giovedì 28 aprile 2011

buona Pasqua da p.Aldo

Da: padre Aldo TRENTO
 Data: Thu, 21 Apr 2011 12:13:31 -0400
 
 Carissimi amici, buona Pasqua
 Il Signore ha vinto il mio e il tuo male. Siamo creature nuove, qualunque sia la condizione in cui viviamo, pieni di miserie fino al collo. Noi che siamo preferiti dal Mistero siamo suoi, sua proprietà. Lui sapeva dall’eternità tutto di noi e ci ha scelti lo stesso. Che spettacolo di misericordia, che commozione, se in ogni istante vivessimo con questa certezza. Ve lo dico con tutto il mio cuore perchè per me è cosi. È lo spettacolo del vedere commosso cosa succede nella mia vita vivendo come Abramo: “ecco mi Signore, sono qui”. É il SI di Maria
 Ringrazio quanti, con il loro sacrificio ci aiutano a portare avanti quest’opera di Dio. Condividere per Pasqua il dolore di Cristo che soffre e risorge è anche vivere il cap. 25 di s. Matteo. Dio è il padrone, noi le sue mani. Ricordiamoci sempre di sostenere anche con una caramella ciò che qui Dio sta facendo usando noi poveri uomini inmanorati di Lui e quindi dell’uomo che soffre
 Buona Pasqua.
 P. Aldo e comunità

Messaggio, 25. aprile 2011

"Cari figli, come la natura dà i colori più belli dell'anno, così anch'io vi invito a testimoniare con la vostra vita e ad aiutare gli altri ad avvicinarsi al mio Cuore Immacolato perché la fiamma dell'amore verso l'Altissimo germogli nei loro cuori. Io sono con voi e prego incessantemente per voi perché la vostra vita sia il rilfesso del paradiso qui sulla terra. Grazie per aver risposto alla mia chiamata."

il miracolo di GP2

Marie Simon-Pierre, il miracolo di Giovanni Paolo II
La testimonianza della religiosa guarita dal Parkinson
 ROMA, domenica, 17 aprile 2011 (ZENIT.org).- Pubblichiamo la testimonianza di suor Marie Simon-Pierre - della Congregazione delle Piccole Suore delle Maternità Cattoliche - nata nel 1961 a Rumilly-en-Cambrésis, e guarita dal Parkinson in maniera improvvisa e scientificamente inspiegabile secondo una commissione di medici.
Questo fenomeno è il miracolo attribuito all'intercessione di Giovanni Paolo II nel processo canonico per la sua beatificazione, che avrà luogo il 1° maggio prossimo.



* * *
Ero malata di Parkinson. Mi è stato diagnosticato a giugno, nel 2001.

Il morbo aveva colpito tutta la parte sinistra del corpo, causandomi serie difficoltà, essendo io mancina. Dopo 3 anni, ad una fase iniziale lentamente progressiva della malattia, è seguito l’aggravarsi dei sintomi: accentuazione dei tremiti, rigidità, dolori, insonnia … Dal 2 aprile 2005 ho iniziato a peggiorare di settimana in settimana, deperivo di giorno in giorno, non riuscivo più a scrivere (sono mancina, lo ripeto) o se tentavo di farlo, ciò che scrivevo era difficilmente leggibile. Non riuscivo più a guidare la macchina salvo per percorsi molto brevi, perché la mia gamba sinistra rischiava di bloccarsi anche a lungo e la rigidità non avrebbe reso facile la guida. Per svolgere il mio lavoro, in ambito ospedaliero, inoltre, avevo sempre più bisogno di tempo. Ero totalmente esaurita. Dopo la diagnosi, mi era difficile seguire Giovanni Paolo II in televisione.

Mi sentivo, però, molto vicina a lui nella preghiera e sapevo che poteva capire quello che vivevo. Ne ammiravo anche la forza e il coraggio che mi stimolavano a non arrendermi e ad amare questa sofferenza. Solo l’amore avrebbe dato senso a tutto questo. Era una quotidiana lotta, ma il mio unico desiderio era di viverla nella fede e di aderire con amore alla volontà del Padre.

Era Pasqua (2005) e desideravo vedere il nostro Santo Padre in televisione perché sapevo, nel mio intimo, che sarebbe stata l’ultima volta che avrei potuto farlo. Era tutta la mattina che mi preparavo a quell’ “incontro” (lui mi richiamava a quello che io sarei stata tra qualche anno). Era dura per me, essendo giovane… Un imprevisto nel servizio, però, non mi permise di vederlo.

La sera del 2 aprile 2005 si è riunita tutta la comunità per partecipare alla veglia di preghiera in piazza San Pietro, in diretta sulla televisione francese della diocesi di Parigi (KTO)… all’annuncio del decesso di Giovanni Paolo II mi è caduto il mondo addosso, avevo perso l’ amico che mi capiva e mi dava la forza di tirare avanti. In quei giorni avvertivo la sensazione di un grande vuoto, ma avevo anche la certezza della Sua presenza viva.

Il 13 maggio, ricorrenza della Nostra Signora di Fatima, Papa Benedetto XVI dà l’annuncio ufficiale della speciale dispensa per l’avvio della Causa di Beatificazione e Canonizzazione del Servo di Dio Giovanni Paolo II. A partire dal 14 maggio le consorelle di tutte le comunità francesi e africane chiedono l’intercessione di Giovanni Paolo II per la mia guarigione. Pregano incessantemente, senza stancarsi, fino alla notizia dell’avvenuta guarigione.

Ero in vacanza in quel periodo. Il 26 maggio, terminato il tempo di riposo, ritorno in comunità, totalmente esaurita a causa della malattia. « Se credi, vedrai la Gloria di Dio »; questo è il brano del Vangelo di San Giovanni che dal 14 maggio mi accompagna. E’ il 1° giugno: non ne posso più! Devo lottare per tenermi in piedi e camminare. Il 2 giugno, di pomeriggio, vado a trovare la mia superiora per chiederle di esonerarmi dall’ attività lavorativa. Lei mi chiede di resistere ancora un po’ fino al ritorno da Lourdes, ad agosto, e aggiunge: « Giovanni Paolo II non ha ancora detto la sua ultima parola ». Lui era sicuramente presente a quell’incontro svoltosi nella pace e nella serenità. Poi, la superiora mi tende una stilografica e mi chiede di scrivere « Giovanni Paolo II »: sono le ore 17.00. A stento scrivo «Giovanni Paolo II ». Davanti alla calligrafia illeggibile rimaniamo a lungo in silenzio... la giornata prosegue come di consueto.

Dopo la preghiera della sera, alle ore 21, passo dal mio ufficio per poi tornare in camera. Sento il desiderio di prendere una stilografica e scrivere, come se qualcuno mi dicesse: « prendi la tua stilografica e scrivi »… sono le 21.30/21.45. La calligrafia è chiaramente leggibile: sorprendente! Mi stendo sul letto, stupita . Erano passati esattamente due mesi dal ritorno di Giovanni Paolo II alla Casa del Padre… Mi sveglio alle 4.30, stupita di essere riuscita a dormire.

Mi alzo improvvisamente dal letto: il mio corpo non è più indolenzito, nessuna rigidità e interiormente non sono più la stessa. Poi, una chiamata interiore e il forte impulso di andare a pregare davanti al Santissimo Sacramento. Scendo in oratorio e rimango in adorazione. Provai una profonda pace e senso di benessere; un’esperienza troppo grande, un mistero, difficile da spiegare a parole.

Poi, sempre davanti al Santissimo Sacramento, medito i misteri della luce di Giovanni Paolo II. Alle 6 del mattino esco per raggiungere le consorelle in cappella per un momento di orazione seguito dalla celebrazione eucaristica. Dovevo percorrere circa 50 metri e in quell’ istante mi resi conto che mentre camminavo il mio braccio sinistro dondolava, non rimaneva immobile lungo il corpo. Notavo anche una leggerezza e un’agilità fisica da tempo a me sconosciute. Durante la celebrazione eucaristica sono ricolma di gioia e di pace: è il 3 giugno, festa del Sacro Cuore di Gesù. All’uscita della S. Messa sono sicura di essere guarita… la mia mano non trema più. Vado di nuovo a scrivere e a mezzogiorno smetto improvvisamente di prendere le medicine.

Il 7 giugno, come previsto, sono andata dal neurologo dal quale ero in cura da 4 anni. E’ rimasto sorpreso anche lui nel constatare l’improvvisa scomparsa di tutti i sintomi del morbo, nonostante l’interruzione del trattamento 5 giorni prima della visita. Il giorno dopo, la superiora generale ha affidato a tutte le nostre comunità il rendimento di grazie. Tutta la congregazione ha cominciato una novena a Giovanni Paolo II. Sono ormai dieci mesi che ho interrotto ogni tipo di trattamento. Ho ripreso a lavorare normalmente, non ho nessuna difficoltà a scrivere e guido anche per lunghissime distanze. Mi sembra di essere rinata; è una vita nuova perché niente è come prima.

Oggi posso dire che l'amico che ha lasciato la nostra terra è adesso molto vicino al mio cuore. Ha fatto crescere in me il desiderio dell’Adorazione del Santissimo Sacramento e l’amore per l’Eucaristia che hanno un posto prioritario nella mia vita quotidiana. Ciò che il Signore mi ha dato di vivere per intercessione di Giovanni Paolo II è un gran mistero, difficile da spiegare a parole… ma niente è impossibile a Dio.

E’ proprio vero: «Se credi, vedrai la gloria di Dio».

lunedì 18 aprile 2011

lettera 17 Apr 2011

Da: padre Aldo TRENTO
 Data: Sun, 17 Apr 2011 19:41:30 -0400
 
 Carissimi,
 Oggi il piccolo Victor ha compiuto 4 anni. Il suo lettino, come vedete nella foto, è stato rivestito come nelle grandi solennità liturgiche l´altare della chiesa o di una cattedrale. Sì perché il lettino dove, dalla nascita Victor incoscientemente e innocentemente offre la sua vita, il suo dolore che lo fa gemere, è come l´altare dove Gesù Eucaristico si offre vittima di espiazione per i miei, per i nostri peccati. Vedete come le tenere infermiere l’hanno vestito bene! Vestito a festa, per un giorno senza il quotidiano pigiamino. Sopra il suo capezzale c´è un bigliettino, come sopra quello di ogni ammalato. Nel bigliettino di Victor c´è scritta la ragione, il motivo del suo soffrire: per il Santo Padre.
 Lui, Victor, offre con noi la sua vita per il Papa, ed io sono certo che il Papa sente l’affetto misterioso del grande dolore di Victor, il mio piccolo Gesù che non termina di gemere stringendo le sue piccole mani a forma di pugno per comunicare il suo dolore. Lo guardo con una tenerezza che mi fa sempre più desiderare l´infinito, il Mistero fattosi carne in lui, piccola ostia bianca. Io ho bisogno di lui perché al solo guardarlo mi si sveglia in modo potente la certezza granitica di essere solo ed esclusivamente relazione con il Mistero. Lo guardo e vibro dentro tutto il dolore che porto con me della certezza “io sono Tu che mi fai”.
 È questa certezza che anche in questo momento in cui sto scrivendo mi sostiene, mentre so che la mia piccola Milagro, con la sindrome di Down, sta morendo e chissà fra qualche ora ce la rimanderanno alla casetta di Betlemme o alla Clinica per morire. È nata con con mille problemi fisci. Quando ha le crisi respiratorie, diventa paonazza. È uno scricciolo, mi fissa con i suoi occhietti bellissimi, si porta con le sue manine i piedi sulla bocca e sorride (questo fino all´altro ieri, prima della crisi).
 Anche lei una piccola ostia bianca, che mi rompe il cuore, e mi fa solo desiderare l´infinito. Come il venerdì sera quando tornando con P. Paolino alle 23 dalla “casita di Belén” abbiamo alzato gli occhi al cielo ed era bellissimo. Una insieme di nuvole di differente grandezza e colore (bianche, grigie, nere) unite una all´altra attraverso, potremmo dire, una specie di cordone ombelicale. Fra l’uno e l´altra un azzurro intenso in cui brillavano le stelle del cielo tropicale e la luna piena al centro di tutto. Ci siamo fermati con la faccia all´insù a guardare quello spettacolo sentendo il brivido dell´Infinito reso presente in quella bellezza, la stessa bellezza di Victor e Milagro. Anzi, in quel momento era ancora più evidente, che lo spettacolo, che stava sopra di noi, era bellissimo solo perché c´è Victor, c´è Milagro, c´è quel Tu, o dolce Gesù.
 Amici, chiudo qui perché mi hanno chiamato che nella casa famiglia per anziani c´è una vecchietta che è grave. Cosi è la mia vita di tutti i giorni: un imprevisto ad ogni momento che si rende Avvenimento. Ed è proprio bello stare ogni secondo sospesi con lo sguardo nell´Infinito e i piedi sulla certezza che Lui è qui. Mi affido e, affido i miei figli, alle vostre preghiere.
                                                                                                                       P. Aldo

mercoledì 13 aprile 2011

lettera 11/04/11

Data: Mon, 11 Apr 2011 18:02:08 -0400
 A: padre Aldo TRENTO
 Oggetto: lettera 110411

 
 Cari amici,
 La sofferenza é la condizione per la Letizia del cuore. E, non è che prima viene una e dopo l´altra, ma da quel giorno in cui Cristo è risorto, camminano assieme.
 Però ciò non accadde se il mio Io non è dominato da quel “Tu o Cristo mio”, da quel volto che è la dolce presenza di quel Tu che mi fa adesso. Ho vissuto questa esperienza in questi giorni quando, ritornate le mie due figlie e fatte le analisi mediche, è risultato che una è stata brutalmente violentata. Lei si ricorda solo di aver preso un coktel e di essersi svegliata in una camera di un casolare. Già due giorni dopo che aveva preso coscienza di se e dell´accaduto si era aggrappata alla mia persona raccontandomi le sue terribili paure. E poi la risposta medica. “Se non fossi Tuo o Gesù sarei creatura finita”. Quella sera ero seduto con lei stretta a me, i miei occhi rossi, non sapevo cosa dire. Solo guardavo quel Tu. A un certo momento le ho detto: diciamo il Padre Nostro e lei annuì. Pero subito mi sono venete alla mente le parole: “perdona i nostri debiti COME NOI LÌ PERDONIAMO AI NOSTRI DEBITORI”.
 Lei brutalmente violentata era chiamata a decidere in quel momento una cosa umanamente impensabile e chissà assurda per la capacità umana. Le ho parlato con il mio cuore in mano, con la certezza di quel Tu che è morto per noi e le ho detto: “Guardando Gesù come ci ama, vuoi dire con me quelle parole?”. E piangendo ha detto tutto il Padre Nostro. Che commozione recitando poi l´ Ave Maria come ringraziamento per una energia umanamente impossibile, come perdonare a chi alcune ore prima ti ha brutalmente violentata.
 Non è che la rabbia in me e in lei, come stato d´animo, fosse sparita, ma quel giudizio ed è il giudizio che muove la vita, “Io sono Tu che mi fai adesso”, dentro tutto quello che è accaduto, è più forte di qualsiasi violenza, e che Tu o Cristo mio che sei morto per noi ed anche per chi ha violentato mia figlia vince ogni resistenza emotiva, psicologica, dando spazio ad una grande letizia, in cui il dolore rimane ma solo come grido, come domanda: Vieni Signore Gesù.
                                                                                                                       P. Aldo

lettera 08/04/2011

“sfidate e lasciatevi sempre sfidare dalla libertà dei vostri figli”
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Da: padre Aldo TRENTO
 Data: Fri, 8 Apr 2011 17:11:20 -0300
 Oggetto: lettera 08/04/2011

 Cari amici,
 “Dio ama più la nostra libertà che la nostra salvezza”, ci diceva don Giussani. In questi giorni non solo Paolino ed io, ma tutti abbiamo sperimentato cosa significa questa provocazione che smaschera la nostra possessività, la nostra pretesa sugli altri, magari con la sottile scusa del loro bene. Anna Maria è una bella ragazzina di quindici anni di cui ho l´affido giudiziale, e domenica sera è scappata dalla “Casita de Belen” con Marta di diciassette anni, la mamma della piccola Lucia, la bimba che è morta alcuni mesi fa nella nostra clinica. Immaginate cosa può aver significato per me e Paolino in particolare. Ognuno, pensi cosa proverebbe se le scappasse la figlia di casa. Il dolore è stato grande eppure pieno di una libertà sconosciuta prima, quella libertà che è una totale consegna al Mistero e che diventa preghiera. Le abbiamo cercate, ma niente da fare.
 Alle tre della mattina ritorna Marta ed è accolta con gioia dalla “mamma adottiva”, ma di Anna Maria, nessuna notizia. Il giorno dopo, lunedì, avvisiamo la polizia e il giudice che ha in mano il suo caso, che emette un ordine di cattura.
 Sono giorni, ore infinite piene di preoccupazione ed anche di una certa rabbia, dovuta ai mille perché e alle pretese che ci portiamo dentro. È l´umano in tutte le sue dimensioni che però non cessa di essere grido, preghiera, supplica. L’impotenza è totale. La prima notte per me è stata un po’ un incubo, ma la fiducia nella Provvidenza era totale. Nella totale impotenza sentivo che il mio amore doveva fare i conti con la libertà di Anna Maria. Ma che sfida, che durezza! Amare la libertà dei propri figli più della loro salvezza, se non sei afferrato dal Mistero non è possibile, se il tuo io non è un “Io sono tu che mi fai” non è neanche ipotizzabile questa posizione. Ma Grazie alla Madonna per me questa certezza è granitica, per cui vincente. E oggi, mercoledì, la bella notizia: Marcello il suo Professore l´ha vista in uno strada. Subito sono andati a prenderla. Quando è arrivata, si è letteralmente aggrappata così alla mia povera persona e l´ho portata in casa, la nostra casa. La guardavo e l´accarezzavo. Era bellissima nella sua sfinitezza. Solo alcune parole in cui le chiedevo se le avevano fatto del male. Poi le ho dato un cioccolatino, come quel giorno con me ha fatto Giussani, abbiamo detto un’Ave Maria. Ho chiamato Paolino l´ha abbracciata con una grande tenerezza. Quindi abbiamo chiamato Diana, la mamma adottiva della “Casita de Belén” numero 2 perché la portasse a fare una doccia e dormire, lasciando a domani tutto il resto. La psicologa l´aspettava per le solite domande, ma Paolino sbrigativamente ha detto: gli psicologi siamo noi per cui facciamo festa e che adesso si faccia una buona dormita. Nel salutarla le abbiamo chiesto: sei felice di essere tornata? E lei: sì, Padre.
 Aveva girato, camminato per tre giorni ma quando ormai sfinita, stava tornando a casa. La libertà di Dio e la sua libertà hanno vinto sulle nostre paure, sulle nostre pretese, sul nostro possesso. Ancora una volta quell´io sono Tu che mi fai, che piano piano entra anche nel midollo delle ossa dei miei figli, ha trionfato. Giorni durissimi, ma oggi vedere il trionfo della libertà è davvero commovente, perché Anna Maria è tornata, è salva. E solo chi ama la libertà gioisce perché vede anche la salvezza dei suoi figli.
 Certo, amici, non è facile perché tutti i giorni il Signore mi chiede tutto in quest’oasi di dolore, e a volte sembra di non farcela più, e spesso uno sperimenta quel sentimento di dire: “ma, Signore cosa vuoi da me?” Ma subito quel Tu che domina tutto vince.
 È una battaglia ogni momento come quella di Giacobbe con l´Angelo…ed è bello che sia così perché è la vita a esigerlo, però è necessario che la mia libertà alla fine si arrenda sempre all´evidenza del Mistero che mi vuole suo.
 Grazie amici, perché quanti pregate per me e per i miei figli, avete contribuito al ritorno della nostra Marta e Anna Maria.
 Amici, sfidate e lasciatevi sempre sfidare dalla libertà dei vostri figli.
                                                                                                                       P. Aldo
 

Per la Littizzetto il premio di Napolitano, per i preti che si fanno in quattro nel servire i più poveri il dileggio…

7 aprile 2011 / In Articoli
I cattolici sono indignati con Rai 3. Si sentono bersagliati ingiustamente e si sono stancati di subire in silenzio.
Prendo a simbolo un giovane prete, che chiamerò don Gianni, un bravissimo sacerdote che – fra le altre cose, insieme ad altri – si fa in quattro e dà letteralmente la vita, per aiutare immigrati, emarginati, “barboni” e tossicodipendenti.
L’ultimo episodio che ha fatto indignare lui e molti altri come lui, è stata l’incredibile invettiva contro la Chiesa fatta da Luciana Littizzetto a “Che tempo che fa”, domenica sera (che sta pure su Youtube).
E’ considerato un caso emblematico della tendenza di Rai 3, la rete simbolo dell’Italia ideologica. Il programma è quello di Fabio Fazio, programma cult della sinistra salottiera.
E’ noto che ogni domenica sera la Littizzetto fa le sue concioni  avendo come spalla lo stesso Fazio.
Ebbene domenica, parlando di Lampedusa, a un certo punto – senza che c’entrasse nulla – la Luciana si è lanciata in un attacco congestionato contro la Chiesa, a proposito dell’arrivo dei clandestini tunisini, e ha urlato ai vescovi “dicano qualcosa su questa questione”.
I vescovi, a suo parere, stanno sempre a rompere “e adesso stanno zitti… fate qualcosa! Cosa fanno?”.
A me pare che non esista affatto l’obbligo per la Chiesa di farsi carico di tutti i clandestini che vengono dall’Africa.
In ogni caso il quotidiano dei vescovi, Avvenire, ieri ha sommessamente obiettato alla Littizzetto che la Chiesa non ha taciuto affatto e che proprio la scorsa settimana il segretario generale della Cei, monsignor Crociata ha convocato una conferenza stampa per informare che 93 diocesi hanno messo a disposizione strutture capaci di ospitare 2500 immigrati, caricando sulla Chiesa tutte le spese.
Ma questa risposta di Avvenire è uscita in ultima pagina, sussurrata e con un tono benevolo, sotto il titolo: “Chissà se Lucianina chiede scusa”.
Fatto sta che attacchi come quelli della Littizzetto sono stati visti e ascoltati da milioni di telespettatori e ben pochi avranno letto la documentata risposta di “Avvenire”.
Forse si può e si deve rispondere anche più energicamente. C’è chi vorrebbe pretendere le scuse del direttore di Rai 3 e soprattutto il diritto di replica.
In nome dei tantissimi sacerdoti, suore e cattolici laici che in questo Paese da sempre, 24 ore al giorno, sputano sangue per servire i più poveri ed emarginati e che poi si vedono le Littizzetto e tutta la congrega di intellettualini e giornalisti dei salotti progressisti che, dagli schermi tv, impartiscono loro lezioni di solidarietà.
Sì, perché la Littizzetto non si è limitata a questo assurdo attacco (condito di battute sul cardinal Ruini).
Poi, fra il dileggio e il rimprovero morale, si è addirittura impancata a seria maestra di teologia e ha preteso persino di evocare il “discorso della montagna” – citato del tutto a sproposito – per strillare ai vescovi e alla Chiesa:  “ero nudo e mi avete vestito, ero malato e mi avete visitato, avevo sete e mi avete dato da bere… Il discorso della montagna lì non vale perché sono al mare?”.
E poi, sempre urlando, ha tuonato: “c’è la crisi delle vocazioni, ci sono seminari e conventi vuoti: fate posto e metteteli lì, che secondo me poi sono tutti contenti”.  
Non sarebbe neanche il caso di segnalare che l’ignoranza della Littizzetto è pari alla sua arroganza, perché il “discorso della montagna” sta al capitolo 5 del Vangelo di Matteo, mentre i versetti citati da lei – che non c’entrano niente – stanno addirittura al capitolo 25 (quelli sul giudizio finale che non piacerebbero proprio alla comica di Rai 3).
Non sarebbe il caso di sottolineare la gaffe se la brutta sinistra che ci ritroviamo in Italia non avesse elevato comici come lei al rango di intellettuali e addirittura di maestri di etica e di civiltà.
Apprendo addirittura (da Internet) che “il 22 novembre 2007 Luciana Littizzetto ha ricevuto dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano il prestigioso premio De Sica, riservato alle personalità più in luce del momento nel mondo dello spettacolo e della cultura”.
Se queste sono le “personalità della cultura” che vengono premiate addirittura da Napolitano è davvero il caso di dire “povera Italia!”.
viene in mente Oscar Wilde: “Chi sa, fa. Chi non sa insegna”.
Chi conosce il Vangelo e lo vive, come il mio amico don Gianni, si fa in quattro per dar da mangiare agli affamati e da bere agli assetati.
Chi invece non lo conosce, pretende di insegnarlo, lautamente pagato per le sue scenette comiche su Rai 3, e si lancia all’attacco dei “preti”.
Visto che sia la Littizzetto che Fazio – il quale ha assistito a questa filippica sugli immigrati senza obiettare, facendo ancora la spalla – mi risulta siano ben retribuiti e non vivano affatto nell’indigenza, vorrei sapere, da loro due, di quanti immigrati si fanno personalmente carico. Quanti ne ospitano a casa loro? Quanto danno o sono disposti a dare, dei loro redditi, per accogliere e spesare tunisini, libici e altri clandestini?
Considerata l’invettiva della Littizzetto e il suo pretendere che altri (la Chiesa) ospitino gli immigrati a casa loro, non posso credere che lei per prima non faccia altrettanto.
Sarebbe veramente una spudoratezza inaccettabile.
Vorrebbe allora – gentile signora Luciana – mostrarci la sua bella casa piena di tunisini che lei avrà sicuramente ospitato?
La Chiesa non ha certo bisogno delle lezioni di “Che tempo che fa” per spalancare le sue braccia a chi non ha niente. Lo fa da duemila anni.
E dà pure per scontato che il mondo non se ne accorga e neanche la ringrazi. Ma che addirittura debba essere bersagliata dalle lezioncine è inaccettabile, soprattutto poi se a farle fossero persone che non muovono dito per i più poveri.
Intellettuali, comici e giornalisti dei salotti progressisti che spesso schifano l’italiano medio (e anzitutto i cattolici), che stanno sempre sul pulpito, col ditino alzato, a impartire lezioni di morale, di solito non vivono nell’indigenza.
Molti di loro trascorrono le giornate fra gli agi, in belle case e al riparo di cospicui conti in banca. Qualcuno – come si è saputo di recente – si avventura pure in investimenti sbagliati. Temerari.
Io non so come vivano loro la solidarietà. Ma a me personalmente non è mai capitato di trovarne uno che fosse disposto a coinvolgersi in iniziative di solidarietà e di carità verso i più infelici quando le ho proposte loro.
Ce ne saranno, ma io non ne ho mai trovati. Prima di impancarsi a maestri e censori degli altri, non sarebbe il caso che anzitutto testimoniassero ciò che fanno loro personalmente?
Noi cattolici educhiamo i nostri figli alla carità come dimensione vera della vita.
Mio figlio di 14 anni trascorre il sabato mattina con altri coetanei, insieme a don Andrea, a portare generi alimentari a barboni e famiglie indigenti. E a far loro compagnia.
Don Andrea educa i suoi ragazzi portandoli anche con le suore di Madre Teresa che vanno a cercare i clochard, se ne prendono cura, li lavano, li medicano, mi rifocillano.
Io non ho mai visto un solo intellettuale di sinistra lavare un barbone. Invece i preti, le suore e i cattolici che lo fanno sono tantissimi.
Sono persone che fin da giovani hanno deciso di donare totalmente la loro vita, per amore di Gesù Cristo.
rinunciato a una propria famiglia, vivono nella povertà (i preti, titolati con studi ben superiori alla media, vivono con 800 euro al mese) e servono l’umanità per portare a tutti la carezza del Nazareno.
La Chiesa sono questi uomini e queste donne. E’ di questi che straparlano spesso certi intellettuali da salotto.
Non so quanto se ne rendano conto, soddisfatti e compiaciuti come sono di se stessi. Non so se sono ancora in grado di provare un po’ di vergogna.
Ma so che questa sinistra intellettuale (quella – per capirci – che se la prende con i crocifissi e che sta sempre contro la Chiesa) fa davvero pena, fa tristezza.
Certamente è quanto ci sia di più lontano dai cristiani.  
 
Antonio Socci
 
Da “Libero”, 7 aprile 2011

domenica 3 aprile 2011

lettera dell' 1/4/2011

 Cari amici, con Marcos y Cleuza ci siamo visti in Italia e già sono arrivati in Paraguay fra la sorpresa di tutti, tanto degli amici brasiliani che paraguaiani.
 Perché sono venuti, si chiedono in molti?
 La risposta l´han data loro: “Mancavamo da un po’ di tempo e desideravamo stare assieme non solo con p. Aldo che ci vediamo in questi ultimi mesi quasi ogni settimana ma anche con gli amici di p. Aldo che sono i nostri amici perché ognuno di noi appartiene all´altro”.
 Bellissima questa coscienza di appartenenza che non conosce km. O fatiche. Questa volta, sono venuti con Ivonne, Guglielmo, Angria y Douglas.
 Raccontare tutto mi è impossibile…per cui vi rimando alle convivenze degli apostoli con Gesù. Mentre una cosa mi sembra fondamentale condividere con voi. Cleuza ha detto: “Vivere la libertà dentro la circostanza significa riconoscere la realtà come provocazione e non come preoccupazione. Per questo non sono le cose che mi fanno felice, neanche il Lago Maggiore che abbiamo visto nel nostro viaggio in Italia, ma ciò di cui il lago Maggiore è segno, cioè il Mistero che fa tutto.
 Per questo potrei non avere niente, vivere sotto un ponte ma non cambierebbe nulla, perché posso sempre vivere la realtà come segno. Essere sul lago Maggiore o arrivare ad Asunción dove era prevista una giornata nella fattoria condividendo una buona grigliata e invece quando, dopo esserci alzati, con tutti gli amici siamo arrivati in Parrocchia e vedo il p. Aldo e la “hermana” Sonia occupati per portare al cimitero un morto, per cui tutti i progetti sono andati a quel paese, era la stessa cosa. Tutto era programmato nel dettaglio ma l´imprevisto, (il mendicante della Clinica morto) che è sempre un Avvenimento, ha cambiato tutto.
 Sul momento ero intimorita perché mai mi era successa una cosa simile. Avevo paura. Ma quando suor Sonia ha incominciato a dire il Rosario un´allegria grande ha preso il mio cuore, una allegria che mi ha accompagnato tutto il giorno. La realtà scombina i piani, i progetti, ma è sempre amica e la letizia del mio cuore è l´evidenza. Però, senza degli amici, senza dei volti, questo non sarebbe possibile”.
                                                                                               Con affetto. P. Aldo