verbo greco usato è katanoein,che significa osservare bene, essere attenti, guardare con consapevolezza, accorgersi di una realtà. Lo troviamo nel Vangelo, quando Gesù invita i discepoli a «osservare» gli uccelli del cielo, che pur senza affannarsi sono oggetto della sollecita e premurosa Provvidenza divina (cfr Lc 12,24), e a «rendersi conto» della trave che c’è nel proprio occhio prima di guardare alla pagliuzza nell'occhio del fratello (cfr Lc 6,41). Lo troviamo anche in un altro passo della stessa Lettera agli Ebrei, come invito a «prestare attenzione a Gesù» (3,1), l'apostolo e sommo sacerdote della nostra fede. Quindi, il verbo che apre la nostra esortazione invita a fissare lo sguardo sull’altro, prima di tutto su Gesù, e ad essere attenti gli uni verso gli altri, a non mostrarsi estranei, indifferenti alla sorte dei fratelli. Spesso, invece, prevale l’atteggiamento contrario: l’indifferenza, il disinteresse, che nascono dall’egoismo, mascherato da una parvenza di rispetto per la «sfera privata». Anche oggi risuona con forza la voce del Signore che chiama ognuno di noi a prendersi cura dell'altro. Anche oggi Dio ci chiede di essere «custodi» dei nostri fratelli (cfr Gen 4,9), di instaurare relazioni caratterizzate da premura reciproca, da attenzione al bene dell'altro e a tutto il suo bene. Il grande comandamento dell'amore del prossimo esige e sollecita la consapevolezza di avere una responsabilità verso chi, come me, è creatura e figlio di Dio: l’essere fratelli in umanità e, in molti casi, anche nella fede, deve portarci a vedere nell'altro un vero alter ego, amato in modo infinito dal Signore. Se coltiviamo questo sguardo di fraternità, la solidarietà, la giustizia, così come la misericordia e la compassione, scaturiranno naturalmente dal nostro cuore. Il Servo di Dio Paolo VI affermava che il mondo soffre oggi soprattutto di una mancanza di fraternità: «Il mondo è malato. Il suo male risiede meno nella dilapidazione delle risorse o nel loro accaparramento da parte di alcuni, che nella mancanza di fraternità tra gli uomini e tra i popoli» (Lett. enc. Populorum progressio [26 marzo 1967], n. 66).

L’attenzione all’altro comporta desiderare per lui o per lei il bene, sotto tutti gli aspetti: fisico, morale e spirituale. La cultura contemporanea sembra aver smarrito il senso del bene e del male, mentre occorre ribadire con forza che il bene esiste e vince, perché Dio è «buono e fa il bene» (Sal 119,68). Il bene è ciò che suscita, protegge e promuove la vita, la fraternità e la comunione. La responsabilità verso il prossimo significa allora volere e fare il bene dell'altro, desiderando che anch'egli si apra alla logica del bene; interessarsi al fratello vuol dire aprire gli occhi sulle sue necessità. La Sacra Scrittura mette in guardia dal pericolo di avere il cuore indurito da una sorta di «anestesia spirituale» che rende ciechi alle sofferenze altrui. L’evangelista Luca riporta due parabole di Gesù in cui vengono indicati due esempi di questa situazione che può crearsi nel cuore dell’uomo. In quella del buon Samaritano, il sacerdote e il levita «passano oltre», con indifferenza, davanti all’uomo derubato e percosso dai briganti (cfr Lc 10,30-32), e in quella del ricco epulone, quest’uomo sazio di beni non si avvede della condizione del povero Lazzaro che muore di fame davanti alla sua porta (cfr Lc 16,19). In entrambi i casi abbiamo a che fare con il contrario del «prestare attenzione», del guardare con amore e compassione. Che cosa impedisce questo sguardo umano e amorevole verso il fratello? Sono spesso la ricchezza materiale e la sazietà, ma è anche l’anteporre a tutto i propri interessi e le proprie preoccupazioni. Mai dobbiamo essere incapaci di «avere misericordia» verso chi soffre; mai il nostro cuore deve essere talmente assorbito dalle nostre cose e dai nostri problemi da risultare sordo al grido del povero. Invece proprio l’umiltà di cuore e l'esperienza personale della sofferenza possono rivelarsi fonte di risveglio interiore alla compassione e all'empatia: «Il giusto riconosce il diritto dei miseri, il malvagio invece non intende ragione» (Pr 29,7). Si comprende così la beatitudine di «coloro che sono nel pianto» (Mt 5,4), cioè di quanti sono in grado di uscire da se stessi per commuoversi del dolore altrui. L'incontro con l'altro e l'aprire il cuore al suo bisogno sono occasione di salvezza e di beatitudine.

Il «prestare attenzione» al fratello comprende altresì la premura per il suo bene spirituale. E qui desidero richiamare un aspetto della vita cristiana che mi pare caduto in oblio: la correzione fraterna in vista della salvezza eterna. Oggi, in generale, si è assai sensibili al discorso della cura e della carità per il bene fisico e materiale degli altri, ma si tace quasi del tutto sulla responsabilità spirituale verso i fratelli. Non così nella Chiesa dei primi tempi e nelle comunità veramente mature nella fede, in cui ci si prende a cuore non solo la salute corporale del fratello, ma anche quella della sua anima per il suo destino ultimo. Nella Sacra Scrittura leggiamo: «Rimprovera il saggio ed egli ti sarà grato. Dà consigli al saggio e diventerà ancora più saggio; istruisci il giusto ed egli aumenterà il sapere» (Pr 9,8s). Cristo stesso comanda di riprendere il fratello che sta commettendo un peccato (cfr Mt 18,15). Il verbo usato per definire la correzione fraterna - elenchein - è il medesimo che indica la missione profetica di denuncia propria dei cristiani verso una generazione che indulge al male (cfr Ef 5,11). La tradizione della Chiesa ha annoverato tra le opere di misericordia spirituale quella di «ammonire i peccatori». E’ importante recuperare questa dimensione della carità cristiana. Non bisogna tacere di fronte al male. Penso qui all’atteggiamento di quei cristiani che, per rispetto umano o per semplice comodità, si adeguano alla mentalità comune, piuttosto che mettere in guardia i propri fratelli dai modi di pensare e di agire che contraddicono la verità e non seguono la via del bene. Il rimprovero cristiano, però, non è mai animato da spirito di condanna o recrimina-zione; è mosso sempre dall’amore e dalla misericordia e sgorga da vera sollecitudine per il bene del fratello. L’apostolo Paolo afferma: «Se uno viene sorpreso in qualche colpa, voi che avete lo Spirito correggetelo con spirito di dolcezza. E tu vigila su te stesso, per non essere tentato anche tu» (Gal 6,1). Nel nostro mondo impregnato di individualismo, è necessario riscoprire l’importanza della correzione fraterna, per camminare insieme verso la santità. Persino «il giusto cade sette volte» (Pr 24,16), dice la Scrittura, e noi tutti siamo deboli e manchevoli (cfr 1 Gv 1,8). E’ un grande servizio quindi aiutare e lasciarsi aiutare a leggere con verità se stessi, per migliorare la propria vita e camminare più rettamente nella via del Signore. C’è sempre bisogno di uno sguardo che ama e corregge, che conosce e riconosce, che discerne e perdona (cfr Lc 22,61), come ha fatto e fa Dio con ciascuno di noi.

2. “Gli uni agli altri”: il dono della reciprocità.

Tale «custodia» verso gli altri contrasta con una mentalità che, riducendo la vita alla sola dimensione terrena, non la considera in prospettiva escatologica e accetta qualsiasi scelta morale in nome della libertà individuale. Una società come quella attuale può diventare sorda sia alle sofferenze fisiche, sia alle esigenze spirituali e morali della vita. Non così deve essere nella comunità cristiana! L’apostolo Paolo invita a cercare ciò che porta «alla pace e alla edificazione vicendevole» (Rm 14,19), giovando al «prossimo nel bene, per edificarlo» (ibid. 15,2), senza cercare l'utile proprio «ma quello di molti, perché giungano alla salvezza» (1 Cor 10,33). Questa reciproca correzione ed esortazione, in spirito di umiltà e di carità, deve essere parte della vita della comunità cristiana.

I discepoli del Signore, uniti a Cristo mediante l’Eucaristia, vivono in una comunione che li lega gli uni agli altri come membra di un solo corpo. Ciò significa che l'altro mi appartiene, la sua vita, la sua salvezza riguardano la mia vita e la mia salvezza. Tocchiamo qui un elemento molto profondo della comunione:la nostra esistenza è correlata con quella degli altri, sia nel bene che nel male; sia il peccato, sia le opere di amore hanno anche una dimensione sociale. Nella Chiesa, corpo mistico di Cristo, si verifica tale reciprocità: la comunità non cessa di fare penitenza e di invocare perdono per i peccati dei suoi figli, ma si rallegra anche di continuo e con giubilo per le testimonianze di virtù e di carità che in essa si dispiegano. «Le varie membra abbiano cura le une delle altre»(1 Cor 12,25), afferma San Paolo, perché siamo uno stesso corpo. La carità verso i fratelli, di cui è un’espressione l'elemosina - tipica pratica quaresimale insieme con la preghiera e il digiuno - si radica in questa comune appartenenza. Anche nella preoccupazione concreta verso i più poveri ogni cristiano può esprimere la sua partecipazione all'unico corpo che è la Chiesa. Attenzione agli altri nella reciprocità è anche riconoscere il bene che il Signore compie in essi e ringraziare con loro per i prodigi di grazia che il Dio buono e onnipotente continua a operare nei suoi figli. Quando un cristiano scorge nell'altro l'azione dello Spirito Santo, non può che gioirne e dare gloria al Padre celeste (cfr Mt 5,16).

3. “Per stimolarci a vicenda nella carità e nelle opere buone”: camminare insieme nella santità.

Questa espressione della Lettera agli Ebrei (10,24) ci spinge a considerare la chiamata universale alla santità, il cammino costante nella vita spirituale, ad aspirare ai carismi più grandi e a una carità sempre più alta e più feconda (cfr 1 Cor 12,31-13,13). L'attenzione reciproca ha come scopo il mutuo spronarsi ad un amore effettivo sempre maggiore, «come la luce dell'alba, che aumenta lo splendore fino al meriggio» (Pr 4,18), in attesa di vivere il giorno senza tramonto in Dio. Il tempo che ci è dato nella nostra vita è prezioso per scoprire e compiere le opere di bene, nell’amore di Dio. Così la Chiesa stessa cresce e si sviluppa per giungere alla piena maturità di Cristo (cfr Ef 4,13). In tale prospettiva dinamica di crescita si situa la nostra esortazione a stimolarci reciprocamente per giungere alla pienezza dell'amore e delle buone opere.

Purtroppo è sempre presente la tentazione della tiepidezza, del soffocare lo Spirito, del rifiuto di «trafficare i talenti» che ci sono donati per il bene nostro e altrui (cfr Mt 25,25s). Tutti abbiamo ricevuto ricchezze spirituali o materiali utili per il compimento del piano divino, per il bene della Chiesa e per la salvezza personale (cfr Lc 12,21b; 1 Tm 6,18). I maestri spirituali ricordano che nella vita di fede chi non avanza retrocede. Cari fratelli e sorelle, accogliamo l'invito sempre attuale a tendere alla «misura alta della vita cristiana» (Giovanni Paolo II, Lett. ap. Novo millennio ineunte [6 gennaio 2001], n. 31). La sapienza della Chiesa nel riconoscere e proclamare la beatitudine e la santità di taluni cristiani esemplari, ha come scopo anche di suscitare il desiderio di imitarne le virtù. San Paolo esorta: «gareggiate nello stimarvi a vicenda» (Rm 12,10).

Di fronte ad un mondo che esige dai cristiani una testimonianza rinnovata di amore e di fedeltà al Signore, tutti sentano l’urgenza di adoperarsi per gareggiare nella carità, nel servizio e nelle opere buone (cfr Eb 6,10). Questo richiamo è particolarmente forte nel tempo santo di preparazione alla Pasqua. Con l’augurio di una santa e feconda Quaresima, vi affido all’intercessione della Beata Vergine Maria e di cuore imparto a tutti la Benedizione Apostolica.

Dal Vaticano, 3 novembre 2011


BENEDICTUS PP. XVI

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