giovedì 29 dicembre 2011

Julián Carrón, La tentazione del Natale

Per descrivere la nostra umanità e per guardare in modo adeguato noi stessi in questo momento della storia del mondo, difficilmente potremmo trovare una parola più opportuna di quella contenuta in questo brano del profeta Sofonia: «Rallegrati, figlia di Sion, grida di gioia, Israele». Perché? Che ragione c’è di rallegrarsi, con tutto quello che sta accadendo nel mondo? Perché «il Signore ha revocato la tua condanna».
Il primo contraccolpo provocato in me da queste parole è per la sorpresa di come il Signore ci guarda: con occhi che riescono a vedere cose che noi non saremmo in grado di riconoscere se non partecipassimo di quello stesso sguardo sulla realtà: «Il Signore revoca la tua condanna», cioè il tuo male non è più l’ultima parola sulla tua vita; lo sguardo solito che hai su di te non è quello giusto; lo sguardo con cui ti rimproveri in continuazione non è vero. L’unico sguardo vero è quello del Signore. E proprio da questo potrai riconoscere che Egli è con te: se ha revocato la tua condanna, diche cosa puoi avere paura? «Tu non temerai più alcuna sventura». Una positività inesorabile domina la vita. Per questo, continua il brano biblico, «non temere Sion, non lasciarti cadere le braccia». Perché? Perché «il Signore, tuo Dio, in mezzo a te è un salvatore potente». Non c’è un’altra sorgente di gioia che questa: «Gioirà per te, ti rinnoverà con il suo amore, esulterà per te con grida di gioia» (3, 14-17).Che queste non sono rimaste solo parole, ma si sono compiute, è ciò che ci testimonia il Vangelo; nel bambino che Maria porta in grembo, quelle parole sono diventate carne e sangue, come ci ricorda in modo commovente Benedetto XVI: «La vera novità del Nuovo Testamento non sta in nuove idee, ma nella figura stessa di Cristo, che dà carne e sangue ai concetti — un realismo inaudito» (Deus caritas est, 12). Ed è un fatto talmente reale nella vita del mondo che non appena Elisabetta riceve il saluto da Maria, il bimbo che porta nel grembo, Giovanni, sussulta di gioia (cfr. Lc, 1,39-45). Quelle del profeta non sono più soltanto parole, ma si sono fatte carne e sangue, fino al punto che questa gioia è diventata esperienza presente, reale.
Domandiamoci: il cristianesimo è un devoto ricordo o è un avvenimento che accade oggi esattamente come è accaduto duemila anni fa?Guardiamo i tanti fatti che i nostri occhi vedono in continuazione, che ci sorprendono e ci stupiscono, a cominciare da quel fatto imponente che si chiama Benedetto XVI e che ogni volta fa sussultare le viscere del nostro io. C’è uno in mezzo a noi che fa sussultare il “bambino” che ciascuno di noi porta in grembo, nel nostro intimo, nella profondità del nostro essere. Questa esperienza presente ci testimonia che l’episodio della Visitazione non è soltanto un fatto del passato, ma è stato l’inizio di una storia che ci ha raggiunto e che continua a raggiungerci nello stesso modo, attraverso incontri, nella carne e nel sangue di tanti che incontriamo per la strada, che ci muovono nell’intimo. È con questi fatti negli occhi che possiamo entrare nel mistero di questo Natale, evitando il rischio del “devoto ricordo”, di ridurre la festa a un puro atto di pietà, a devozione sentimentale. In fondo, tante volte la tentazione è di non aspettarsi granché dal Natale. Ma a chi è data la grazia più grande che si possa immaginare — vederlo all’opera in segni e fatti che lo documentano presente — è impossibile cadere nel rischio di celebrare la nascita di Gesù come un “devoto ricord o ”. Non ci è consentito! E non perché siamo più bravi degli altri fratelli uomini, non perché non siamo fragili come tutti, ma perché siamo riscattati di continuo da questo nostro venir meno per la forza di Uno che accade ora e che revoca la nostra condanna.
È solo con questi fatti negli occhi che potremo guardare il Natale che viene: non con una nostalgia devota, non col sentimento naturale che sempre provoca in noi un bambino che nasce e neppure con un vago sentimento religioso, ma in forza di una esperienza (perché tutto il resto non produce altro che una riduzione di “quella” nascita). Dove si rivela veramente chi è quel Bambino è in questa esperienza reale: il figlio di Elisabetta ha sussultato di gioia nel suo grembo. È il rinnovarsi continuo di questo avvenimento che ci impedisce di ridurre il Natale e che ce lo può fare gustare come la prima volta.

lunedì 26 dicembre 2011

lettera del 24 dic 2011

Da: padre Aldo TRENTO
Data: Sat, 24 Dec 2011 14:41:22 -0300

Cari amici, il giorno di Natale il mio figlio adottivo Aldo Trento compie 14 anni. L´ho fatto nascere il 25 davanti il giudice che mi chiedeva la data di nascita che nessuno sapeva, essendo solo figlio di Dio e NN per gli uomini. Pregate per me e per lui, che adesso é come una grande Ostia bianca che con Victor sono le ragioni del mio vivere quotidiano perché in nessuno come in loro, Santi Innocenti, sento e vedo vibrare l´Essere. Con affetto.
                            

               P. Aldo, Aldo e Victor

Aldo 

Victor 

lunedì 19 dicembre 2011

Inchiesta su San Giuseppe (Prima parte)


Don Salvatore Vitiello spiega la storia e la rilevanza del santo falegname
di Antonio Gaspari
ROMA, domenica, 18 dicembre 2011 (ZENIT.org).- Conta centinaia di milioni di devoti al mondo. Sono milioni i bambini e le bambine che portano il suo nome. E’ ben presente nel Vangelo, nel Presepio e nelle Chiese, ma la sua vicenda umana e la sua rilevanza nella storia della salvezza sono poco conosciute.
Stiamo parlando di San Giuseppe, sposo di Maria e padre adottivo di Gesù.
Per saperne di più ZENIT ha intervistato il reverendo Professore don Salvatore Vitiello Coordinatore del Master in Architettura, arti sacre e Liturgia dell’Università Europea di Roma e del Pontificio Ateneo Regina Apostolorum

Chi era San Giuseppe?

Don Vitiello: Era anzitutto un uomo autentico, che ha saputo vivere, con intelligenza, fede e totale dedizione, le circostanze nelle quali Dio lo aveva posto, riconoscendovi la Presenza stessa del Mistero. Era un pio ebreo osservante, in profonda attesa, quindi, dell’adempimento delle promesse di Dio per il Suo popolo. Ci parlano di lui anzitutto i santi Evangelisti Luca e Matteo, quando raccontano degli inizi della nostra Salvezza, dell’Annuncio dell’angelo a Maria di Nazareth, «una vergine promessa sposa di un uomo della casa di Davide, chiamato Giuseppe», che sarebbe diventata Madre dell’Altissimo. La casa di Davide (cfr. Lc 1,27) era la discendenza genealogica, dalla quale, secondo le profezie veterotestamentarie, Dio avrebbe suscitato il Re, che avrebbe liberato il popolo di Israele. La vicenda di San Giuseppe, la sua santità, l’attualità della sua intercessione e del suo modello per noi oggi, ed il suo patrocinio nei confronti della Chiesa universale iniziano, per provvidenziale Volontà divina, dal legame “sponsale” con Maria. Accogliendo Maria, il Disegno di Dio su di Lei veniva ad attirare e coinvolgere anche tutta la sua vita. Anzi, egli fu addirittura chiamato a “cooperare”, in un modo unico e straordinario, con la stessa Opera della Salvezza, prendendo con sé Maria quale sua sposa e divenendo, quindi, il padre “legale” di Gesù. Infatti, all’inizio della manifestazione pubblica del Signore Gesù, la prima reazione di scettico stupore da parte degli abitanti di Nazareth fu quella di domandare: «Non è Egli forse il figlio del falegname?» (cfr. Mt 13,55).

Che cosa lo ha convinto ad accettare Maria già incinta?

Don Vitiello: Il comprendere, per divina rivelazione, che questa accettazione avrebbe coinciso con l’aderire alla Volontà stessa di Dio per lui: accogliere quella giovane israelita, ch’Egli amava profondamente, con il suo Bambino, significava, per Giuseppe, accogliere l’ingresso di Dio nella storia e nella sua stessa vita. Era cominciato, con il concepimento di Gesù nel grembo immacolato della Vergine e con la speciale Vocazione di Giuseppe, il nuovo “metodo” di Dio: l’Altissimo, Creatore dell’universo e Signore di Israele, Colui del quale non si poteva pronunciare il Nome, né produrre alcuna raffigurazione, l’assolutamente Altro si rivelava, ora, attraverso un punto preciso, un volto, quello del Bambino che Maria aveva concepito, quello del Bambino che aveva gli stessi lineamenti di Maria. Tutto ciò che aveva a che fare con questa Donna ed il suo Bambino, avrebbe avuto a che fare con Dio stesso. San Giuseppe lo aveva compreso: dopo l’iniziale difficoltà di prendere posizione di fronte a quell’avvenimento – difficoltà nella quale egli mostrò tutta la propria “giustizia” (cfr. Mt 1,19), decidendo di non ripudiare Maria, ma solo di licenziarla nel segreto, per non esporla alla lapidazione prevista dalle leggi giudaiche – egli ricevette l’annuncio dell’angelo che lo chiamava a prendere con sé la sua sposa e a divenire padre di Colui che era stato generato per opera dello Spirito Santo. Da quel momento, egli si è dedicato senza riserva alcuna al servizio umile, silenzioso e pieno d’amore, della sua nuova Famiglia, la Famiglia di Dio.

Come ha fatto a svolgere il ruolo di padre di Gesù pur sapendo che era il Figlio di Dio?

Don Vitiello: Il personale rapporto tra Cristo e San Giuseppe, così come si è sviluppato quotidianamente e soprattutto negli anni della “vita nascosta” del Signore a Nazareth, costituisce per noi un delicatissimo e straordinario mistero. Sappiamo, come la Chiesa stessa ci tramanda nelle Sacre Scritture, che «Colui dal quale prende nome ogni paternità nei cieli e sulla terra» (Ef 3,15) chiamò Giuseppe a divenire, in terra, padre di Gesù, il Figlio eterno fatto uomo. Sappiamo che egli accettò, senza riserve e in totale obbedienza, questa altissima missione, che, come diceva il Santo Padre Pio XI, si è collocata «raccolta, silenziosa, inosservata e sconosciuta, […] nell’umiltà e nel servizio» tra le due missioni di Giovanni Battista e di San Pietro (cfr. Pio XI, Omelia nella Solennità di San Giuseppe, 19 marzo 1928). Conosciamo, poi, gli avvenimenti che si succedettero fino al ritorno a Nazareth dall’Egitto, dove aveva condotto la sacra Famiglia per fuggire la furia omicida del re Erode, e fino al ritrovamento di Gesù dodicenne tra i dottori del Tempio. Circa la paternità di San Giuseppe e la figliolanza di Gesù, però, esiste come un mistero – il mistero dell’intimo rapporto tra Cristo e Giuseppe –, del quale ci è dato di intravedere qualcosa proprio in occasione del ritrovamento di Gesù al Tempio. Scrive San Luca che, trovatoLo, la Madre Gli disse: «Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo» (Lc 2,48). Le parole di Maria ci rivelano l’“angoscia” di San Giuseppe, il profondo amore, cioè, che egli portava a Gesù ed anche come non si trovasse da solo a compiere la missione ricevuta, ma ne condividesse – potremmo dire – ogni “dettaglio”, con la stessa Beata Vergine Maria, avendo dinanzi agli occhi il continuo e lieto “sì” di Lei alla Volontà di Dio, imparando da Lei a riconoscere nel figlio, con commosso stupore, il Mistero Presente. Sempre nello stesso brano di Vangelo, si dice che Gesù «partì dunque con loro e tornò a Nazareth e stava loro sottomesso» (Lc 2,51). Il Figlio di Dio, nascendo dalla Vergine, si era spogliato della gloria divina per assumere la nostra condizione umana, per abbassarsi fino a “mendicare” il nostro amore e la nostra accoglienza, che erano l’amore e l’accoglienza di Maria e Giuseppe di Nazareth. L’Amore stesso mendicava di essere amato e si affidava totalmente alle cure di San Giuseppe, così che crediamo sia stato, pur nella coscienza orante della propria responsabilità, straordinariamente piacevole potersi prendere cura del Dio-Bambino, tanto che nella tradizionale preghiera a San Giuseppe recitiamo: «O felicem virum, beatum Ioseph – o uomo felice, beato Giuseppe, al quale è stato concesso non solo di vedere Colui che molti re desiderarono vedere e non videro, udire e non udirono, ma anche di abbracciarLo, baciarLo, vestirLo e custodirLo!».

lunedì 12 dicembre 2011

RITIRO USA: “MISSIONE INCOMPIUTA”

IRAQ: RITIRO USA. MONS. WARDUNI (BAGHDAD), “MISSIONE INCOMPIUTA” mons-warduni“Gli Usa avrebbero dovuto pacificare il Paese e solo dopo lasciare l’Iraq invece...”. È il commento rilasciato al SIR (clicca qui) dal vicario patriarcale caldeo di Baghdad, mons. Shlemon Warduni, sul ritiro definitivo dei soldati Usa dall’Iraq entro la fine dell’anno. Mons. Warduni si dice preoccupato per la sicurezza nel Paese e per le recenti violenze anticristiane a Zakho, in Kurdistan, regione ritenuta fino ad oggi tranquilla per i cristiani: “Il governo afferma che, dopo il ritiro, è pronto a prendere in mano la situazione e sinceramente non so come ciò sarà possibile – aggiunge il presule – se non finiranno gli attentati con kamikaze e autobombe. Come avere fiducia quando solo pochissimi giorni fa è stata fatta scoppiare un’autobomba al Parlamento, e a Zakho, venerdì scorso, sono stati distrutti locali e abitazioni dei cristiani? Fatti del genere danneggiano tutta la nazione”. “Il governo non è in grado di proteggere il suo popolo – denuncia il vescovo – la gente perde fiducia ed emigra. Serve allora un grande sforzo da parte del mondo politico per lavorare disinteressatamente a favore del bene comune, sacrificandosi con amore per questo. Quell’amore che sembra essere stato smarrito anche da molti cristiani e non solo in Iraq. Senza fede in Dio non si va da nessuna parte”.

"Non c'è più greco o giudeo, barbaro e scita"

"Non c'è più greco o giudeo, barbaro e scita" La seconda grande ondata evangelizzatrice dopo le invasioni barbariche CITTA' DEL VATICANO, venerdì, 9 dicembre 2011 (ZENIT.org).- Riportiamo di seguito il testo della Seconda Predica di Avvento 2011, tenuta questa mattina in Vaticano da padre Raniero Cantalamessa, OFM Cap., predicatore della Casa Pontificia. *** Santo Padre, Venerabili Padri, fratelli e sorelle, in questa meditazione vorrei parlare della seconda grande ondata di evangelizzazione nella storia della Chiesa, quella che seguì al crollo dell’impero romano e al rimescolamento di popoli provocato dalle invasioni barbariche, sempre con lo scopo pratico di vedere cosa da essa possiamo imparare per l’oggi. Data l’ampiezza del periodo storico esaminato e la brevità imposta a una predica, non potrà trattarsi che di una ricostruzione come si dice “a volo d’uccello”. 1. Una decisione epocale Al momento della fine ufficiale dell’impero romano nel 476, l’Europa presenta, ormai da tempo, un volto nuovo. Al posto dell’unico impero, vi sono tanti regni cosiddetti romano-barbarici. Grosso modo, partendo dal nord, la situazione è questa: al posto della provincia romana della Britannia, vi sono gli Angli e i Sassoni, nelle antiche provincie della Gallia i Franchi, a est del Reno i Frisoni e gli Alemanni, nella penisola iberica i Visigoti, in Italia gli Ostrogoti e più tardi i Longobardi, nell’Africa settentrionale i Vandali. In Oriente resiste ancora l’impero Bizantino. La Chiesa si trova davanti a una decisione epocale: che atteggiamento prendere di fronte a questa nuova situazione? Non si giunse subito e senza lacerazioni alla determinazione che aprì la chiesa al futuro. Si ripeteva, in parte, quello che era avvenuto al momento del distacco dal giudaismo per accogliere nella Chiesa i gentili. Lo smarrimento generale dei cristiani raggiunse il culmine in occasione del sacco di Roma del 410 da parte di Alarico re dei Goti. Si pensò che fosse arrivata la fine del mondo, essendo ormai il mondo identificato con il mondo romano e il mondo romano con il cristianesimo. S. Girolamo è la voce più rappresentativa di questo smarrimento generale. “Chi avrebbe creduto, scriveva, che questa Roma, costruita sulle vittorie riportate sull’universo intero, dovesse un giorno crollare?”1. Chi contribuì di più, dal punto di vista intellettuale, a traghettare la fede nel nuovo mondo fu Agostino con l’opera De civitate Dei. Nella sua visione, che segna l’inizio di una filosofia della storia, egli distingue la città di Dio dalla città terrena, identificata a tratti (forzando un po’ il suo stesso pensiero), con la città di Satana. Per città terrena egli intende ogni realizzazione politica compresa quella di Roma. Dunque, nessuna fine del mondo, ma solo fine di un mondo! Nella pratica, un ruolo determinante nell’aprire la fede alla nuova realtà e nel coordinarne le iniziative, fu svolto da romano pontefice. S. Leone Magno ha chiara la consapevolezza che la Roma cristiana sopravvivrà alla Roma pagana e anzi “presiederà con la sua religione divina più ampiamente di quanto avesse fatto questa con la sua dominazione terrena”2. A poco a poco l’atteggiamento dei cristiani verso i popoli barbari cambia; da esseri inferiori, incapaci di civiltà, essi cominciano a venire considerati come possibili futuri fratelli di fede. Da minaccia permanente, il mondo barbarico comincia ad apparire ai cristiani un nuovo, vasto campo di missione. Paolo aveva proclamato abolite con Cristo le distinzioni di razza, di religione, di cultura e di classe sociale con le parole: “Non c'è Greco o Giudeo, circoncisione o incirconcisione, barbaro, Scita, schiavo, libero, ma Cristo è tutto e in tutti” (Col 3,11); ma quanta fatica per tradurre questa rivoluzione nella realtà della storia! E non solo allora! 2. La rievangelizzazione dell’Europa Nei confronti dei popoli barbari, la Chiesa si trovò a combattere due battaglie. La prima fu contro l’eresia ariana. Molte tribù barbare, soprattutto i Goti, prima di penetrare da conquistatori nel cuore dell’impero, in oriente avevano avuto contatti con il cristianesimo e lo avevano accolto nella versione ariana allora in auge, anche per l’opera svolta presso di loro dal vescovo Ulfila (311-383), traduttore della Bibbia in gotico. Una volta insediatisi nei territori occidentali, avevano portato con sé questa versione eretica del cristianesimo. L’arianesimo non aveva però una sua organizzazione unitaria e neppure una cultura e una teologia paragonabile a quella dei cattolici. Nel corso del VI secolo, uno dopo l’altro, i regni barbarici abbandonarono l’arianesimo per aderire alla fede cattolica, grazie all’opera di alcuni grandi vescovi e scrittori cattolici e anche, a volte, per calcoli politici. Un momento decisivo fu il concilio di Toledo del 589, animato da Leandro di Siviglia che segnò la fine dell’arianesimo visigotico in Spagna e in pratica in tutto l’occidente. La battaglia contro l’arianesimo non era però cosa nuova, era iniziata nel lontano 325. La vera impresa nuova portata a termine dalla Chiesa, dopo il tramonto dell’impero romano, fu l’evangelizzazione dei pagani. Questa avvenne in due direzioni: per così dire, ad intra e ad extra, cioè presso i popoli dell’antico impero e in quelli apparsi da poco sulla scena. Nei territori dell’antico impero, Italia e provincie, la Chiesa si era finora impiantata quasi solo nelle città. Si trattava si estendere la sua presenza alla campagna e ai villaggi. Il termine “pagano” deriva, come si sa, da “pagus”, villaggio, e prese il significato che ha ora dal fatto che l’evangelizzazione delle campagne avvenne, in genere, molto dopo quella delle città. Sarebbe certamente interessante seguire anche questo filone dell’evangelizzazione che portò alla nascita e allo svilupparsi del sistema delle parrocchie, come suddivisioni della diocesi, ma per lo scopo che mi sono prefisso devo limitarmi all’altra direzione dell’evangelizzazione, quella ad extra, destinata a portare il Vangelo ai popoli barbari insediatisi nell’Europa insulare e centrale e cioè nell’attuale Inghilterra, Olanda, Francia e Germania. Un momento decisivo in questa impresa fu la conversione del re merovingio Clodoveo che nella notte di Natale del 498, o 499 si fece battezzare dal vescovo di Reims S. Remigio. Egli decideva così, secondo il costume del tempo, non solo il futuro religioso del popolo franco, ma anche di altri popoli al di qua e al di là del Reno da lui conquistati. Celebre è la frase che il vescovo Remigio pronunciò al momento di battezzare Clodoveo: “Mitis depone colla, Sigamber; adora quod incendisti, incende quod adorasti”: “China umilmente la nuca, fiero Sigambro: adora quel che hai bruciato, brucia quel che hai adorato”3. A questo fatto la Francia deve il suo titolo di “figlia primogenita della Chiesa”. La cristianizzazione del continente fu portata a termine nel IX secolo con la conversione, ad opera dei santi Cirillo e Metodio, dei popoli slavi che erano venuti ad occupare, nell’Europa orientale, i territori lasciati liberi dalle precedenti ondate migratorie spostatesi in occidente. L’evangelizzazione dei barbari presentava una condizione nuova, rispetto a quella precedente del mondo greco-romano. Lì, il cristianesimo aveva davanti a sé un mondo colto, organizzato, con ordinamenti, leggi, dei linguaggi comuni; aveva, insomma, una cultura con cui dialogare e con cui confrontarsi. Ora si trova a dover fare, nello stesso tempo, opera di civilizzazione e di evangelizzazione; deve insegnare a leggere e scrivere, mentre insegna la dottrina cristiana. L’inculturazione si presentava sotto una forma del tutto nuova. 3. L’epopea monastica L’opera gigantesca di cui ho potuto solo tracciare qui le grandi linee, fu portata avanti con la partecipazione di tutte le componenti della Chiesa. In primo luogo del papa, alla cui iniziativa diretta risale l’evangelizzazione degli angli e che ebbe una parte attiva nell’evangelizzazione della Germania ad opera di S. Bonifacio e dei popoli slavi ad opera dei santi Cirillo e Metodio; poi dai vescovi, dai parroci, a mano a mano che venivano formandosi comunità locali stabili. Un ruolo silenzioso, ma decisivo, fu esercitato da alcune donne. Dietro alcune grandi conversioni di re barbari vi è spesso l’ascendente esercitato su di essi dalle rispettive mogli: santa Clotilde per Clodoveo, santa Teodolinda per il re longobardo Autari, la sposa cattolica del re Edvino che introdusse il cristianesimo nel nord dell’Inghilterra. Ma i veri protagonisti della rievangelizzazione dell’Europa dopo le invasioni barbariche furono i monaci. In Occidente, il monachesimo, iniziato nel IV secolo, vi si diffonde rapidamente in due tempi e da due direzioni diverse. La prima ondata parte dalla Gallia meridionale e centrale, specialmente da Lerino (410) e da Auxerre (418), e grazie a S. Patrizio formatosi in quei due centri, raggiunge l’Irlanda di cui feconderà l’intera vita religiosa. Di qui, con san Columba, fondatore di Iona (521-597), passa in Scozia e con san Cuthbert di Lindisfarne (635-687, all’Inghilterra del Nord, impiantandovi un cristianesimo e un monachesimo dalle particolari tinte celtiche. La seconda ondata monastica, destinata a prendere il sopravvento e a unificare le diverse forme di monachesimo occidentale, ha origine in Italia da s. Benedetto (+ 547). Ad essa appartenevano il monaco Agostino e compagni, inviati da papa san Gregorio Magno. Essi evangelizzarono il Sud dell’Inghilterra, portando con sé un cristianesimo di tipo romano che finì per prevalere su quello celtico e uniformare al resto della cristianità (per esempio nella data della Pasqua) le isole britanniche. Dal V all’ VIII secolo, l’Europa si ricopre letteralmente di monasteri, molti dei quali svolgeranno un compito primario nella formazione dell’Europa, non solo della sua fede, ma anche della sua arte, cultura e agricoltura. A ragione S. Benedetto è stato proclamato Patrono d’Europa e il Santo Padre, Benedetto XVI nel 2005, scelse Subiaco per la sua lezione magistrale sulle radici cristiane d’Europa. Le grandi figure di monaci evangelizzatori del continente appartengono quasi tutti alla prima delle due correnti ricordate, quella che torna sul continente dall’Irlanda e dall’Inghilterra. I nomi più rappresentativi sono quelli di S. Colombano (542-615) e di S. Bonifacio (672-754). Il primo, partendo da Luxeuil, evangelizzò numerose regioni nel nord della Gallia e le tribù tedesche meridionali, spingendosi fino a Bobbio, in Italia; il secondo, considerato l’evangelizzatore della Germania, da Fulda estese la sua azione missionaria fino alla Frisia, l’attuale Olanda. A lui il Santo Padre Benedetto XVI dedicò una delle sue catechesi del mercoledì, l’11 Marzo del 2009, mettendone in luce la collaborazione stretta con il Romano Pontefice e l’azione civilizzatrice presso i popoli da lui evangelizzati. A leggere le loro vite si ha l’impressione di rivivere l’avventura missionaria dell’apostolo Paolo: la stessa ansia di portare il vangelo a ogni creatura, lo stesso coraggio nell’affrontare ogni sorta di pericoli e di disagi e, per S. Bonifacio e tanti altri, anche la stessa sorte finale del martirio. Le lacune di questa evangelizzazione a vasto raggio sono note e proprio il confronto con san Paolo mette in luce la principale. L’Apostolo insieme con l’evangelizzazione, curava, in ogni luogo, anche la fondazione di una Chiesa che ne assicurasse la continuità e lo sviluppo. Spesso, per la scarsità dei mezzi e la difficoltà di muoversi all’interno di una società ancora allo stato magmatico, questi pionieri non erano in grado di assicurare un seguito alla loro opera. Del programma indicato da S. Remigio a Clodoveo, i popoli barbari tendevano a mettere in pratica solo una parte: adoravano ciò avevano bruciato, ma non bruciavano ciò che avevano adorato. Molta parte del loro bagaglio idolatra e pagano rimaneva e rispuntava alla prima occasione. Succedeva come con certe strade tracciate nella foresta: non mantenute e non trafficate esse vengono presto riprese e cancellate dalla giungla circostante. L’opera più duratura di questi grandi evangelizzatori fu proprio la fondazione di una rete di monasteri e, con Agostino in Inghilterra e S. Bonifacio in Germania, la erezione di diocesi e la celebrazione di sinodi che assicureranno in seguito la ripresa di una evangelizzazione più duratura e più in profondità. 4. Missione e contemplazione Ora è arrivato il momento di trarre qualche indicazione per l’oggi dal quadro storico tracciato. Notiamo anzitutto una certa analogia tra l’epoca che abbiamo rivisitato e la situazione attuale. Allora il movimento di popoli era da Est a Ovest, ora esso è da Sud a Nord. La Chiesa, con il suo magistero, ha fatto, anche in questo caso, la sua scelta di campo che è di apertura al nuovo e di accoglienza dei nuovi popoli. La differenza è che oggi non arrivano in Europa popoli pagani o eretici cristiani, ma spesso popoli in possesso di una loro religione ben costituita e cosciente di se stessa. Il fatto nuovo è dunque il dialogo che non si oppone all’evangelizzazione, ma ne determina lo stile. Il beato Giovanni Paolo II, nell’enciclica “Redemptoris missio”, sulla perenne validità del mandato missionario, si è espresso con chiarezza al riguardo: “Il dialogo inter-religioso fa parte della missione evangelizzatrice della chiesa . Inteso come metodo e mezzo per una conoscenza e un arricchimento reciproco, esso non è in contrapposizione con la missione “ad gentes” anzi ha speciali legami con essa e ne è un'espressione… Alla luce dell'economia di salvezza, la chiesa non vede un contrasto fra l'annuncio del Cristo e il dialogo interreligioso; sente, però, la necessità di comporli nell'ambito della sua missione ad gentes. Occorre, infatti, che questi due elementi mantengano il loro legame intimo e, al tempo stesso, la loro distinzione, per cui non vanno né confusi, né strumentalizzati, né giudicati equivalenti come se fossero intercambiabili”4. Ciò che avvenne in Europa dopo le invasioni barbariche ci mostra soprattutto l’importanza della vita contemplativa in vista dell’evangelizzazione. Il decreto conciliare “Ad gentes”, sull’attività missionaria della Chiesa, scrive a questo riguardo: “Meritano speciale considerazione le varie iniziative destinate a stabilire la vita contemplativa. Certi istituti, mantenendo gli elementi essenziali della istituzione monastica, tendono a impiantare la ricchissima tradizione del proprio ordine; altri cercano di ritornare alla semplicità delle forme del monachesimo primitivo. Tutti comunque devono cercare un reale adattamento alle condizioni locali. Poiché la vita contemplativa interessa la presenza ecclesiale nella sua forma più piena, è necessario che essa sia costituita dappertutto nelle giovani Chiese”5. Questo invito a cercare, nuove forme di monachesimo in vista dell’evangelizzazione, anche ispirandosi al monachesimo antico, non è rimasto inascoltato. Una delle forme in cui l’auspicio si è realizzato sono le “Fraternità monastiche di Gerusalemme”, conosciute come i monaci e le monache di città. Il suo fondatore, Padre Pierre-Marie Delfieux, dopo aver trascorso due anni nel deserto del Sahara, in compagnia soltanto dell’Eucaristia e della Bibbia, capì che il vero deserto sono oggi le grandi città secolarizzate. Iniziate a Parigi nella festa di Tutti i Santi del 1975, queste fraternità sono presenti ormai in varie grandi città d’Europa, compresa Roma, dove hanno preso la chiesa di Trinità dei Monti. Il loro carisma è evangelizzare attraverso la bellezza dell’arte e della liturgia. Monastico è il loro abito, lo stile di vita semplice e austero, l’intreccio tra lavoro e preghiera; ma nuova è la collocazione al centro delle città, in genere in chiese antiche di grande richiamo artistico, la collaborazione tra monaci e monache nell’ambito liturgico, pur nella totale indipendenza reciproca a livello di abitazione e di autorità. Non poche conversioni di lontani e ritorni alla fede di cristiani nominali sono avvenute intorno a questi luoghi. Di diverso genere, ma facente parte anch’esso di questa fioritura di nuove forme monastiche, è il monastero di Bose in Italia. In ambito ecumenico, il monastero di Taizé in Francia è un esempio di una vita contemplativa direttamente impegnata anche sul fronte dell’evangelizzazione. Il primo Novembre del 1982, ad Avila, accogliendo una vasta rappresentanza della vita contemplativa femminile, Giovanni Paolo II prospettò, anche alla vita claustrale femminile, la possibilità di un impegno più diretto nell’opera di evangelizzazione. “I vostri monasteri –disse - sono comunità di orazione in mezzo alle comunità cristiane, alle quali date aiuto, alimento e speranza. Sono luoghi consacrati e potranno essere anche centri di accoglienza cristiana per quelle persone, soprattutto giovani, che spesso vanno cercando una vita semplice e trasparente, in contrasto con quella che viene loro offerta dalla società dei consumi”. L’appello non è rimasto inascoltato e si sta traducendo in iniziative originali di vita contemplativa femminile aperta all’evangelizzazione. Una di esse ha avuto modo di farsi conoscere in occasione del recente Convegno promosso, qui in Vaticano, dal Pontificio Consiglio per la nuova evangelizzazione. Tutte queste forme nuove non sostituiscono le realtà monastiche tradizionali, molte delle quali centri anch’esse di irradiazione spirituale e di evangelizzazione, ma le affiancano e le arricchiscono. Non basta che nella Chiesa vi sia chi si dedica alla contemplazione e chi si dedica alla missione; bisogna che la sintesi tra le due cose avvenga nella vita stessa di ogni missionario. Non basta, in altre parole, la preghiera “per i” missionari, occorre la preghiera “dei” missionari. I grandi monaci che rievangelizzarono l’Europa dopo le invasioni barbariche erano uomini usciti dal silenzio della contemplazione e che vi rientravano appena le circostanze lo permettevano loro. Anzi, con il cuore non uscivano mai del tutto dal monastero. Mettevano in pratica, in anticipo, il consiglio che Francesco d’Assisi dava ai suoi frati nell’inviarli per le strade del mondo: “Noi, diceva, abbiamo un eremitaggio sempre con noi dovunque andiamo e ogni volta che lo vogliamo possiamo, come eremiti, rientrare in questo eremo. Fratello corpo è l’eremo e l’anima l’eremita che vi abita dentro per pregare Dio e meditare6. Di questo abbiamo un esempio ben più autorevole. La giornata di Gesù era un intreccio mirabile tra preghiera e predicazione. Egli non pregava solo prima di predicare, pregava per sapere cosa predicare, per attingere dalla preghiera le cose da annunciare al mondo. “Le cose che io dico – affermava - le dico così come il Padre me le ha dette” (Gv 12,50). Da qui veniva a Gesù quell’ ”autorità” che tanto impressionava nel suo parlare. Lo sforzo per una nuova evangelizzazione è esposto a due pericoli. Uno è l'inerzia, la pigrizia, il non fare nulla e lasciare che facciano tutto gli altri. L'altro è il lanciarsi in un attivismo umano febbrile e vuoto, con il risultato di perdere a poco a poco il contatto con la sorgente della parola e della sua efficacia. Si dice: ma come starsene tranquilli a pregare, quando tante esigenze reclamano la nostra presenza, come non correre quando la casa brucia? E' vero, ma immaginiamo cosa succederebbe a una squadra di pompieri che accorresse a spegnere un incendio e poi, una volta sul posto, si accorgesse di non avere con sé, nei serbatoi, una sola goccia d'acqua. Così siamo noi, quando corriamo a predicare senza pregare. La preghiera è essenziale per l’evangelizzazione perché “la predicazione cristiana non è primariamente comunicazione di dottrina, ma di esistenza”. Fa più evangelizzazione chi prega senza parlare che chi parla senza pregare. 5. Maria, stella dell’evangelizzazione Terminiamo con un pensiero suggerito dal tempo liturgico che stiamo vivendo e dalla solennità dell’Immacolata che abbiamo celebrato ieri. Una volta, in un dialogo ecumenico, un fratello protestante mi chiese, ma senza polemica, solo per capire: “Perché voi cattolici dite che Maria è “la stella del’evangelizzazione”? Che fa fatto Maria che giustifichi tale titolo?”. È stata per me l’occasione di riflettere sulla cosa e non ho tardato a scoprirne la ragione profonda. Maria è la stella dell’evangelizzazione perché ha portata la Parola, non a questo o quel popolo, ma al mondo intero! E non solo per questo. Ella portava la Parola nel seno, non sulla bocca. Era piena, anche fisicamente, di Cristo e lo irradiava con la sua sola presenza. Gesù le usciva dagli occhi, dal volto, da tutta la persona. Quando uno si profuma, non ha bisogno di dirlo, basta stargli vicino per accorgersene e Maria, specie nel tempo in cui lo portava in seno, era piena del profumo di Cristo. Si può dire che Maria è stata la prima claustrale della Chiesa. Dopo la Pentecoste, ella è come entrata in clausura. Attraverso le lette­re degli apostoli, conosciamo innumerevoli personaggi e anche tante donne della pri­mitiva comunità cristiana. Una volta troviamo menzionata anche una certa Maria (cf Rm 16, 6), ma non è lei. Di Maria, la Madre di Gesù, nulla. Ella scompare nel più pro­fondo silenzio. Ma cosa significò per Giovanni averla accanto mentre scriveva il Vangelo e cosa può significare per noi averla accanto mentre proclamiamo lo stesso Vangelo! “Primizia dei Vangeli –scrive Origene - è quello di Giovanni, il cui senso profondo non può cogliere chi non abbia poggiato il ca­po sul petto di Gesù e non abbia ricevuto da lui Maria, come sua propria madre”7. Maria ha inaugurato nella Chiesa quella seconda anima, o vocazione, che è l'anima nascosta e orante, accanto all'anima apostolica o attiva. Lo esprime a meraviglia l'icona tradizionale dell'Ascensione, di cui abbiamo una rappresentazione sul lato destro di questa cappella. Maria sta in piedi, con le braccia aperte in atteggia­mento orante. Intorno a lei gli apostoli, tutti con un piede o una mano alzata, cioè in movimento, rappresentano la Chiesa attiva, che va in missione, che parla e agisce. Maria sta immobile sotto Gesù, nel punto esatto da cui egli è asceso, quasi a tenere viva la memoria di lui e l'attesa del suo ritorno. Terminiamo ascoltando le parole finali della “Evangelii nuntiandi” di Paolo VI, in cui per la prima volta, nei documenti pontifici, Maria è chiamata con il titolo di Stella dell’evangelizzazione: “Al mattino della Pentecoste, Ella ha presieduto con la sua preghiera all'inizio dell'evangelizzazione sotto l'azione dello Spirito Santo. Sia lei la Stella dell'evangelizzazione sempre rinnovata che la Chiesa, docile al mandato del suo Signore, deve promuovere e adempiere, soprattutto in questi tempi difficili ma pieni di speranza!” * 1 S. Girolamo, Comm. a Ezechiele, III, 25, pref.; cf. Epistole LX,18; CXXIII,15-16; CXXVI,2. 2 S. Leone Magno, Sermone 82, 3 Gregorio di Tours, Historia Francorum, II, 31. 4 Giovanni Paolo II, Redemptoris missio, 55. 5 L.G., 18. 6 Legenda Perugina, 80 (FF, 1636). 7 Origene, Commento al Vangelo di Giovanni, I, 6,23 (SCh, 120, p. 70).

mercoledì 7 dicembre 2011

lettera del 5 dic 2011

Da: padre Aldo TRENTO Data: Mon, 5 Dec 2011 09:19:55 -0300 Oggetto: p. Aldo Cari amici, Buon Natale, “Il Verbo si è fatto carne”. Si è fatto materia, un fatto concreto, UNA PRESENZA VIVA, VISIBLE IN TUTTI VOI CHE SIETE PER ME E PER TUTTI NOI LA CONCRETEZZA DÌ QUESTA PRESENZA. Che allegria poter inviarvi le foto della nuova clinica, già terminata come struttura, e la scuola professionale, in via di costruzione. Senza di voi, senza il vostro cuore pieno di Cristo, non sarebbe stato possibile. Nella breve visita a Milano e Roma tanto P. Paolino come il sottoscritto, siamo stati testimoni di fatti che ci hanno reso visibile il Mistero dell’Incarnazione, commovendoci nel vedere come i nostri figli siano diventati vostri. Penso all’ONLUSS da Zero a Uno, alla cena al ristorante “UNICO”, all´incontro con la Compagnia delle Opere di Milano, ai due spettacoli organizzati dal caro amico Gianpaolo a Roma con Cevoli, al bellissimo concerto organizzato alla Navicella dalle moglie degli ambasciatori guidati dalla signora Vattani e da Consuelo. Cosi pure agli incontri avuti dal mio compagno di ventura con cui ci unisce un’immensa passione per Cristo, P. Paolino, un uomo davvero grande nella sua umiltà. Davvero non so come ringraziarvi uno a uno. Voi siete le braccia della Provvidenza. Senza di voi Gesù non avrebbe realizzato questo bellissimo ospedale che adesso dobbiamo attrezzare. La sua bellezza è la Bellezza della Provvidenza e quindi della vostra gratuità che oltre a costruire quest´opera educa anche questo nostro popolo a sentirsi fisicamente appartenente a quest´opera. Ringraziamo quanti, e sono moltissimi, ci stanno aiutando perfino, come un papà con 13 figli di Ravenna impiegato dello Stato, rinunciando al caffè giornaliero che prendeva al bar. Ringraziamo tutte le comunitá che hanno accolto P.Paolino per la loro generositá. Amici grazie di cuore perché quest´opera non è di P. Aldo, come spesso si afferma, ma è di Dio e di tutti voi. Io sono stato lo strumento incosciente nelle mani di Dio. E questo ci riempie di pace e gioia in particolare nei momenti difficili inevitabili in ogni opera che il Signore costruisce. Grazie e Buon Natale p. Aldo

mercoledì 30 novembre 2011

lettera del 29/11/2011

Da: padre Aldo TRENTO Data: Tue, 29 Nov 2011 11:11:47 -0300 Oggetto: Cari amici Cari amici, sto lavorando molto sulla provocazione di Carrón “vivere intensamente il reale”, e scopro ogni giorno di più la intelligenza educativa che questo lavoro su di me mi regala. In queste settimane abbiamo accolto nuovi bambini abbandonati ed anche alcune ragazzine incinte, la cui età va dai 12 anni ai 15, mentre i bimbi vanno da zero a tre anni. Durante l’incontro con gli educatori di questa settimana abbiamo messo a tema, provocato dalla realtà le necessità che i piccoli imparino a distinguere il “si” dal “no”. Una cosa apparentemente banale ma invece di una portata eccezionale perché la vita, cioè la libertà, si gioca in queste due parolette. Pensate al SI della Madonna! Da quel SI è dipeso tutto, come dal mio SI dipende la positività del reale, perché conseguenza del mio SI a Cristo. Un SI  che da quando apro gli occhi mi accompagna fino a quando, con qualche sonnifero, li chiudo. Il motivo immediato di questo tema è stato dato dal fatto che dopo un po’ di tempo che stavamo con loro che vengono da situazioni inumane ci siamo resticonto che non sapevano distinguere il SI dal NO. Per cui quando la maestra chiedeva per esempio ad uno: Nicola stai mangiando? Nicola rispondeva SI ed era vero. Ma alla seconda domanda: Nicola, stai volando? lui rispondeva ancora SI. Allora la maestra lo portava in giardino dove è un andirivieni di uccellini: “Nicola vedi gli uccellini volare? E lui: SI. Allora prova a volare anche tu. Nicola apriva le braccia che le vedeva come le sue ali e poi cercava di saltare.. ma niente da fare per volare. E così alla domanda: Nicola, tu voli? La sua risposta e´stata “no”. E così la maestra gli ha insegnato a distinguere la differenza fra il “sí” e il “no”. Non è stato facile ma oggi Nicola ed anche gli altri bambini sanno distinguere la differenza fra il SI e il NO. Che grande scoperta, la scoperta più grande della vita, perché la vita dipende tutta da queste due parolette. È proprio bello introdurre i bimbi a conoscere la realtá e come stare di fronte ad essa. La stessa cosa è accaduta questa sera con Luciana, una bimba di 12 anni che aspetta un bimbo ed è al settimo mese. Parla solo guaranì. Le abbiamo insegnato l’uso del bagno, della carta igienica, di come si mangia usando la forchetta e il coltello. Aveva paura di mangiare la pizza perché non capiva cos’era quella massa grande e rotonda. Standole vicino con affetto e dopo averle tagliato un pezzo a pezzettini, aiutandola ad usare la forchetta l’ha messo in bocca e con un  sorriso mi ha fatto capire che era una cosa buona. Ieri è nata Maria, la figlia della piccola Liz che ha 15 anni ma sembra una bimba di 10 anni. I medici hanno voluto che partorisse spontaneamente il suo piccolo di 2 kg e 8 etti. È stato un dramma e il bimbo è nato si ma con problemi gravi. Doveva già nascere e i medici non hanno rispettato le esigenze della natura e di una madre bambina per cui preghiamo  Dio per la mamma e il bimbetto, adesso nell’incubatrice. Immaginatevi la mamma che non sa distinguere la destra dalla sinistra. Eppure che sfida per me, chiamato ad essere il papa per mamme bambine e i loro neonati, tutto per tutti! “Se non fossi Tuo o Cristo mio sarei creatura finita”. Circondato da tanto dolore dov’è la positività della realtà?. “Se non fossi tuo o Cristo mio sarei una creatura finita”. Circondato da tanto dolore dove é la positivitá della realtá?. Nel fatto che sono di Cristo e la realtá é il suo corpo come ci ricorda S. Paolo scrivendo ai colossesi. La realtá é positiva solo perche sono di Cristo, gli appartengo e gli appartengo dentro tutte  le modalitá in cui Lui mi fa vivere, ma senza Cristo, senza questo incontro, senza questa certezza di essere suo non riuscirei dire che la realtá é positiva. Ma da quando Cristo si é fatto carne tutto é positivo, perché tutto parla di Lui e rimanda a Lui. Per questo la realtá é positiva per me, per Liz, per i miei bimbi e le loro mamme bambine, per i miei anziani soli, per i miei pazienti terminali. Essendo Cristo tutto per me lo éanche per loro. Ringrazio Carron che dal 26 gennaio 2011 ci provoca continuamente su questo punto.  Solo perché Cristo mi ha preso e tutto mi rimanda,grida Cristo. E uno lavorando su di sé lo può verificare nella realtà. Così dove sarebbe istintiva la rabbia di fronte a tanta violenza segue una pace piena di tenerezza – che ti permette di commuoverti davanti ad ogni piccolo dettaglio, come quella che vi racconto subito. L’altro giorno sono andato a visitare la casa Mons. Luigi Giussani che ospita anziani e adulti ritardati mentali e con altri problemi. Quando arrivo nel dormitorio delle donne vedo una vecchietta tutta felice a letto con le scarpe. Un paio di scarpe nuove di tela. Lei subito mi invita a guardare, toccare le sue scarpe che la facevano così felice. Chiedo all’infermiera il perché di tanta allegria per un paio di scarpe e anche il perché essendo a letto e nel letto con le scarpe. L’infermiera commossa mi risponde: “Padre lei in tutta la sua vita non ha mai conosciuto un paio di scarpe, ma solo i suoi nudi piedi per camminare kilometri e kilometri, per cui adesso è tutta felice. Il giorno seguente sono andato a trovarla nuovamente e le sue scarpe belle di tela le aveva sul guanciale, accarezzandole con le sue guance. Come non pensare al cap. 10 del Senso religioso, lì don Giussani parla dello stupore! Amici sono grato al Signore per questi doni. Domenica 26, abbiamo celebrato il matrimonio di una ragazza ahe lavora come lavandaia nella Clinica e ha voluto celebrare nella Clinica attorniata dai pazienti, da quanti lavorano e da alcune delle mie bambine madri con i loro bebe, come vedete nella foto. Che conmozione! La Clinica é un luogo di evangelizzazione come deve essere ogni ospedale. Altrimenti a che cosa servono?. Questa ragazza Dora, dopo anni di concubinato, vedendo molti pazienti sposarsi prima di morire ha colto la bellezza, la grandezza del Sacramento. Cioé che l´amore é eterno e che in Cristo la persona é amata per sempre. Chesterton diceva: “Chi si divorzia é perche mai si é sposato” Amici il problema non é l´altro ma io e Cristo, non é ció che voglio dalla vita. Le mie bambine madri pagano le consequense di questa concezione pagana della vita. Con affetto, P. Aldo

martedì 29 novembre 2011

Buon Natale! da p.Aldo

Da: padre Aldo TRENTO Oggetto: Buon Natale!   BUON NATALE! Cari amici, mai come in questi tempi sono cosciente del mio niente, della verità di quanto affermava S. Caterina da Siena quando rispondeva a una sua domanda rivolgendosi al Signore: Chi sono io Signore? Nulla, e chi sei Tu Signore? Tutto. Più uno vive intensamente la realtà più entra in questa meravigliosa e drammatica sproporzione fra il proprio essere finito e Lui, l’Infinito. Per cui quando la gente dice per esempio: “le opere di P. Aldo” non fanno altro che aumentare la coscienza di questa mia sproporzione fra il mio niente e Lui che è il tutto. E come vorrei che almeno gli amici vibrassero con me di questa sproporzione perché sarebbe il segno più evidente che ci apparteniamo gli uni agli altri. La corresponsabilità ha qui la sua origine. Uno mi appartiene se con me vive questo “io, Signore sono niente” e “Tu Signore sei tutto”. E questa è una grazia, è un cammino dove il mendicare è continuo per cui se manca questa domanda si può essere insieme da anni, si può essere padri e figli, superiori e sudditi e rimanere estranei l’uno all’altro pur vivendo gomito a gomito. Ciò che mi sostiene in queste opere che non ho mai cercato, perché, come ripeto non sono venuto in Paraguay per questo, è solo questa sproporzione in cui è evidente la Presenza del Mistero che mi chiede tutto. Ma se non fosse evidente questo me ne andrei oggi stesso, perché un uomo non può con le sue forze sostenere neanche un filo d’erba. Solo che c’è come un fuoco ardente, direbbe il profeta, nelle mie ossa e non può impedire che arda.  Il solo pensiero che Dio si è fatto carne per me mi fa esultare dalla gioia e per questo non posso non farmi tutto per tutti, accogliendo su queste povere spalle sostenute dalla Madonna quanti bussano alla porta carichi di dolore. Ed è il motivo per cui busso alle porte di tutti perché la Provvidenza che governa il mondo dentro un disegno di amore si serve della realtà, realtà che è tutto il nostro essere, tutta la nostra umanità. Per cui avvicinandosi il Natale voglio ringraziare quanti appartenendo a questa amicizia, a questa iniziativa divina ci accompagnano anche economicamente, seguendo le migliaia di esempi di cui è fatta la storia della carità nella Chiesa. Ora si serve delle nostre povere mani per compiere le sue meraviglie. Si serve di noi per mostrarci cosa può fare un popolo quando riconosce il Signore. La stessa Banca Mondiale attraverso due dei suoi direttori incontrati a Washington dove mi avevano invitato a parlare sulla crisi economica  (io che ho la quinta elementare per lo Stato Italiano. . . c’è proprio da ridere) è rimasto colpito dal fatto che il 76% delle risorse nostre per le spese ordinarie sono locali e il 24% straniere. E volevano capire il perché e il per come. Ed è stato bello perché ho potuto dire con la mia esperienza che cosa significa che la realtà è provvidenziale e che non c’è un uomo che quando si lascia educare non diventi protagonista del proprio destino. Ma perché questo accada è necessario vibrare di quella passione di S. Caterina. Per cui mi permetto a nome dei volti di Gesù che soffrono di chiedere a chi mi è amico in occasione del Natale una piccola goccia della libertà per essere parte di quel 24% che aiuta quest’opera. Ringrazio con tutto il cuore gli amici della ONLUS “da zero a uno” per lo slancio con cui ci accompagnano. Mi permetto di allegare il codice IBAN della ONLUS e quella di sempre della UNICREDIT. P.Aldo DAZEROAUNO ONLUS Banca Popolare di Milano IBAN. IT 60 X 05584 01613 000000031365 _____________                   TRENTO ANTONIO UNICREDIT BANCA FILIARI DI FONZASO, BELLUNO CODICE IBAN IT14 Z 02008 61120 000004701742

lunedì 28 novembre 2011

Messaggio, 25. novembre 2011

"Cari figli, oggi desidero darvi la speranza e la gioia. Tutto ciò che è attorno a voi, figlioli, vi guida verso le cose terrene ma Io desidero guidarvi verso il tempo di grazia perchè in questo tempo siate sempre più vicini a mio Figlio affinchè Lui possa guidarvi verso il suo amore e verso la vita eterna alla quale ogni cuore anela. Voi, figlioli, pregate e questo tempo sia per voi il tempo di grazia per la vostra anima. Grazie per aver risposto alla mia chiamata."

domenica 13 novembre 2011

Giovanni, un amico che ci ha mostrato Cristo

TESTIMONI Giovanni, un amico che ci ha mostrato Cristo 08/11/2011 - A Varese i funerali di Giovanni Bizzozero, lo studente   di Veterinaria morto nella notte tra giovedì e venerdì in un   incidente: «Attraverso di lui, il Signore ci chiede: cos'hai di più   caro?». L'omelia di don Ambrogio Pisoni Giovanni Bizzozero. Varese, Basilica di San Vittore, 7 novembre 2011 Ti ringraziamo, Signore Gesù, perché ci hai commossi fin qui oggi.   Non è una svista linguistica, ma un giudizio che dice fino in fondo   la verità di quello che stiamo vivendo in questo momento   assolutamente unico: siamo qui perché un Altro ci ha chiamati, ci sta   muovendo, ha così a cuore la nostra vita che ci ha condotti fin qui   insieme, cioè ci ha com-mossi. E ha cominciato a commuoverci qualche   tempo fa: 23 anni fa per il padre e la madre di Giovanni, qualche   tempo dopo (fino a poche ore fa) per ciascuno di noi. Altrimenti non   saremmo qui. Perché è il Signore, è Lui, Colui che non possiamo cercare tra i   morti perché è vivo! È resuscitato, cioè è qui adesso. Sta   accadendo adesso, nella festa della vita che è la Sua Santa   Eucaristia che stiamo celebrando. È questo Signore che un giorno è   entrato, discretamente e definitivamente, nella vita di Giovanni: nel   giorno del suo Battesimo, il regalo più grande che i suoi genitori   hanno fatto alla sua vita. E poi attraverso l’incontro definitivo,   affascinante, pieno di bellezza, di musica, di gioia, di letizia: è   stato l’incontro con il carisma donato a don Giussani che, a un   certo punto, ha affascinato con la sua forza di bellezza   irresistibile il cuore, la libertà, la ragione, la carne di Giovanni.   Perché noi abbiamo avuto la grazia di incontrarlo così. Così che oggi, alla radice del nostro cuore, sta balbettando in   qualcuno, in altri forse in maniera più chiara, più potente, la   domanda dei discepoli di Gesù consegnata per sempre al Santo Vangelo.   La domanda che Pietro, Giacomo, Giovanni, Andrea, Bartolomeo, davanti   alla persona di Gesù, davanti ai Suoi gesti e alle Sue parole,   sentivano prepotente ergersi dentro di loro, fino ad affiorare sulle   loro labbra: «Chi sei Tu, cui il mare e il vento obbediscono?». Chi   sei Tu, che sei capace ancora oggi di affascinare così la nostra   vita? Chi sei Tu, che hai preso fino alla radice il cuore di Giovanni   e hai compiuto la sua vita? Perché quando ci si congeda da questo   mondo, la ragione è una sola (la Chiesa l’ha ricevuta, questa   ragione, la custodisce e l’annuncia al mondo in maniera   instancabile): il congedo da questa vita avviene quando il nostro   compito si compie, quando abbiamo assolto il nostro compito. A 23   anni, a 16 anni, a 100 anni… La morte, l’ultimo atto di una vita   che si è consegnata, è il suggello di questo. Siamo qui perché noi abbiamo avuto la grazia di incontrare questo   amico. Con gli occhi sempre aperti, con il cuore sempre attento, con   una generosità senza limiti non dovuta alla bellezza del suo   temperamento. Giovanni non ha avuto pudore nel manifestare nella sua   vita il segreto che l’animava, la forza che la rendeva giovane ogni   giorno, la bellezza che l’affascinava: forza, bellezza, bontà,   verità, che hanno il nome e il volto di Gesù Cristo. A questa   Presenza, Giovanni ha consegnato la sua vita. E il Signore è stato   generoso: attraverso di lui, infatti, ha toccato almeno le vite di   noi qui oggi. E chissà quante altre. Così che il Signore, attraverso   di lui, ancora una volta ha confermato il metodo con cui sta nella   storia, con cui rimane presente, vivo tra i vivi: il metodo è la   testimonianza. Così noi possiamo ancora oggi conoscere Cristo, e dopo   la vita terrena di Giovanni possiamo dire, e dobbiamo dire: «Signore   grazie, perché ti conosciamo di più: Ti sei concesso a noi,   attraverso Giovanni». Perché è questo che è veramente accaduto. Qualcuno, incontrandolo in questa stagione così intensa della sua   vita, quando lo vedeva così limpidamente ingenuo di fronte alle cose,   faceva fatica a trattenere un sorriso lievemente imbarazzato. Di   quell’imbarazzo strano che ci prende sempre, quando siamo davanti ai   testimoni del Signore, davanti ai bambini. Perché essere cristiani   vuol dire essere chiamati a diventare grandi come un bambino, e   Giovanni è diventato così rapidamente grande come un bambino, che il   Signore gli ha detto: «Vieni, servo buono e fedele, vieni. Adesso   continuerai a lavorare con me dall’altra parte». Cioè più   presente di prima. Quel sorriso imbarazzato che ci mette un po’ in   difficoltà, perché facciamo ancora fatica ad arrenderci di fronte   alla testimonianza disarmante del Mistero. Eppure siamo costretti a   renderci ancora conto che veramente si può vivere così, come ha   vissuto Giovanni. Cioè lasciando che il Signore diventi realmente il   Signore della mia vita. Il Signore dell’istante. Il Signore della   libertà. Il Signore del cuore. Il Signore della ragione. Il Signore   della carne e del sangue. Qualcuno tornerà a casa più pensoso, perché il testimone ci   inquieta. Come è inquietante la presenza del Signore, quel Signore   che - come don Giussani instancabilmente ci ricordava - ama la nostra   libertà più della nostra salvezza. Per questo è inquietante.   Eppure è così segretamente atteso, così desiderato. Così che   quando incontriamo i Suoi amici, i Suoi testimoni, coloro che hanno   avuto l’umiltà e il coraggio di rispondere alle domande di Gesù…   Come è stato per Giovanni, perché Giovanni ha risposto alle domande   di Gesù, alle domande consegnate per sempre alla Sua parola scritta e   santa, il Vangelo: «Giovanni, che cosa stai cercando?». È la   domanda che fa ad ognuno di noi: prima di morire bisogna rispondere a   questa domanda! E non sappiamo quando accadrà. «Che dice la gente di   me, Giovanni? E tu cosa dici?». Fino a quel momento drammatico e   supremo in cui il Signore ha avuto il coraggio di chiedere a   Giovanni, come a noi oggi: «Giovanni, se ne sono andati tutti. Non   hanno retto di fronte allo scandalo di un amore così grande che si   concede nella carne, perché se tu non mangi la mia carne… Giovanni,   vuoi andartene anche tu come gli altri?». E Giovanni è rimasto: se   andiamo via da te, Signore, dove andremo? Che ne sarebbe della nostra   vita senza di te? Della nostra vita, del nostro piangere e del nostro   sorridere, del nostro lavoro e del nostro amore, delle nostre lacrime   e della nostra fatica. Fino all’ultimo: «Giovanni, mi ami tu?   Ester, mi ami tu? Flavio, mi ami tu?». A ciascuno di noi che siamo   qui: «Mi ami tu? Che cosa ti è veramente caro nella vita?». Il   Signore attraverso Giovanni ce l’ha detto: «Non c’è nulla di   più caro che la mia vita. Perché senza di me non potete vivere». Per questo, oggi il nostro sentimento deve, almeno una volta (e forse   per qualcuno è la prima volta), sottomettersi al giudizio. E il   giudizio non è una parola astratta: il giudizio è questa assemblea   di noi qui, che stiamo partecipando dell’atto di Cristo che rinnova   il Suo sacrificio per la salvezza del mondo, l’Eucaristia. Questa   assemblea è il giudizio sul mondo: Egli è vivo, non cercatelo più   tra i morti! Egli è vivo ed è qui! E ha riempito di Sé a tal punto   la vita di Giovanni, che il cuore di Giovanni a un certo punto   sanguinava di amore per Lui. Questa è la verità sulla sua così   breve e intensa vita. Ma la nostra vita non è mai breve, perché il tempo - ci ricordava   don Giussani - non è qualcosa che passa: è Cristo che ci viene   incontro. Non dimentichiamolo. Questa è la grande risposta alla   domanda inesorabile che Agostino ha consegnato a tutta la storia   della Chiesa, a tutti gli uomini: che cos’è il tempo? Il tempo è   Cristo che mi viene incontro. Il Signore dell’istante, il Re della   gloria, dello spazio e del tempo, capace di riempire la vita nostra   fino a quel punto. Di renderla piena di ingenua baldanza. L’abbiamo   visto coi nostri occhi, cos’è l’ingenuità. E Giovanni era un   ingenuo: non come può essere ingenuo un bambino, che paga ancora il   debito dell’essere bambino, ma quell’ingenuità voluta che nasce   da un amore totale. Da un sì a Cristo senza riserve. Così si sta nel   mondo. A 20 anni e a 90 anni, si sta nel mondo così, perché questa   è la ragionevolezza suprema cui siamo chiamati: vivere così perché   Cristo è tutto, presente qui e ora. Grazie, Signore, che ci hai permesso di incontrarlo. Perché adesso,   tornando alle nostre case, dicendo «arrivederci» a Giovanni,   conserviamo la memoria della sua testimonianza come sorgente della   nostra speranza. Perché, nella vita della Chiesa, la speranza   coincide con la memoria: fiori bellissimi che rinascono continuamente   dalla radice della fede, cioè dall’uomo che Lo riconosce presente. Torneremo alle nostre case più lieti, ne sono certo. La letizia è   quella strana posizione del cuore che nasce miracolosamente dalla   fede, e che convive anche con il dolore. E solo in quel momento svela   il suo volto vero: il dolore, il nome vero dell’amore. Torneremo   alle nostre case più certi, più lieti, e perciò più inquieti:   «Chi sei Tu, Signore, capace di compiere (oggi, adesso, qui, in   questo momento!) questo miracolo? E di convocarci così?». Non   abbiamo potuto rimanere a casa, non abbiamo potuto vivere questo   lunedì come il lunedì dell’anno passato o come il giorno prima.   Non abbiamo potuto farlo. Perché? Chi sei Tu, capace di riempire di   questa letizia la nostra vita? Chi sei Tu, capace di rendere così   certa la nostra vita, in un mondo che grida tutto il contrario di   questo? Eppure il mondo attende questo. Tutto il mondo e tutti gli   uomini attendono Cristo, cioè i suoi testimoni. Giovanni non ha mai   detto “no”. E, se è stato possibile per lui, è possibile per me   ed è possibile per te. Nell’abbraccio di Cristo che è il   Battesimo, nel germogliare continuo, nel rinnovarsi instancabile del   nostro essere nuova creatura. Per questo, Giovanni, ti diciamo grazie. E, così come ci hai   accompagnato in questi brevi istanti così definitivi della tua vita   su questa terra, Giovanni, ti preghiamo: non abbandonarci! Anzi,   siamo certi che non ci abbandonerai, perché la memoria della tua   storia diventa già adesso sorgente di speranza e di certezza   rinnovata. Perché sappiamo (altrimenti non saremmo qui) che si può   davvero vivere così. La tua testimonianza porterà alla vera domanda:   abbiamo bisogno di Te, Signore Gesù. E basta. In ciò che viviamo   abbiamo solo bisogno di Te. Lasciamo che la nostra vita, come quella di Giovanni, si lasci   mendicare da Cristo. La cosa più ardua della nostra vita è accettare   di essere amati da Cristo così: «Egli, mendicante del nostro cuore,   e il nostro cuore mendicante di Lui». Parole indimenticabili   proclamate con voce vibrante di emozione e di certezza da don   Giussani davanti al Papa (e perciò davanti al mondo intero), il 30   maggio 1998 in Piazza San Pietro. Questa è la bellezza della vita   dell’uomo: Cristo, mendicante del nostro cuore, e il nostro cuore   mendicante di Cristo. Questa mendicanza è la nostra ricchezza. Questa   mendicanza è la nostra certezza. E, per questo, sia lodato Gesù   Cristo

mercoledì 26 ottobre 2011

Messaggio, 25. ottobre 2011

"Cari figli, vi guardo e nei vostri cuori non vedo la gioia. Oggi io desidero darvi la gioia del Risorto perché Lui vi guidi e  vi abbracci con il suo amore e con la sua tenerezza. Vi amo e prego incessantemente per la vostra conversione davanti al mio figlio Gesù. Grazie per aver risposto alla mia chiamata."

giovedì 13 ottobre 2011

Coesistenza pacifica in Egitto nel rispetto delle minoranze

Rattristato dagli episodi di violenzadi domenica scorsa, 9 ottobre,verificatisi in Egitto, il Papa ha espresso partecipazione al dolore per le vittimee ha rivolto un appello affinchésia salvaguardata la coesistenza pacifica nel rispetto delle minoranze.Nella catechesi dell'udienza generaleil Pontefice ha illustrato il temadella preghiera spiegando il Salmo 126. Sono profondamente rattristato dagli episodi di violenza, che sono stati commessi a Il Cairo domenica scorsa. Mi unisco al dolore delle famiglie delle vittime e dell'intero popolo egiziano, lacerato dai tentativi di minare la coesistenza pacifica fra le sue comunità, che è invece essenziale salvaguardare, soprattutto in questo momento di transizione. Esorto i fedeli a pregare affinché quella società goda di una vera pace, basata sulla giustizia, sul rispetto della libertà e della dignità di ogni cittadino. Inoltre, sostengo gli sforzi delle autorità egiziane, civili e religiose, in favore di una società nella quale siano rispettati i diritti umani di tutti e, in particolare, delle minoranze, a beneficio dell'unità nazionale. (©L'Osservatore Romano 13 ottobre 2011)

Appello dei vescovi canadesi per il pastore cristiano iraniano condannato a morte per apostasia

youcef-nadarkhani3Anche i vescovi del Canada si uniscono alla mobilitazione internazionale per salvare la vita a Yousef Nadarkhani, il pastore cristiano condannato a morte, in Iran, per apostasia. In una lettera indirizzata all’ambasciata iraniana a Ottawa, il presidente del Comitato per i diritti umani della Conferenza episcopale (Cecc), mons. Brendan O’Brien, chiede al governo di Teheran di rispettare i suoi impegni internazionali in materia di diritti umani. In particolare ricorda che nel 1948 l’Iran ha aderito alla Dichiarazione universale dei diritti umani che, all’articolo 18 stabilisce che “ogni persona ha diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione” e che “questo diritto comprende anche la libertà di cambiare religione o convinzione”. Citando inoltre il recente intervento di mons. Dominique Mamberti, Segretario della Santa Sede per i Rapporti con gli Stati, all’Assemblea generale dell’Onu, la missiva afferma che “la mancanza di rispetto per la libertà religiosa è una minaccia per la sicurezza e la pace e impedisce la realizzazione di un autentico sviluppo umano integrale". Di qui la richiesta che il pastore Nadarkhani, e “tutte le persone che si trovano in situazioni analoghe sia trattato conformemente all’articolo 18 della Dichiarazione universale dei diritti umani”. Nadarkhani, 34 anni, padre di due bambini, si è convertito al cristianesimo all’età di 19 anni. Per questo motivo, e per avere convertito altri musulmani, era stato condannato a morte nel settembre del 2010 da una corte della sua città, Rasht, nel nord dell'Iran. Contro la sentenza hanno protestato i governi di diversi Paesi, in particolare Stati Uniti, Gran Bretagna, Germania, Francia e Polonia, presidente di turno dell'Unione europea. Oggi intanto il tribunale della provincia di Ghilan che avrebbe dovuto avere l'ultima parola sulla sua vicenda giudiziaria ha stabilito che sarà la Guida Suprema Khamenei a decidere la sorte del pastore cristiano iraniano. (L.Z.)

lunedì 10 ottobre 2011

lettera del 10 ottobre 2011

Da: padre Aldo TRENTO Data: Mon, 10 Oct 2011 11:20:05 -0300 Cari amici, questa sera sono stato piú tempo del solito aguardare i miei bambini amalati, e in particolare il piccolo Victor. Da quando è nato è steso sul suo lettino. Non parla, non vede, non ascolta. Sembra assente totalmente dalla realtà. In tutto dipende da un altro. Non ha la scatola cranica mentre i suoi occhietti da tempo sono scoppiati. Piò essere mosso solo su due posizioni: dritto con la pancia in su e ogni tanto delicatamente su uno de due lati. Le piaghe da decubito, momento per momento trattate, insieme ad un gemito sottile che lo acompagna danno il quadro fisico, quello que vediamo di lui. Eppure Victor è molto, infinitamente di più. È l`evidenza clamorosa della vibrazione dell`Essere. Lo guardo commosso, lo accarezzo `perche lui c`é esiste. C`e’ esiste! Che stupore sento in me guardando l`essere che vibra in ogni particolare del suo corpo martoriato. Victor c`e, esiste, vive. Ogni volta che mi avvicino m`impatta la bellezza dell`essere un frammento di secondo che Lui è fatto, è fatto come me in ogni momento. La sua bellezza e quella dell`essere, del suo essere quasi ingabbiato in un corpo apparentemente deforme eppure tempio dello Spirito Santo. Lui, credo mi conosca per i baci, la tenerezza, ma sopratutto perché sia lui che io esistiamo, ci siamo, e siamo come “Tu che mi fai”. Il valore della sua vita, come quella del mio figlio Aldo e di Mario sta nell`essere che posso contemplare e da subito riconoscere, sono come me relazione con l`infinito. Molte volte penso guardandoli, cosí “deformi” per il mondo perche la cultura di oggi non riesce piú a coglire l`essere, ciò che esiste sulla sua profondità. Sono tante coppie che quando aspettano un figlio, più che essere commosi fino alle lacrime per il fatto che c`e, sono preoccupate per come è, come stá o se è maschio o femmina. Che bestemia! Prima dell`ecografía c`é la commozione per l`essere. Quella comozione che qualunque sia l`esito dell`ecografía non puó non crescere facendoci vibrare perché il Mistero si é reso manifesto. Quale grazia per me, per voi il mio Victor, sacramento dell`essere che lo crea in ogni momento. É un sabato sera, ma non riesco a staccarmi da Victor, e da Aldo e Mario. Victor respira affannosamente, gli ho fato una carezza e lui ha stretto i suoi piccoli pugni. Dalla nascita sembra assente dalla realtá eppure lui é nel cuore della realtá La bellezza di queste creature sta solo nel fatto che Esistono! Ed esistono perche un Altro prima di formarli cosí nel seno della loro madre ha pronunziato il loro nome. Capite allora che razza di miracolo l´esistere, che razza di commozione suscita in me l`essere di ognuno. Guardando loro non posso che essere grato per ció che mi unisce a loro. L`essere, e l’essere fatto adesso. Auguro a quanti aspettano un figlio di avere questa posizione adorante e commosa e non la commossa e non la preoccupazione egoista di come sará perche non accada che scomponga i nostri progetti che niente hanno c che vedere con l`essere e, quindi con il disegno di Dio su ognuno di noi. Pensate che differenza abissale passa fra il guardare un malato, un lebbroso come quello che ho nella cappella del Santíssimo con questi occhi fissi sull`essere a guardare gli stessi solo nel loro aspetto fenomenico! Senza questa posizione, che senso avrebbe la vita e il nostro vivere quotidiano?  P. Aldo

domenica 9 ottobre 2011

giovedì 6 ottobre 2011

lettera del 5 ottobre 2011

Da: padre Aldo TRENTO Data: Wed, 5 Oct 2011 16:08:22 -0300 Oggetto: Carta Cari amici, sono appena tornato dal confessarmi e finalmente dopo una settimana molto dura il cielo è tornato azzurro. Che grazia grande la confessione settimanale o anche più spesso. E guardate che la confessione non ha nulla a che fare con la direzione spirituale o con la ricerca di qualche consiglio. Il mio confessore è essenziale, ascolta i miei peccati, mi da la penitenza, mi fa dire l’Atto di dolore e poi l’assoluzione. Il tutto in tre minuti. Eppure che Avvenimento, che incontro con lo sguardo di Gesù che con i peccatori non ha mai perso più di qualche minuto. A Zaccheo ha detto: “scendi perché questa sera vengo a cenare con te”. A la adultera: “Donna chi ti ha condannato?” “Nessuno, Signore” “Neanch’io ti condanno. Va e non peccare più, cioè rimani sempre con me”. A Levi “seguimi” e lo seguì. Qualche minuto in più lo ha dedicato alla Samaritana, ma aveva le sue ragioni pedagogiche. Così è anche il mio confessore. L’essenzialità del Sacramento: riconoscere la Presenza, affidare il mio nulla e sentirmi abbracciato nella mia follia perché come ci ricorda Giussani nel suo libro: “Ciò che abbiamo di più caro” “chi commette peccato odia se stesso” e questa è la follia. Era stata una settimana dura in cui Gesù mi ha tenuto proprio vicino a Lui sulla croce ed in certi momenti l’avrei lasciato solo volentieri. È la tentazione a cui la mia libertà risponde con la confessione. Cioè con la pratica di ciò che Peguy e Giussani cita nell’ultimo libro, chiamano: VERITÀ IGIENICA, di cui la confessione è nella mia esperienza di 22 anni di missione, il cuore. Peguy parla di verità chirurgica che è quella più comoda: tagliare. E di verità igienica: “non cercate un miracolo ma un cammino”. Giussani mi ha educato molto bene a vivere questa speranza della verità igienica sia nel modo con cui mi ha educato a vivere la mia affettività e sia nel modo con cui vivere ogni particolare. Mentre noi saremmo sempre propensi per la verità chirurgica: tagliare. E così noi sperimenteremo la gioia di essere uomini, la gioia che nasce dal fatto che nulla di ciò che è umano ci sarà estraneo. È una grande sfida alla libertà perché la verità igienica ti chiama in gioco nella tua totalità ed esige un lavoro paziente come quello di un parto per ricordare il manifesto della Pasqua 1989, che riportava la famosa frase di Mounier. Questa settimana avrei voluto tagliare tante cose, tanti rapporti perché sentivo la fatica, ma l’obbedienza alla realtà mi ha fatto stare dentro quanto accadeva senza tagliare niente, senza censurare niente e alla fine, grazie alla compagnia sacramentale e alla confessione mi trovo più libero, più lieto. Lo pensavo ieri sera quando sono andato dal diabetologo il quale anche lui ha applicato noi miei confronti una terapia igienica non chirurgica. E questa terapia, la igienica si gioca tutta nella mia libertà, però alla fine salva tutto. Amici miei … anche un eventuale innamoramento imprevisto e da cui vorreste scappare o strappartelo di mezzo, come molti mi scrivono, ed invece devi fare i conti gridando e chiedendo aiuto. Vi auguro di leggere su “Ciò che abbiamo di più caro” quanto dice Giussani per cogliere la necessità di un lavoro, di un cammino, perché il vero miracolo è la verità igienica di cui la confessione frequente è il segno di una libertà davvero impegnata in un cammino di conversione. La settimana è stata dura, come ogni giorno perché qui vivo sempre nello stesso istante la morte e risurrezione di Gesù. Non ci sono intervalli! Un abbraccio, P. Aldo

lunedì 3 ottobre 2011

Messaggio del 2 ottobre 2011

"Cari figli, anche oggi il mio Cuore materno vi invita alla preghiera, ad un vostro rapporto personale con Dio Padre, alla gioia della preghiera in Lui. Dio Padre non vi è lontano e non vi è sconosciuto. Egli vi si è mostrato per mezzo di mio Figlio e vi ha donato la vita, che è mio Figlio. Perciò, figli miei, non fatevi vincere dalle prove che vogliono separarvi da Dio Padre. Pregate! Non cercate di avere famiglie e società senza di Lui. Pregate! Pregate affinché la bontà che viene solo da mio Figlio, che è la vera bontà, inondi i vostri cuori. Solo cuori pieni di bontà possono comprendere ed accogliere Dio Padre. Io continuerò a guidarvi. In modo particolare vi prego di non giudicare i vostri pastori. Figli miei, dimenticate forse che Dio Padre li ha chiamati? Pregate! Vi ringrazio."

domenica 25 settembre 2011

Messaggio, 25. settembre 2011

"Cari figli, vi invito affinché  questo tempo sia per tutti voi il tempo per testimoniare. Voi che vivete nell’amore di Dio e avete  sperimentato  i Suoi doni, testimoniateli con le vostre parole e con la vostra vita perchè siano gioia ed esortazione alla fede per gli altri. Io sono con voi e intercedo incessantemente presso Dio per tutti voi perché la vostra fede sia sempre viva, gioiosa e nell’amore di Dio. Grazie per aver risposto alla mia chiamata."

lunedì 12 settembre 2011

una storia senza Cristo?

L'Australia alle prese con BC e AD

La nuova programmazione scolastica prevede l'eliminazione di "avanti" e "dopo Cristo" di Paul De Maeyer ROMA, giovedì, 8 settembre 2011 (ZENIT.org).- Da anni ormai si assiste nel mondo occidentale, in particolare in quello anglosassone, a tentativi da parte di cittadini singoli (atei e non), associazioni per i diritti civili o intere amministrazioni pubbliche di eliminare nel nome del "politicamente corretto" (l'espressione è d'altronde la traduzione letterale dell'inglese "politically correct") dalla vita pubblica tutti i riferimenti (simboli inclusi) al cristianesimo o alla fede cristiana, perché ritenuti imbarazzanti o addirittura offensivi nei confronti dei non cristiani o non credenti. Basta pensare, ad esempio, alla battaglia legale svoltasi negli Stati Uniti attorno al monumento dei Dieci Comandamenti collocato nell'estate del 2001 nell'atrio dell'Alabama State Judicial Building dall'allora giudice capo della Corte Suprema dello Stato, Roy Moore, o alla crescente moda nei Paesi anglosassoni di usare l'espressione neutrale "Holiday Season" o "Festive Season" (cioè la stagione delle vacanze o delle feste) per indicare il tempo natalizio. Più vicino a noi, va ricordato il caso Lautsi v. Italia, cioè la causa legale avviata (e persa in via definitiva in secondo grado davanti alla Corte Europea per i Diritti dell'uomo il 18 marzo scorso) dalla cittadina italiana di origini finlandesi Soile Tuulikki Lautsi contro l'Italia per ottenere la rimozione del crocifisso dalle aule della scuola frequentata dai suoi figli ad Abano Terme, in provincia di Padova. Adesso è l'Australia del (vacillante) Primo Ministro laburista Julia Gillard che vuole aggiungere un nuovo capitolo alla crescente allergia, intolleranza o persino fobia nei confronti dei cristiani e della loro fede. Come rivelato nei giorni scorsi dal Daily Telegraph di Sydney (2 settembre), l'organismo responsabile della stesura dei programmi scolastici - l'Australian Curriculum, Assessment and Reporting Authority (ACARA) - ha deciso infatti di cancellare nei libri di testo le tradizionali diciture "BC" ("Before Christ", cioè "avanti Cristo") e "AD" ("Anno Domini" o "Nell'anno del Signore", vale a dire "dopo Cristo"), sostituendole con termini più neutrali. Secondo il piano delle autorità australiane, che sarebbe dovuto entrare in vigore già dal prossimo anno scolastico ma è slittato in seguito al coro di proteste, nei manuali scolastici si utilizzeranno solo le sigle "BCE" ("Before Common Era" o "Prima dell'era comune") e "CE" ("Common Era" o "Era comune"). Le due diciture, che non modificano il sistema di datazione sulla nascita di Gesù Cristo come spartiacque della storia ma tolgono ogni riferimento esplicito al suo nome, non sono nuove. Risalgono infatti già al VI secolo, quando il monaco Dionigi il Piccolo (o l'Esiguo) introdusse "l'era cristiana" o "volgare", ma sono diventate popolari solo verso la fine del XX secolo. A complementare il cambiamento 'epocale' sarà l'espressione "BP" ("Before Present", cioè "Prima del (tempo) presente"), una scala cronologica usata nel campo delle discipline archeologiche (la datazione tramite il carbonio-14 o radiocarbonio) e scientifiche (ad esempio nella geologia) e che per convenzione ha come punto fisso o "presente" l'anno 1950 dC. La mossa da parte dei responsabili dell'ACARA ha suscitato una serie di reazioni negative, a cominciare dall'Arcivescovo anglicano di Sydney, Peter Jensen, che sul Daily Telegraph ha parlato di "un tentativo intellettualmente assurdo di cancellare Gesù dalla storia umana". "E' assurdo - ha sottolineato l'esponente anglicano -, perché la venuta di Cristo rimane il punto centrale di datazione e perché la frase 'era comune' è priva di senso ed ingannevole". Netto è anche il rifiuto di un altro noto esponente protestante, il reverendo Frederick ("Fred") Nile, che dal 1981 siede quasi ininterrottamente nell'Assemblea legislativa dello Stato del Nuovo Galles del Sud. Il reverendo, che è anche presidente del partito conservatore Christian Democratic Party (CDP), ha definito la scelta dell'organismo una "vergogna assoluta" e un "insulto finale". Anche il ministro ombra dell'Istruzione, Christopher Pyne, ha respinto l'iniziativa dell'ACARA, ricordando che "l'Australia è quella che è oggi" grazie alle "fondamenta della nostra Nazione nell'eredità giudeo-cristiana". Nell'ottica del politico, che è deputato per il Partito Liberale (LP) nel parlamento federale di Canberra, "kowtowing" o "prostrarsi davanti al politicamente corretto" equivale a "negare quello che siamo come popolo". Altrettanto nette sono le parole del suo collega di partito, il deputato federale Alexander ("Alex") Hawke. "Questo rappresenta l'ennesimo tentativo di riscrivere la nostra storia lungo le linee del politicamente corretto", ha dichiarato (The Hills Shire Times, 6 settembre). Pungente è stato il commento di un altro politico liberale, Mike Thomas, che presiede attualmente lo Hills Shire Council, nel Nuovo Galles del Sud. Secondo Thomas, la vicenda dimostra che "abbiamo troppi burocrati con troppo poco da fare". "Non posso credere che il denaro dei contribuenti venga sprecato in questo modo", ha aggiunto. Da parte sua, il Ministro dell'Educazione del Nuovo Galles del Sud, Adrian Piccoli, ha dichiarato di non vedere la necessità della riforma. "Non è il mio ruolo come Ministro di microgestire il curriculum, ma sono del parere comune che (il cristianesimo) fa talmente parte della nostra cultura che non vedo alcun bisogno di cambiare le date", ha detto il politico, membro del National Party (NP o The Nationals) (The Daily Advertiser, 4 settembre). Il progetto per cancellare le diciture "BC" e "AD" arriva d'altronde in un momento in cui le scuole cattoliche sono molto richieste in Australia, anche tra le famiglie non cattoliche. Lo suggerisce almeno la situazione nello Stato del Sud Australia. Da una recente inchiesta è emerso che quasi 20.000 dei 48.783 studenti - cioè quasi la metà - iscritti nelle scuole cattoliche dello Stato non sono cattolici. Secondo il sito Adelaide Now (30 agosto), alcuni dei genitori in questione hanno dichiarato di essere attirati dalle scuole confessionali perché sono economicamente più accessibili e per il senso di comunione che spesso manca negli istituti scolastici del sistema pubblico. L'unico problema per i genitori non cattolici è che alle volte c'è più insegnamento religioso di quanto pensavano... Come ha dichiarato il responsabile di Catholic Education South Australia (CESA), Paul Sharkey, l'afflusso di non cattolici pone le scuole cattoliche davanti a una sfida. "Da un lato, se ti concentri sulla fede cattolica e provi a imporre agli studenti le espressioni tradizionali - credenze, rituali o insegnamenti -, respingeranno semplicemente l'imposizione", ha spiegato. "Dall'altro lato, se provi a tradurre le convinzioni cattoliche e le pratiche in termini facilmente comprensibili per gli studenti, corri il rischio reale di annacquare la fede cattolica", ha continuato. "La nostra sfida è quella di coinvolgere gli studenti con un vero e proprio dialogo tra fede cattolica e ciò che conta di più per loro nella loro vita", ha concluso Sharkey. Rimane la domanda: come si realizza questo dialogo se persino il nome di Cristo è un tabù?

martedì 6 settembre 2011

lettera del 6 sett. 2011

Da: padre Aldo TRENTO
 Data: Tue, 6 Sep 2011 10:35:53 -0400



Cari amici,
 
 Un fatto accaduto in queste ultime settimane mi ha messo davanti alla contemporaneità di Cristo e, quindi, sono divenuti una grande possibilità di fissare intensamente negli occhi Gesù.
 Avevo già il biglietto dell’aereo in tasca per venire in Italia quando un pomeriggio vengono nel mio ufficio i medici con il direttore della clinica e mi dicono: “Padre Aldo, tuo figlio Aldo - il mio figlio adottivo con gravissime deformazioni fisiche – è molto grave e non sappiamo se sopravvivrà. Vorremmo che rimanesse qui nella clinica e non portarlo in un ospedale dove rischierebbe di essere lasciato a morire mentre noi vogliamo accompagnarlo a morire”.
 Mi sono trovato ancora una volta davanti ad una decisione: mi aspettano al Meeting e qui i medici mi dicono che mio figlio ha i giorni contati. Che faccio? Rimango, rimando di alcuni giorni la partenza per vedere se migliora o rinuncio ad andare al Meeting?
 Una scelta difficile perché in gioco c’erano gli ultimi giorni di mio figlio. E un figlio, in particolare se adottivo, è la tua stessa carne, anzi di più perché frutto di una totale gratuità. Alcuni mi dissero come puoi andartene lasciandolo solo invece di accompagnarlo nelle sue ultime ore? Mi sentivo spezzare il cuore, sentivo in me un sentimento che mi diceva: devi rimanere. Però ancora una volta mi sono chiesto: ma cosa mi domanda Cristo in questo momento?
 E due giudizi mi hanno aiutato a prendere la decisione di partire. Il primo quel figlio mi è stato donato e se Cristo ha deciso di prenderselo, chi sono io per non darglielo? Il secondo è che la realtà mi chiede di essere presente al Meeting e a la Thuille, dove si svolgerà l’assemblea internazionale. Cioè la realtà mi chiama a stare dove sono quegli amici che più mi ricordano: “È il Signore”, gli amici che più mostravano il volto di Gesù. Ed io ho bisogno di questo perché come potrei affrontare la vita ogni giorno ed anche quello di mio figlio, che comunque se morirà non sarà solo ma nella compagnia dei miei amici della clinica? E così ho preso l’aereo con la sorpresa che anche mio figlio si è ripreso. È impressionante vedere come Dio mi educa ad essere libero, cioè ad affidarmi al suo disegno che, qualunque sia, è sempre positivo anche quando nel momento ti sembra ingiusto e vorresti ribellarti. Dire “Tu o Cristo mio” non è mai scontato ma è sempre dentro un abbandono pieno di dolore il cui esito è una strana letizia.
 I figli non sono cosa nostra e lo sono solo quando ami  il disegno di Dio su di loro, anche se questo coincidesse con il toglierceli. Come mi accade ogni giorno. Come ogni volta il dolore è sempre più grande perché più Cristo ti afferra più sei vulnerabile, più soffri. Se prima di incontrare Gesù neanche una “pietra in testa” smuoveva il mio cuore, adesso che Cristo mi ha presto basta un grano di sabbia per sentire tutto il dolore che mi circonda.
 Amare, cioè lasciarsi prendere da Cristo è soffrire e soffrire è amare. E più sei di Cristo più soffri e più soffri più cerchi Cristo. Ovvero Cristo ci rende più vulnerabili, più sensibili, più attenti ad ogni dettaglio.
 
 Pregate per me e per i miei figli.
 
 Con affetto, P. Aldo

domenica 28 agosto 2011

apparizioni di Amsterdam: perplessità

I messaggi di Amsterdam (anni '40 e '50 del '900) che hanno come centro il concetto di Signora di tutti i popoli, mi lasciano un po' perplessso. Per diverse ragioni:
  • il rifiuto del nome Maria (la Vergine si definirebbe "Colei che una volta era chiamata Maria");
  • la sconnessione rispetto ad altre apparizioni sicuramente autentiche, come Fatima e Medjugorie;
  • l'enfasi spropositata sull'immagine
  • il fatto che tale immagine vede una Vergine di fattezze strane, infantili e coi capelli scarmigliati, inoltre la figura della Madonna copre la Croce; infine le pecore poste sotto la terra danno al tutto un sapere piuttosto kitsch
Vi sono quindi probabili infiltrazioni gnostiche. Tuttavia il cuore del messaggio, una volta depurato da tali infiltrazioni, potrebbe essere autentico. Ci troveremmo cioè di fronte a un fenomeno piuttosto raro, di mescolanza di autenticità e di falsità. Non per nulla Roma non ha approvato (ma nemmeno condannato) tale apparizione.
 Il nucleo di verità di tale messaggio, in sintesi, ci pare la gravità del fatto che molti popoli non aderiscano (ancora) a Cristo, unica salvezza dell'uomo. Che però poi la conversione a Cristo passi attraverso la diffusione di una immagine e di una (sola) preghiera, ci appare poco verosimile, e in dissonanza col metodo annunciato a Lourdes, Fatima e Medjugorie.

domenica 21 agosto 2011

miopi contestatori

Che miopia i contestatori della GMG di Madrid: dicono che i costi siano troppo alti per una economia in crisi come quella spagnola. Ma dimenticano che nella GMG si attua un fenomeno che non ha prezzo, tanto è prezioso. Si tratta niente di meno che della speciale visibilità del Verbo di Dio incarnato. Cristo, il Significato di tutto, Colui che tutti, ne siano o meno coscienti, cercano, è lì presente in modo speciale, più trasparante. E' dunque un evento che dà gioia, forza e speranza a centinaia di migliaia di giovani, e li rende più capaci di farsi carico della fatica e del sacrificio, a tutto vantaggio del loro prossimo. Vale dunque la pena spendere qualcosa, per avere un beneficio così grande, anzi a dire il vero incommensurabile.

lunedì 8 agosto 2011

lettera del 6 agosto 2011

Da: padre Aldo TRENTO
 Data: Sat, 6 Aug 2011 12:08:16 -0400

 Cari amici, che grazia per noi  e per il mondo la Scuola di comunita'!
 In queste settimane ho toccato ocn mano come il mondo abbia bisogno di incontrare il Movimento, cioe' la Scuola di comunita'. Carron ci reclama giustamente l'uegenza di un lavoro personale che vede nella Scuola di comunita' il cuore di questo lavoro. Personalmente ne sono testimone sia nel mio cammino di ogni giorno sia in cio' che accade intorno a me. La bellezza di quest'opera che sempre piu' suscita in chi ci vive, lavora, ma anche ci visita, fa nascere la domanda: ma come e' possibile tutto questo?
 E quando rispondo: "e' grazie alla catechesi o Scuola di comunita' che viviamo settimanalmente con tutte le 200 persone che qui lavorano nei diversi ambiti " quelli che ascoltano rimangono pieni di curiosita' e di interesse.
 Cosi' da un po' di tempo un gruppo di dirigenti e operai di una multinazionale ogni mercoledi' dalle 8.00 alle 9.00 della mattina puntualmente vengono qui per la Scuola di comunita'.
 Inoltre e' accaduto con il piu' grande centro medico di riabilitazione privata. Il padrone di questo centro ha firmato un contratto con noi per assistere gratuitamente i nostri pazienti e in cambio chiede che vada almeno ogni 15 giorni da loro a fare la Scuola di comunita' con i loro dipendenti o ammalati.
 Anche il mondo si accorge che la SDC crea una differenza nel modo di vivere e lavorare. Per di piu' questo prezioso strumento che Giussani ci ha donato ha dato origine ad un settimanale che esce con il secondo giornale laico piu' venduto del Paraguay, ogni giovedi'.
 Il bene che fa e' sconvolgente. Per esempio oggi sono venute due giovani mamme facendo 40 Km di corriera per ringraziarci di quello che scriviamo! "Padre siamo qui e la stiamo aspettando da due ore per dirle grazie e anche per abbracciarla per cio' che scrive negli editoriali, come per esempio quello sulla Confessione."
 E mi hanno portato anche un regalo. Un altro giovane: "Padre, leggendo il settimanale ho sentito il desiderio di essere prete, di verificare la mia vocazione."
 La SDC ci aiuta a verificare la ragionevolezza della fede dentro le viscere del mondo dando cosi' testimonianza che il cristianesimo  e' l'accadere dell'umano. Chiaro che siamo ogni settimana anche motivo di polemica e allora mi ricordo Giussani che diceva che Cristo entro' in polemica con il mondo intero, quello che carron continuamente ci ricorda come la cultura dominante anestetizza l'io.
 Insomma io voglio che la Scuola di comunita' non sia una lettura spirituale o uno spunto per le nostre riflessioni, ma il lavoro che ci permette d scoprire la ragionevolezza della nostra fede vissuta dentro l'impatto con quotidiano con il mondo.
 Buone vacanze in compagnia privilegiata della Scuola di comunita'.
 Padre Aldo

martedì 26 luglio 2011

lettera del 26 luglio

Da: padre Aldo TRENTO
Data: Tue, 26 Jul 2011 08:41:21 -0400

Cari amici,
appena terminati gli incontri con miglia di giovani, Marcos e Cleuza hanno preso l'aereo e a mezzanotte di domenica scorsa sono arrivati ad Asuncion. Due giorni assieme per ridire il nostro SI' a Cristo. Ci incontriamo solo per riconfermarci in questo sì.
Altrimenti che senso avrebbe qualunque relazione o tanta fatica in un mondo che per lo più vive di relazioni virtuali o formali?
Il nostro sì a Cristo non può passare attraverso il “mondo virtuale” perchè Dio si è fatto compagnia all'uomo, si è fatto carne. E senza la carne non esiste né Cristo né l'uomo.
Il giorno dopo ci siamo incontrati nella nostra fattoria con la nostra Fraternità. Dopo aver ripreso quanto ci si era detto un mese fa e che Cleuza aveva riassunto con una bellissima espressione in forma di domanda: siamo cristiani “coca-cola” o uomini innamorati di Cristo?
Il Movimento per noi è una coca-cola o un dinamismo in cui la ragione e il sentimento camminano insieme? Perchè questa immagine della coca-cola? Perchè quando si toglie il tappo fa PSSS e poi tutto termina.
Potremmo anche usare l'immagine dei fuochi d'artificio.
Quindi sono incominciati gli interventi. Uno in particolare sottolineava il proprio dramma personale, un dramma che aveva portato la persona ad un esaurimento. “Tutto funzionava bene nella mia vita, vivevo la mia responsabilità, mettendoci tutta me stesa fino ad essere definita dal mio lavoro. E facendo così pensavo di servire bene Dio. Ma nel tempo ho ceduto perchè questo modo di lavorare per Dio mi ha messo KO”.
Cleuza prende la palla al balzo e dopo aver descritto come anche lei prima di incontrare Carron e il Movimento  ha passato anni determinati dalla depressione, frutto del suo costante impegno per Dio e per i poveri. Ha detto “Vedi, anch'io ho vissuto una vita piena di tormenti e di amarezza convinta di servire Cristo. Ho  preso per anni antidepressivi, fino al giorno in cui ho incontrato il Movimento. Incontrando il Movimento ho incontrato il valore della mia vita. Valore che ho percepito chiaramente nel fatto che Dio non mi ha creato per fare la sua colf, la sua impiegata, ma per un atto di amore, mi ha fatta per Lui. Dentro il Movimento ho capito che io non sono la serva di Dio, ma l'oggetto del suo amore e in questa prospettiva gli altri diventano la mia allegria. Perchè solo se io vibro dell'amore di Cristo posso aiutare gli altri. Gli altri così diventano un regalo per me. Molti mi chiedono: ma perchè andate ancora in Paraguay? Perchè ho bisogno di scrivere il mio sì a Cristo con voi e mi siete stati donati. Le cose sono guidate da Lui e Lui conosce il numero dei miei capelli.” “Bisogna che ci togliamo la maschera (e qui racconta la storia di una donna disfatta umanamente che aveva raccolto dalla strada e portato a casa dove ebbe luogo un dialogo con lei) perchè Cristo si sveli alla nostra umanità così com'è. E questo è ciò che accade nella clinica per gli ammalati, che messi a nudo dalla malattia chiedono urgentemente Cristo. Solo togliendoci la maschera Cristo si rivela a ciascuno.”
Il dialogo è continuato per due giorni condividendo tutto. Ma credo che già questo sia sufficiente per adesso, cari amici. Comunque o una amicizia ha questo orizzonte lì dove siamo  o è complicità anche se usiamo continuamente la parola “Cristo”.
“Ci incontriamo per scrivere il nostro sì a Cristo”. Bellissimo!
Buone vacanze
Padre Aldo

sabato 16 luglio 2011

lettera del 13 luglio 2011

Da: padre Aldo TRENTO
 Data: Wed, 13 Jul 2011 12:54:44 -0400
 

 Cari amici, la sproporzione fra il mio nulla, e il Mistero di cui è fatto il mio cuore aumenta man mano che vedo la mia impotenza davanti al bisogno mio e di quanti, sofferenti, derelitti, bussano alla mia porta. Che dolore, che grido dentro di me al Mistero perché mostri il Suo tenero volto davanti a tre giovani mamme ricoverate con cancro terminale. Maria, 29 anni e 5 figli, Giuseppina, 32 anni e 6 figli, Cinzia 42 anni e 3 figli. Tre donne sole, senza marito che le ha abbandonate con 14 figli. Mentre celebravo la messa, Giuseppina credevo che morisse. Un cancro ai polmoni pareva soffocarla. Vedevo il suo affannoso respiro e guardavo l´ostia che avevo fra le mani. Sentivo tutto il dolore di quell´affanno e chiedevo a Gesù di guardarla negli occhi, le chiedevo di condividere con lei il suo dolore. A un certo punto mi sono avvicinato accarezandola e dopo averle dato l´ unzione degli infermi, dopo la comunione si è riposata. Chi sono io Signore, si domandava Santa Caterina? Niente, e chi sei Tu? Tutto.
 Vedere ogni giorno chi l´umano è drammatico eppure quell´uomo che in un momento cessa di vivere, è Cristo e guardandolo così non puoi non metterti in ginocchio. Perché se ciò che di più caro che hai è Cristo è vero che quell´uomo è ciò che di più caro hai in quel momento. E lui è ciò che di più caro hai perché lui come me è ciò che di più caro esiste per Cristo. E l’ho visto con i miei occhi per l´ennesima volta sabato sera quando una famiglia per disfarsi di un anziano parente, con una gamba piena di vermi per una grande ferita, passando da una bugia all´altra e ingannandoci, è riuscita a scaricare questo povero uomo davanti alla Clinica. Erano giunti fino a noi, con l´inganno, con il vecchietto nella carrozzeria aperta della camionetta e loro dentro ben al riparo del freddo. Il motivo: Puzza.
 L´abbiamo preso subito e ho visto in quel volto triste la Presenza del Mistero e senza aspettare nessun medico e molto meno l´assistente sociale (conoscete bene anche voi come spessissimo questi professionisti prima di tutto guardano le cartelle cliniche, se c´è il diagnostico e tutti questi correlati. Gesù che era il medico andando per le strade e incontrando mille di pazienti a cosa guardava? Al diagnostico, alla cartella clinica o ascoltando il loro dolore e vedendo la loro fede li curava subito? Su questo sono una bestia a costo di mandare alla merda tutti. Lo guardavo e pensavo: Dio si è servito anche dell´inganno dei parenti che da qualche tempo l´avevano abbandonato in un pollaio per mostrargli e mostrarmi che Lui non si era dimenticato di quell´uomo, di quel poveraccio la cui regalità è oggettiva perché relazione con il Mistero.
 L´ho baciato, portato alla Clinica. Gli infermieri l’hanno trasformato. Però non c´erano letti liberi ed era notte. Allora lo Spirito Santo, sapendo che sono debole di memoria, mi ha ricordato che nella Capella con il Santissimo esposto, dove c´è già un mendicante ammalato, c´è ancora un posto. E così l´abbiamo portato lí e credo che a Gesù la cosa gli abbia piaciuto perché così adesso ha due chierichetti.
 Nel frattempo i parenti sono fuggiti. Ancora una volta ho visto compiersi quanto dice il Salmo delle Lodi del Sabato: “potrà una madre abbandonare suo figlio?” “Pero io non ti abbandonerò mai”.
 L´ho toccato con mano lunedì quando una adolescente che ha ammazzato il suo convivente ha voluto rinunciare al suo bambino, nato di 7 mesi, ed ora ha tre mesi. Lei vive nella nostra casa di accoglienza per le bambine o adolescenti incinte. Ho dovuto con lei e l´avvocata andare dal giudice dei minori. Che dolore sentire la ragazza dire al giudice che mi cedeva il suo bambino per ritornare nel carcere dei minori. Parlava con una fredezza terribile e guardavo commosso il bebé fra le mie braccia. Rifiutato, perfino maltrattato da parte sua, il bambino.
 Terminata l´avventura dell´affido, siamo tornati a casa. Adesso Dio mi ha reso, per l´ennesima volta, papà di questo piccolo. E lei, questa povera ragazza tornerà al carcere per scontare la pena che avrebbe potuto scontare qui con noi e in compagnia del suo bambino. P. Paolino dopo l´accaduto mi dice pensando a cosa lascia e a cosa trova: “Neanche la bellezza senza Cristo muove il cuore di una persona”. Puoi offrirgli il luogo più bello del mondo, più pulito ma senza l´incontro con Cristo perfino un Lager diventa più attrattivo.
 Infine una notizia interessante nel giorno di San Benedetto. Si presentò un giovane di 24 anni, ricco, diseredato dalla famiglia e cacciato di casa perché vuole farsi prete. È laureato in filosofia ed altri titoli. Arriva da me, grazie al settimanale che pubblichiamo e che legge (quanto è importante entrare nei quotidiani laici con un settimanale “laico”, cioè cattolico). Vuole essere sacerdote perché affascinato dall´esperienza che vibra nel settimanale.
 Lo guardo con molto distacco anche perché in questi anni più di qualcuno mi è venuto con questo desiderio, ma poi davanti alla mia proposta non tornano più. L´ascolto e poi gli chiedo: “Ti piacciono le ragazze?”. Lui mi guarda stupito e sorpreso. Al che io gli rispondo: “Con i tempi che corrono, è una domanda importante perché la condizione, come diceva Giussani, per essere prete è di essere uomini”. “Padre, chiaro che si”, mi rispose. Bene, allora ti propongo subito una cosa: “Per tre mesi, non solo perché sei laureato in filosofia ti piace leggere, studiare cantare (cantava nell´opera di Asunción), parlare italiano etc. (un sacco di doni che io non ho mai avuto essendo stato un asino a scuola) ma perché tu possa imparare a fare i conti con il “mordere la pietra” come diceva il frate a Miguel Mañara, vieni oggi con Paolino e me alla fattoria dove ci sono gli ammalati di AIDS, rifiutati da tutti. Per tre mesi vivrai con loro: dormirai in una delle loro stanze in un letto a castello, mangerai con loro, lavorerai la terra e ovviamente ci sarà lo spazio necessario per la preghiera, lettura, silenzio, etc. Poi, terminati i tre mesi, andrai dai “ex barboni” della casa S. Gioacchino e Anna, per lavare e pulire questi figli prediletti di Dio, vivendo con loro. Ed infine altri mesi nella Clinica”.
 Amico per essere prete ci vogliono le palle, perché altrimenti domani basta una ragazza che ti guarda e sparisci o vivi nell´orgoglio, lamenti e borghesismo di tanti giovani e non, preti che conosco: “Bisogna soffrire perché la verità non si cristallizzi in dottrina”, diceva Mounier.
 Mi guarda e con un sorriso mi dice: “Padre, grazie è quello che voglio, accetto la sfida”. Siamo saliti in macchina, siamo andati alla fattoria e dal giorno di S. Benedetto con il suo “ora et labora” è lí che ha dato inizio a un’avventura che se Dio vorrà – chissà- sarà quello che mi sostituirà, perché la vita passa e sempre ho chiesto al Signore un sostituto pero che sia con le palle e ami Cristo e i poveri inmensamente di più di quanto un innamorato ami la donna che ha sposato come un innamorato, la sua morosa. Pregate allora, amici perché se Gesù vuole, sia davvero per lui la possibilità di vivere la grazia che mi è data di vivere.
 La regola è sempre quella: “Calli nelle ginocchia, calli nelle mani, calli nella mente”. Preti, cioè uomini virili!
                                                                                    Ciao, P. Aldo