venerdì 28 gennaio 2011

lettera del 26 gennaio 2011

Da: padre Aldo TRENTO
 Data: Wed, 26 Jan 2011 18:54:34 -0300



Cari amici,
 Guardateli come sono felici, eppure tutti hanno un passato di violenza. Guardate Vittoria che occhi bellissimi, la bambina abbandonata dalla mamma appena nata e incontrata vicino a una tomba.



 Perché sono felici? Perché il loro ADN é totalmente definito da “Io sono Tu che mi fai”. Hanno un casino di problemi, ma sono felici perché amati. É la sorpresa perfino della psicologa che cammina con noi.
 Lei parla di contenzione rispetto al loro comportamento, io parlo di commozione, di sguardo come quello che ha incontrato Zaccheo. Non so se ve l’ho detto, ma i miei bambini in etá scolare sono stati tutti promossi con la media del 4 (il massimo voto é 5).
 Amici la vita é una appartenenza, e non una preoccupazione o una strategia.
 Cosí quando ne fanno di tutti colori e la pazienzia é al limite, scatta quella certezza “Io sono Tu che mi fai” e lo sguardo diventa stupore e riprendi il cammino.

giovedì 27 gennaio 2011

la felicità, per M.Teresa

Non aspettare di finire l’università,
di innamorarti,
di trovare lavoro,
di sposarti,
di avere figli,
di vederli sistemati,
di perdere quei dieci chili,
che arrivi il venerdì sera o la domenica mattina,
la primavera,
l’estate,
l’autunno o l’inverno.

Non c’è momento migliore di questo per essere felice.
La felicità è un percorso, non una destinazione.
Lavora come se non avessi bisogno di denaro,
ama come se non ti avessero mai ferito
e balla, come se non ti vedesse nessuno.
Ricordati che la pelle avvizzisce,
i capelli diventano bianchi e i giorni diventano anni.
Ma l’importante non cambia:
la tua forza e la tua convinzione non hanno età.
Il tuo spirito è il piumino che tira via qualsiasi ragnatela.
Dietro ogni traguardo c’è una nuova partenza.
Dietro ogni risultato c’è un’altra sfida.
Finché sei vivo, sentiti vivo.

Vai avanti, anche quando tutti si aspettano che lasci perdere.

(Madre Teresa di Calcutta)

martedì 25 gennaio 2011

Messaggio, 25. gennaio 2011

Cari figli! Anche oggi sono con voi e vi guardo, vi benedico e non perdo la speranza che questo mondo cambierà in bene e che la pace regnerà nei cuori degli uomini. La gioia regnerà nel mondo perchè vi siete aperti alla mia chiamata e all’amore di Dio. Lo Spirito Santo cambia la multitudine di coloro che hanno detto si. Perciò desidero dirvi: grazie per aver risposto alla mia chiamata

giovedì 20 gennaio 2011

L’educazione sessuale favorisce o limita aborti e malattie?

di Renzo Puccetti*

ROMA, domenica, 16 gennaio 2011 (ZENIT.org).- “Proseguendo la mia riflessione, non posso passare sotto silenzio un’altra minaccia alla libertà religiosa delle famiglie in alcuni Paesi europei, là dove è imposta la partecipazione a corsi di educazione sessuale o civile che trasmettono concezioni della persona e della vita presunte neutre, ma che in realtà riflettono un’antropologia contraria alla fede e alla retta ragione”.

Questo il passaggio del discorso del Santo Padre rivolto al corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede - pronunciato nella sala regia lunedì 10 gennaio 2011 - che ha suscitato le critiche di una parte della società e del mondo massmediatico.

Ancora una volta il Pontefice Benedetto XVI ha sfidato la cultura dominante e il circuito propagandistico che intende ridurre l’amore a sessualità e la sessualità a genitalità.

Come il suo venerato predecessore, quando tocca questi temi Papa Benedetto XVI si trova di fronte a reazioni scomposte e quasi isteriche.

In questo contesto, alcuni mass media hanno accusato il Pontefice di opporsi all’educazione sessuale nelle scuole, sostenendo che le istituzioni civili italiane sono troppo remissive al potere religioso.

Si sostiene infatti che l’educazione sessuale obbligatoria nelle scuole è un progresso e si porta l’esempio di cosa è avvenuto in Francia, Olanda, Svezia, indicando quelle esperienze come veri modelli di civiltà, di pluralismo e scientificità.

Ma è proprio così?

Quali dovrebbero essere gli obiettivi di questo supposto progresso educativo? Dal momento che si chiede l’opinione di esponenti del mondo della medicina, l’educazione sessuale insegnata ai bambini e ai ragazzi nelle scuole dovrebbe servire a ridurre le malattie sessualmente trasmesse, le gravidanze indesiderate e gli aborti tra i giovani. Per cos’altro lo Stato dovrebbe chiedere a cittadini già asfissiati dalle tasse ulteriori sacrifici economici? O si preferirebbe una semplice ripartizione che stornasse parte dei fondi per l’edilizia scolastica a favore della “buona educazione” sessuale?

In Inghilterra, qualche tempo fa, non sapendo più che pesci prendere per il dilagare delle gravidanze e degli aborti tra le minorenni, si stampò un opuscolo il cui titolo era un programma: “Un orgasmo al giorno leva il medico di torno”.

Il prestigioso British Medical Journal, tuttavia, aveva pubblicato nel 2009 uno studio i cui risultati non erano stati proprio quelli auspicati: analizzando un gruppo di 446 giovani a rischio, i ricercatori hanno verificato che le ragazze a cui era stato fornito un programma contenente informazioni sulla contraccezione mostravano un tasso di gravidanze tre volte e mezzo superiore rispetto alle coetanee che non avevano frequentato quelle lezioni. Con un tasso di abortività tra le giovani fino a 19 anni pari a 23, in Inghilterra l’ente preposto ha dato il via libera per la pubblicità televisiva delle cliniche per aborti.

In Francia, Paese in cui il numero di pillole del giorno dopo vendute nell’ultimo anno è stato di un milione e centomila confezioni, la Nazione in cui il 95% delle donne sessualmente attive che non desidera una gravidanza usa la contraccezione, in massima parte fatta di pillola e spirale, il Paese in cui sono obbligatorie 40 ore all’anno di educazione sessuale, sono stati praticati 213.382 aborti nel 2007, con un tasso di abortività tra le ragazze di 15-19 anni pari a 15,6.

In Svezia, Paese in cui l’associazione per l’educazione sessuale è stata fondata nel 1933 dalla femminista Elise Ottesen-Jensen, dove nel 1945 apparve il primo manuale per l’educazione sessuale rivolto agli insegnanti, dove nel 1955 l’educazione sessuale nelle scuole divenne obbligatoria, nel Paese dei vichinghi dove sin dalla più tenera età si insegna a impratichirsi con il lattice vulcanizzato nei “condom’s days”, qual è il tasso di abortività tra le giovani?

Solo, si fa per dire, 22,5, tre volte più alto rispetto a quello registrato tra le pari età italiche, per le quali nell’ultima relazione è attestato a 7,2, nonostante i “poveri” giovani italiani siano costretti ad informarsi dagli amici, da Internet e, pensate un po’ che obbrobrio, persino dai genitori. I dati dell’Olanda, dove a scuola esiste il programma Long Live Love per i ragazzi di almeno 13 anni, non si scosterebbero di molto.

E sul versante delle malattie sessualmente trasmesse?

Qui i dati sono più farraginosi e più difficilmente comparabili, ma può essere indicativo quanto riportava l’Organizzazione Mondiale della Sanità riguardo l’infezione da clamidia, un germe assai insidioso, causa talora di sterilità per infezioni trascurate, riferendo la prevalenza negli anni ’90: Italia 2,7%, Francia 3,9%, Olanda 4,9%, Regno Unito 6,2%.

E allora? Se questi sono i risultati dell’educazione sessuale a scuola, voglio essere ottimista e sperare che in Italia non si dia più neppure un centesimo per queste iniziative, lasciando che ciascuno, secondo il proprio grado di maturazione, inizi il proprio percorso di avvicinamento alla scoperta di una dimensione dell’umano grandiosa e potente.

Al giornalista Peter Seewald, Joseph Ratzinger in poche righe ha indicato un errore che l’uomo post-moderno fatica a comprendere: “Vogliamo impadronirci anche dell’esistenza umana per mezzo della tecnica e abbiamo disimparato che ci sono problemi umani originari che non possono essere risolti attraverso di essa, ma che richiedono uno stile e delle decisioni di vita”.

Prima che di fede, è questione di realtà, di responsabilità e in ambito pubblico di appropriatezza degli investimenti.

* Renzo Puccetti è specialista in Medicina Interna e Segretario dell’associazione “Scienza & Vita” di Pisa e Livorno.

lunedì 17 gennaio 2011

lettera del 15 gennaio 2011

CARI AMICI:  In queste settimane sono col pensiero fisso su due fatti che troviamo nel Vangelo: la nascita e la morte di Nostro Signore Gesu Cristo sulla croce e lo sgurdo di Gesú a Zaccheo.
 1-La nascita e morte di nostro Signore: i primi che andarono ad incontralo a Betlemme erano dei pastori. Normalmente quando pensiamo ai pastori, abbiamo di loro una immagine bucolica o romantica. Ma non credo che questa immagine risponda alla realtà. Erano beduini, si spostavano continuamente, vivevano di espedienti, rubavano, assaltavano ... una vita certamente disordinata, cioè vita da peccatori. Li penso così, perchè mi ricordo dei pastori della mia terra, di fatto erano dei “banditi”, non avevano dimora fissa e tante volte neanche una famiglia. Si spostavano dalla montagna al mare secondo le stagioni. Facevano danni ovunque rubacchiando ovunque, in concreto una vita disordinata, e la bestemmia era il loro linguaggio normale. Viveveno colle loro pecore, cavalli, asini e cani diventando a volte come loro. Non voglio pensare al film dei fratelli Taviani: “Padre padrone”, però credo che entrassero un pó in quella categoria... insomma... erano dei peccatori.
 Come quei due che erano accanto a Gesú sulla croce. Amici! tutto questo è sconvolgente: All’inizio come alla fine Gesú  si trova fra peccatori, come durante la sua vita. E questo mi riepie di commozione perchè risalta il fatto che Gesú è venuto per noi, poveri figli di Eva, è venuto grazie alla nostra povera e fragile umanitá.
 Per questo mi è spontaneo chiedermi: ma quanto Carron ci dice rispetto alla nostra umanitá, come il cammino a Cristo é ancora il punto su cui lavoriamo seriamente?
 Lo penso perche senza una grande simpatia per la nostra unmanitá cosí com’è, cosa vuol dire che Cristo é contemporaneo?
 Per me l’incontro con Cristo ha coinciso e coincide con un’affezione grande alla mia umanitá: la gioia di essere uomo, la libertá di guardare con ironia i miei peccati, i miei limiti. Non é piú il peccato, il limite, a definirmi, bensi quello sguardo, cosí come per i pastori una volta che L’hanno visto, cosí come quel ladrone una volta che sulla croce ha girato la testa e ha fissato Quell’Uomo. Grazie a quello Sguardo gli ha rubato il paradiso. Un vero “ladrone” fino alla fine!
  La simpatia per la nostra umanitá, simile a quella dei pastori o dei due ladroni in croce con Gesú, è cresciuto o é rimasta nascosta in un angolo del nostro Io?
 Sono commoso nel sentirmi abbracciato da quel bambino come i pastori, o come quei due banditi , uno dei quali entró in paradiso nell´ultimo istante della sua vita quando riconobbe in Gesú il Figlio di Dio.
 Amici, ma ci rendiamo conto che Cristo ha bisogno del mio limite, del mio temperamento?
 In questi giorni ho ricevuto nella clinica, per la terza volta, un ragazzo ammalato di cancro. Un ragazzo di strada, con un´esperienza tremenda di amicizie, tentativi di omicidio, di furti, droga, ecc. Ha un cancro che sembra una pietra aguzza sulla testa e un´altra nella parte destra del collo che sembra un pallone. Piú volte lo abbiamo ricevuto e curato e piú volte è scappato, lasciandomi il cuore ferito. É finito piú volte in carcere. Adesso é tornato perché non ce la fa piú, é finito. Ha 18 anni. Ieri mi ha chiesto la confessione. É stato davvero un riaccadere di quello che é successo ai pastori o ai due sulla croce, o meglio a quello che ha chiesto perdono. Lo guardavo negli occhi neri e lucidi mentre chiedeva perdono. “Io ti assolvo...” e tutta la sua storia di miseria é diventato di colpo una storia di grazia.
 Amici, potessimo lasciarci abracciare da quel bambino o da quell’Uomo che é venuto, vive, e si fa presente ogni giorno per dirci: “Di un amore eterno ti ho amato, avendo pietá del tuo niente”. In questi giorni il caldo é arrivato a 42 gradi eppure anche questo é grazia e mi permette dire, anche se tutto bagnato dal sudore, e con il respiro affatticato: “Tu oh, Cristo mio”.
 E cosí tutto diventa una grazia, una vibrazione appassionata per la tenerezza di Gesú, che mi fa guardare i miei figli bellissimi con una tenerezza unica, un pó come quella di Gesú. Guardandoli li trovo di una bellezza indescrivibile, sorridenti, vivi, certi di quell’Io sono tu che mi fai, sebbene dentro le terribili violenze sofferte e delle quali sono state vittime, come i bambini che Erode ammazzó tentando di eliminare anche Gesú.

 2- Lo sguardo di Zaccheo: mi impressiona, e mi conforta come Carrón ci provoca continuamente con questo fatto... e piú assimilo quello sguardo, piú sento vibrare dentro me ció che Zaccheo sperimentó nel momento in cui Gesú lo chiamó per nome. Mi si é inchiodato nella mente quell´istante, quell´attimo in cui si incontrarono lo sguardo di Zaccheo con quello del Maestro. Provate a pensare nei casini di ogni giorno, cosa significhi sentirsi guardati, fissati in quel modo! Tutto si scioglie, si illumina. Non spariscono i problemi, gli stati d´animo, le malattie, la depressione, ma tutto diventa un´altra cosa perché quello sguardo muta tutto, abbraccia tutto, diventa dominante del tutto.
 Florencio é un ragazzo di 20 anni, solo al mondo, é stato raccolto da una donna con problemi psichiatrici. Un dramma dentro un´altro dramma. Miseria, fame, abbandono. E infine un cancro al ragazzo gli ha “mangiato” la faccia, oggi terribilmente sfigurata. La “mamma”, ricoverata diverse volte in manicomio. Siamo riusciti a tirarla fuori da questo lager e a portarla accanto al figlio. Giorno e notte lo assite con una amorevolezza cosí grande che noi “sani”, se non vibrassimo come Zaccheo per Gesú, non riusciremo a capire o meglio neanche a renderci conto. Guardando quel ragazzo morente che ogni tanto riprende un pó di coscienza gli domando, “come stai Florencio?”, E lui alzando lievemente il pollice della mano mi fa capire: “bene”. L´altro giorno pensavamo morisse e la mamma mi disse: ”Padre, preferisco portarmelo a casa vivo, perché se muore qui, non ho i soldi per portalo fino a casa perché il tragitto é troppo caro (300 Km. da qui). La guardo con tenerezza e le dico:”Stella non ti preoccupare, ci penserá la Providenza”. E si tranquillizzó. Qualche ora dopo passai da lei e vidi con grande sorpresa che Florencio era seduto sul suo letto e con un pennarello stava disegnando una figura femminile. Guardo il disegno e guardo lui commosso... dalla sua bocca usciva un liquido marcio... ma che tenerezza! É letteralmente consumato dal cancro, tutto gonfio dalla carne oramai in decomposizione, eppure con lo sguardo mi dice che la vita é bella! Lo capisco, lo invidio, perché lui é cosí perché ha trovato mesi fa, quando é arrivato qui in condizioni disperate, lo sguardo stesso che aveva sperimentato Zaccheo davanti allo sguardo del Signore. Non si puó spiegare diversamente come un ragazzo in quelle condizioni, nei pochi momenti di luciditá e di coscienza, davanti alla mia domanda di come stá, mi risponde OK alzando il pollice e fissandomi col suo sguardo. Cosa posso fare se non baciarlo e inginnocchiarmi davanti a lui e lasciarmi guardare come Zaccheo da Gesú, presente in Florencio, cosciente di essere di fronte alla morte. Perché sente l´odore della sua povera carne che solo aspetta la risurrezione per ricomporsi, gloriosa e bella!
 Amici, quando Carrón ci ricorda nel suo articolo per il Natale scorso, che Cristo é presente oggi, per me, per voi, istante per istante non posso non pensare all’inno: “Jesus dulcis memoriae”. Davvero é proprio bello vivere con chi ti richiama e ti rimanda in ogni momento alla dolcezza di Gasú.
 P:Aldo

 PS: alle tante numerose e-mail da voi inviatemi, risponderó nei prossimi giorni, che saró per alcuni giorni in Brasile da miei amici. Star con loro é per me riposare nella dolce memoria di Gesú.  

martedì 11 gennaio 2011

macché ingerenza

Il governo egiziano parla di ingerenza vaticana nelle vicende interne di quel paese. Ma difendere il diritto a non essere ammazzato non è ingerenza, è sacrosanto dovere di dire la verità.
Bene fa la Santa sede a chiedere il rispetto per la vita e la libertà dei cristiani in Egitto e ovunque. Forse avrebbe dovuto farlo con più forza anche in passato. Ma va bene: ora le verità è affermata, dove più è necessario.
Dio benedica l'Egitto, l'Africa, il mondo. E illumini chi è ottusamente vittima dei propri pregiudizi pseudoreligiosi.

venerdì 7 gennaio 2011

lettera del 6 gennaio 2011

Da: padre Aldo TRENTO
Data: Thu, 6 Jan 2011 12:30:24 -0300


L´UOMO RELAZIONE CON L´INFINITO
 Davvero l´uomo è solo relazione con l´Infinito e da questa certezza nasce quel dinamismo instancabile della vita che è la gratuità. Che grazia arrivare alla fine della giornata in cui il caldo umido del tropico sembra spegnere ogni energia e trovarsi con il cuore fresco della passione per Cristo, che diventa passione per l´uomo. Questa sera sono stato alla casetta di Betlemme, come cerco di fare ogni sera e Rosy, la bambina di tre anni che, come mi sente, corre fra le mie braccia, ha voluto si o si anche se tardi venire con me. Così mentre scrivo, lei è seduta qui davanti con un piccolo gelato e parla guardando le fotografie dei suoi fratellini della casetta. E pensare, che quando era arrivata, credevamo morisse per quanto aveva sofferto. Oggi, è come tutti i bambini, allegra e gioca. Vedo in lei l´evidenza de quel Mistero che mi fa e conseguentemente fa anche lei. Sempre più sperimento che solo vivendo con la certezza dell´Io sono Tu che mi fai è possibile salvare tutto e tutti. Come spiegare altrimenti che questi figli miei, con tutte le violenze sofferte, i guai che combinano siano felici?
L´uomo, tanto il bambino violentato come il violentatore, come ognuno ha bisogno di incontrare uomini definiti per il Mistero. Solo così nasce la gratuità. Quella gratuità che ho visto all´opera in questi giorni quando la dottoressa esperta in AIDS, Cristina, mi ha chiamato mentre curava il corpo di un ammalato di AIDS, in molte parti marcio e pieno di vermi. Ero spaventato mentre lei con le pinze toglieva da quel corpo marcio, uno per uno, questa miseria. A un certo punto le chiedo: ma Cristina come fai a resistere. E lei: “Padre, sto togliendo i vermi a Gesù”. Un minuto dopo l´ammalato, quel povero uomo che tiene anche una terribile psoriasi riesce a dire: “Io sono Gesù”.
Mi viene in mente la domanda di Gesù, davanti al cadavere di Lazzaro puzzolente come questo mio figlio, a Marta: “Credi tu questo?”. “Si Signore, io credo”. E così sono riuscito perfino a cenare nonostante la mia mente fosse fissa su ciò che avevo visto. Amici questa è la contemporaneità di Gesù di cui parla Carrón nel suo intervento natalizio. In questi giorni faccio molta fatica. Il caldo mi mette a K.O. il mio corpo è sempre una doccia. La tensione nervosa che mi crea è grande, come la irritabilità, eppure non è l´Alprazolan a rendermi sereno e calmo, ma il ripetere continuamente “io sono TU che mi fai”, “Signore ti offro”, “Tu, o Cristo mio”.
Amici, capite come tutto è una possibilità per dire “Tu o Cristo mio”. Cosi il lamento lascia il posto all´offerta. Ma da solo è impossibile. Per questo alla fine dell’anno ho preso l´aereo e ho passato tre giorni con gli amici Marcos, Cleuza, Bracco e Julián de la Morena. Avevo bisogno urgente di vedere gli amici, quei volti con cui la familiarità con Cristo è più evidente. Non abbiamo fatto nulla di speciale. Siamo stati assieme come Gesù con i suoi amici, riprendendo quanto Carrón ci ha detto per Natale e partendo dal giudicare la nostra vita. Il dialogo l´ho mandato a “Tempi” perché desidero che tutti, anche chi non conosce la nostra esperienza possa percepire che il cristianesimo è un’amicizia e cosa vuole dire che i cristiani sono gli amici di Gesù. Amici, davvero ho il cuore che brucia per Gesù e questo fuoco mi rende creativo, attento, per rispondere a ogni provocazione della realtà. Come adesso che Rosi –anche se non è stanca e sta toccando tutto nel mio ufficio- devo portarla a dormire con gli altri bambini. La guardo e sta mettendo sotto sopra il fax e i CD. Ma è bella. Lei è contenta, le basta stare con me. È ciò che passa per me con Gesù: basta stare con lui, perché poi è lui che fa, che porta avanti l´opera. Un abbraccio nel Signore a tutti. 

Con affetto. P. Aldo

giovedì 6 gennaio 2011

Santo Stefano ovvero dell'amicizia di Cristo

Omelia di Luigi Giussani per la festa di Santo Stefano 
Desio, 26 dicembre 1944


Veni Sancte Spiritus.
Veni per Mariam.

Le sacre vesti che i ministri rivestono all’altare non han più il candore di ieri. Rosse sono: simbolo di sangue. Accanto alla dolcissima contemplazione di un Dio bambino riscaldato dall’amore della Madre, quale contrasto la visione di Stefano che muore fra il grandinare delle pietre, coperto di sangue! Con che raccapriccio il nostro pensiero passa dal canto degli angeli e dai volti affettuosi dei pastori alle figure urlanti e frementi d’odio dei lapidatori di Stefano!

Ma l’accostamento è denso di significato. Nel fulgore di luce che circonda la capanna di Betlem si delinea maestosa la figura della Croce.

S. Stefano fu il primo che per seguire il Maestro Divino sacrificò la propria vita. La festa del suo martirio unitamente a quella del S. Natale di cui completa il pensiero, ci danno una lezione di sacrificio. Il suo martirio ci indica un mezzo per aiutarci a vivere questa lezione di sacrificio; il suo martirio ce ne fa vedere i frutti preziosi.

Noi non comprenderemo nulla del vero significato del Natale, se non sentiamo vivamente che Dio si fece uomo per salvare noi: e per salvarci doveva sacrificarsi. Il Bambino, che contempliamo in questi giorni con tutto l’affetto e la riconoscenza di uomini credenti, porta impresso sulla sua fronte a programma di tutta la sua vita e monito alla nostra anima pensosa: «Io son nato a morire per te». Quando la nostra mamma da piccoli ci insegnava a compiere ogni giorno della novena del S. Natale un piccolo fioretto perché il Bambino Gesù ci stesse più comodamente sul fieno rigido e la paglia non lo facesse soffrire - Lui che sarebbe morto in Croce per nostro amore -, la nostra mamma senza saperlo coglieva in modo ingenuo, ma reale, il vero senso della nascita di Dio nel mondo, quello cioè di un profondo sacrificio.

Pensiamo: l’Infinito di Dio si è racchiuso in un minuscolo corpo di bambino. Egli, che ha creato tutto ciò che esiste, si è umiliato a nascere come un meschino figlio di uomo. Egli, l’Eterno, Bellissimo, Incorruttibile ha rivestito questa nostra carne, che ci pesa con tutte le sue esigenze, le sue infermità, la sua condanna a morire e a dissolversi. Egli, ai cui cenni tutte quante le creature si muovono come un canto immenso in Suo onore, ha vissuto in mezzo ai piccoli uomini, trattato colla stessa indifferenza con cui guardiamo le persone ignote che ci passano accanto. Egli, che costruì con meravigliosa sapienza tutte le leggi dell’universo e che conosce anche il più piccolo pensiero che s’alza dal nostro cuore nell’oscurità silenziosa della notte, fu trattato da pazzo. Egli, la giustizia vera, fu condannato ingiustamente. Egli, la vita stessa, in cui ogni vita affonda le radici di sua esistenza, morto sul patibolo degli schiavi. Egli, l’Amore, il cui sguardo trasformava una vita intera, la cui parola consolava una vita intera e di cui il tocco solo delle vesti risanava, giustiziato come un assassino.

La storia del Bambino di Nazareth è una storia di dolore ed è come una grande strada su cui tutti gli uomini, senza distinzione, devono camminare: ma vi è chi la percorre bestemmiando; vi è chi la percorre scuotendo la testa incredulo e senza persuasione; vi è chi la percorre come un lungo lamento, intontito, senza comprendere la meta divina; vi è infine chi la percorre con religiosa rassegnazione: vero martire, cioè testimone di Gesù Cristo - come Stefano -, è colui che si sforza almeno di percorrerla con amore. La vita dell’uomo è colma di fatiche, di rinunce, di dolore: ma l’uomo è attaccato alla sua vita terrena con un istinto formidabile; l’uomo su di essa fabbrica tutti i suoi sogni; in essa colloca tutte le sue speranze; per essa spende tutte le sue fatiche; per tenere la sua vita terrena l’uomo rinuncerebbe volentieri alla certezza di una vita felice nell’aldilà; il dolore e le pene che trova, si sforza bene di diminuirle: con un istinto profondo di egoismo, che cerca di scaricare su chi lo circonda la maggior quantità possibile di pesi, che cerca di asservirsi gli altri, che del bisogno e delle pene del prossimo si disinteressa con sollecitudine. In questa mentalità ogni malato è tenuto come un tollerato; ogni povero è un disgraziato; chi piange, un infelice; ogni essere debole e impotente, una cosa disprezzabile; ogni anima mite, un obbrobrio; ogni individuo poco quotato in società, un fallito. Così sorge l’abborrimento a ciò che costa, la nausea del dovere che impone fatica, l’odio al sacrificio.

A questo punto, per contrasto, mi pare quasi che S. Stefano sorga tra il cumulo dei sassi scagliati, a ricordarci una pagina di Vangelo. Un giorno Gesù si azzardò a dire chiaramente ai discepoli che Egli di lì a poco sarebbe dovuto essere crocifisso. Pietro, presolo per un braccio, si mise a rimproverarlo che così parlasse. Gesù, alzato lo sguardo severo ai discepoli, e con una voce che deve aver fatto rimanere assai male il povero Pietro: «Indietro, Satana - gli intimò -, tu ragioni non collo Spirito di Dio, ma collo spirito di questo mondo» (cfr. Mc 8,33). Indietro, Satana! La distinzione tra Cristo e l’anticristo, fra il cristiano e il non cristiano sta proprio in questa valutazione del sacrificio e della vita. Il sacrificio ha una funzione redentrice, perché è la strada che Cristo ha battuto per salvarci e che ognuno di noi deve seguire per giungere alla sua vera casa. Il sacrificio ha una funzione educatrice, perché ci impedisce di cullare l’illusione che la vita terrena debba durare indefinitamente; ci impedisce di scambiare la misera via del pellegrino colla luminosa eterna felicità della patria. Indietro, Satana! aveva risposto Cristo a Pietro; e levando poi la voce perché l’avesse a sentire anche la folla che gli s’andava accalcando intorno: «Chi mi vuol seguire, su, prenda la sua croce. Perché chi non vuole soffrire ora, soffrirà per sempre; ma chi si sacrificherà ora, godrà per sempre. Che importa a un uomo il divenir padrone dell’universo, se poi perde l’anima sua? Che cosa in cambio darà l’uomo per la sua anima?» (cfr. Mc 8,34-37). Come dovette sentire questo pensiero S. Stefano quando veniva spinto a viva forza fuori dalla Sinagoga e trascinato per le viuzze ingombre dalle baracche dei rigattieri fino al Palazzo del Sommo Sacerdote, per essere condannato alla morte.

Lezione di sacrificio quella di Natale e S. Stefano, ma quale il mezzo per poterla vivere? Ce lo indica S. Stefano colla sua appassionata dedizione al Signore Gesù. Si potrebbe esprimere così: «Non bisogna sentirsi da soli». Quando due sposi fedeli si sentono l’uno vicino all’altro; quando i genitori si sentono vicini ai loro figlioli e i figli accanto ai genitori, la loro forza davanti al sacrificio non è forse centuplicata? Quando degli amici veri si sentono solidali e compatti nel loro Ideale, la loro forza davanti ad ogni ostacolo non si ingigantisce a dismisura? Oh fratelli, e sposo e genitore e figlio e amici altro non sono che una espressione sensibile di Cristo benedetto, l’invisibile ma vero sposo e padre e madre e figlio ed amico, sempre desto accanto a noi con affetto infinitamente premuroso per sostenerci colla sua forza divina. Ma bisogna “credergli”. E credere non è appena prestar fede alle sue parole, ma aderire alla Sua Persona, sentire la Sua Persona sempre presente, dominatrice di ogni attività della vita, di ogni relazione sociale, perfino di ogni forma di pensiero e di sentimento interiore. Dobbiamo poter affermare che nella vita giudicheremmo o agiremmo in modo completamente diverso, se Nostro Signore Gesù Cristo non esistesse: perché Egli è ogni giorno il nostro Maestro personale. «Mi chiamate Maestro, e fate bene: perché lo sono» (cfr. Gv 13,13). È questa fede profonda nella presenza vivente di Nostro Signore Gesù Cristo che fece di Stefano il primo martire: eccolo, ritto, colle braccia elevate mentre la gragniuola di sassi gli cade addosso furibonda: e «lo lapidarono, mentre egli pregava dicendo: “Signore Gesù, accogli l’anima mia”» (cfr. At 7,59).

Un ultimo riflesso ci suggerisce la festa di oggi. «Noi abbiamo abbandonato tutto, Signore, per seguirti» (cfr. Mt 19,27), esclamò una volta Pietro a Gesù. E voleva quasi soggiungere: «Che ci darai?». Gesù rispose alla domanda sottintesa: «Il centuplo in questa vita e la vita eterna» (cfr. Mt 19,29). Il centuplo in questa vita. È una gloria anche terrena: dopo tanti secoli ancora oggi milioni di uomini in tutto il mondo rendono il loro canto di omaggio a S. Stefano e la sua apoteosi s’innalza come una magnifica cattedrale, fatta di ammirazione, di gloria, di amore, di entusiasmo, di venerazione. Ma soprattutto il frutto del sacrificio accolto sulla terra è la pace. Il bene dell’esilio è la pace, come il bene della patria è la felicità. Io parlo, fratelli, della pace interiore, senza di cui non si può godere completamente di nulla; della pace interiore, perché quella esterna in tanto è necessaria in quanto che senza di essa diviene molto più difficile il mantenere quella interiore dello spirito: noi oggi ne abbiamo l’esperienza. La pace vera, quella che importa e che è la sicurezza grande della coscienza che cerca di fare la volontà di Dio; la pace vera, quella che importa e che è la tranquillità profonda che ognuno di noi può sentire, ma che è quasi impossibile far capire a uno che non la prova; che ci lascia lo strazio e il dolore e l’ansia della fatica, ma che in fondo all’anima, appena ci ritorniamo, ci fa trovare una fedele rassegnazione, una silenziosa e certa speranza; la pace vera, quella che importa e che è una pazienza piena di bontà e di comprensione per gli altri, che son tutti nostri fratelli e miseri come noi. Ecco Stefano, colpito a morte, cade in ginocchio con un ultimo grido pieno di pace: «Signore, perdona loro questo peccato» (cfr. At 7,60).

Ci dia Gesù Bambino, per intercessione della Madonna, come la diede al Suo primo martire, la forza sovrumana di saperLo seguire sulla strada della Croce, che è la legge di ogni vita, che è la legge di ogni vero amore, che è - ora - soprattutto la legge della vera amicizia con Cristo. Questa forza Egli la darà ai suoi poveri fratelli uomini, i cui giorni disgraziati fanno toccare con mano come non siamo fatti per la terra.

A noi che dobbiamo soffrire e non vogliamo soffrire, noi che dobbiamo piangere e versiamo con amarezza impotente le nostre lacrime; noi che siamo spogliati e martoriati, e ci ribelliamo con istinto di belve ferite agli strappi rudi; noi che dobbiamo morire e vorremmo fuggire dalla morte con raccapriccio e con orrore. Ci dia di soffrire in pace; di piangere in pace; di sentirci martoriati in pace; di morire in pace.

Nella sua visione dell’Apocalisse S. Giovanni vide davanti al trono dell’Agnello, cioè di Cristo, una immensa moltitudine di persone biancovestita, con una palma tra le mani. Domandò chi fossero: «Essi sono coloro che vennero dalla tribolazione e hanno reso bianche le loro vesti nel sangue dell’Agnello [cioè nella croce e nel dolore]. Perciò ora sono davanti al trono di Dio. Essi non avranno più né fame né sete, né il sole mai tramonterà per essi. E l’Agnello li condurrà per sempre alla sorgente della vita, della felicità, e Dio asciugherà ogni lacrima dai loro occhi» (cfr. Ap 7,14-17). Et absterget Deus omnem lacrimam ex oculis eorum. Che meravigliosa cosa! Ricordiamo, fratelli, nel nostro dolore, la visione di S. Giovanni, e confortiamoci al dolcissimo pensiero che «Dio asciugherà ogni lacrima dai nostri occhi».

martedì 4 gennaio 2011

assassini

Lo spiega bene Roberto Fontolan: esiste una tradizione, nel mondo islamico, per cui uccidere il nemico è spiritualmente meritorio. Il caso più eclatante è quello della sette degli Assassini:
“A questi giovani, dalla prima infanzia sino alla maturità, i maestri insegnano che devono obbedire a tutti i desideri e a tutti gli ordini del Signore della loro terra e che se lo faranno, lui, che comanda sopra tutti gli dèi esistenti, donerà loro le gioie del paradiso”. E ancora, in un altro resoconto dell’epoca: “I più benedetti sono coloro che versano il sangue di altri uomini per poi venire uccisi da chi vendica le loro vittime”.
Uccidere, in nome di Allah, confidando che uccidendo e venendo uccisi, si vada dritti dritti in Paradiso. Mentre noi sappiamo che si va dritti dritti (salvo sempre un possibile pentimento dell'ultimo istante, nelle imperscrutabili vie della Misericordia) all'inferno.
Chi può pensare come gli Assassini (e come, oggi, Al Qaeda)? Chi ha una certa immagine di Dio. Chi non ne conosce la più intima caratteristica, che è di essere Amore misericordioso, e lo immagina invece crudele e vendicativo. Tutto sommato antropomorfizzandolo, naturalizzandolo, senza senso del mistero.