martedì 4 gennaio 2011

assassini

Lo spiega bene Roberto Fontolan: esiste una tradizione, nel mondo islamico, per cui uccidere il nemico è spiritualmente meritorio. Il caso più eclatante è quello della sette degli Assassini:
“A questi giovani, dalla prima infanzia sino alla maturità, i maestri insegnano che devono obbedire a tutti i desideri e a tutti gli ordini del Signore della loro terra e che se lo faranno, lui, che comanda sopra tutti gli dèi esistenti, donerà loro le gioie del paradiso”. E ancora, in un altro resoconto dell’epoca: “I più benedetti sono coloro che versano il sangue di altri uomini per poi venire uccisi da chi vendica le loro vittime”.
Uccidere, in nome di Allah, confidando che uccidendo e venendo uccisi, si vada dritti dritti in Paradiso. Mentre noi sappiamo che si va dritti dritti (salvo sempre un possibile pentimento dell'ultimo istante, nelle imperscrutabili vie della Misericordia) all'inferno.
Chi può pensare come gli Assassini (e come, oggi, Al Qaeda)? Chi ha una certa immagine di Dio. Chi non ne conosce la più intima caratteristica, che è di essere Amore misericordioso, e lo immagina invece crudele e vendicativo. Tutto sommato antropomorfizzandolo, naturalizzandolo, senza senso del mistero.

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