giovedì 29 aprile 2010

Vito Mancuso e la libertà "biologica"

Secondo Mancuso la Chiesa, come si è evoluta nel corso degli ultimi 50 anni relativamente alla libertà "religiosa", così dovrà evolversi riconoscendo la libertà "biologica". Spieghiamoci meglio: relativamente al rapporto dell'uomo con Dio, la Chiesa ha ammesso che le leggi statali non debbono forzarlo alla verità; così relativamente al rapporto dell'uomo col proprio corpo la Chiesa dovrà ammettere che le leggi statali non debbono forzarlo a una verità unica per tutti (come invece ancora oggi la Chiesa non farebbe, vedi il caso Eluana).
Si tratta però di una confusione. Mancuso confonde
  • il piano soprannaturale, a cui giustamente la Chiesa, dopo una parentesi secolare, ma ritornando a una posizione originaria, non vuole gli esseri umani siano obbligati dalle leggi statali, con 
  • il piano naturale, ad alcuni elementi essenziali del quale, come il non uccidere, per motivi di ragione naturale e non per motivi di fede gli esseri umani sono tenuti, che la Chiesa lo voglia o no.
Si potrà ritenere che il Magistero della Chiesa ascriva al piano naturale degli elementi (come il non sopprimere l'embrione appena concepito, o il non togliere idratazione e alimentazione a una persona in coma vegetativo irreversibile) che non è così evidente vi appartengano, dato che potrebbero essere elementi lasciati a valutazioni prudenziali, come dire?, più probabilistiche che dogmatiche. E su questo la discussione può essere lecita, ma i due piani suddetti vanno distinti: una società non può reggersi se ammette la soppressione di alcuni suoi membri, e questo è un argomento di ragione e non di fede.

martedì 27 aprile 2010

Il pensiero sociale e politico di Benedetto XVI

Un libro esamina gli elementi fondamentali

di padre John Flynn, LC


ROMA, domenica, 18 aprile 2010 (ZENIT.org).- Siamo abituati a considerare i Papi solo come guide spirituali e teologiche, ma un recente libro mette in evidenza l’attuale importanza e influenza del pensiero sociale e politico di Benedetto XVI.

Nel libro “The Social and Political Thought of Benedict XVI”, l’autore Thomas R. Rourke prende in esame il pensiero sociale e politico del Papa, sia prima, che dopo, la sua elezione alla Cattedra di Pietro. Rourke insegna presso il dipartimento di scienze politiche della Clarion University di Pennsylvania.

Secondo Rourke, sebbene sia noto più come teologo, Benedetto XVI è anche un profondo pensatore politico, e il suo pensiero sociale merita maggiore attenzione rispetto a quanto fatto finora.

L’autore considera anzitutto le fondamenta antropologiche del pensiero del Papa. Nel libro “In cammino verso Gesù Cristo”, l’allora cardinale Ratzinger esamina lo sviluppo del concetto di persona.

Rispetto all’impostazione della filosofia greca, i testi sacri e il pensiero cristiano hanno permesso di arricchirne notevolmente l’impostazione, soprattutto nell’aspetto della persona come essere relazionale. Da ciò deriva il concetto di spiritualità di comunione, che secondo Rourke è alla base della concezione di Benedetto XVI sulla dottrina sociale.

Nella comunità divina delle persone della Trinità, scopriamo infatti le radici spirituali della comunità degli uomini. Il pensiero antropologico del Papa quindi non considera le persone come individui che solo in un secondo momento entrano in relazione tra loro. Per il Pontefice l’elemento relazionale costituisce invece il cuore della natura stessa della persona.

Questo tipo di fratellanza tra le persone si fonda sulla comune paternità di Dio e si differenzia sostanzialmente dalla visione secolare della fratellanza, come quella sposata dalla Rivoluzione francese.

A ciò si aggiunge la dimensione della creazione. La vita umana, in quanto creata a immagine di Dio, possiede una dignità inviolabile, che secondo il Papa è inconciliabile con un’interpretazione utilitaristica della persona umana.

Politica


Sebbene questa antropologia possa sembrare troppo astratta, essa costituisce il fondamento necessario di ogni filosofia politica, spiega Rourke. La nostra visione politica di come debba svolgersi la vita comune, è necessariamente fondata sulla nostra concezione di cosa sia la persona e di cosa sia la comunità.

Secondo Rourke, Benedetto XVI considera la politica come un esercizio della ragione, ma di una ragione plasmata dalla fede. Di conseguenza, il Cristianesimo non considera l’apprendimento come la mera acquisizione di conoscenza, ma come un processo che deve essere guidato da valori fondamentali come la verità, la bellezza e la bontà.

Quando la ragione viene separata da un chiaro intendimento del fine della vita umana, stabilito dalla Creazione e affermato nei Dieci Comandamenti, allora essa perde il suo punto di riferimento necessario per esprimere un giudizio morale. Quando questo avviene, si apre la strada al consequenzialismo, che nega che una cosa possa essere in se stessa buona o cattiva.

Un altro interessante filone di pensiero, presente negli scritti del cardinale Ratzinger, è la separazione tra Chiesa e Stato, osserva Rourke. Con questa separazione, prefigurata nelle parole di Gesù: “Rendete a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio”, il Cristianesimo ha distrutto l’idea di uno Stato divino.

Prima del Cristianesimo, l’unione tra Chiesa e Stato era la pratica normale e così era anche nell’Antico Testamento. E questo fu anche il motivo della persecuzione dei cristiani da parte dell’Impero romano, poiché essi si rifiutavano di accettarne la religione di Stato.

La separazione introdotta da Gesù ha recato beneficio allo Stato, liberandolo dal dovere di rispondere all’aspettativa della perfezione divina, secondo il cardinale Ratzinger. Questa nuova prospettiva cristiana ha così aperto le porte ad una politica fondata sulla ragione.

Miti


D’altra parte, quando si vuole tornare ad una concezione precristiana della politica, si finisce per eliminarne i limiti morali, come è avvenuto nella Germania nazista e negli Stati comunisti, secondo il futuro Pontefice.

Nel mondo di oggi, le concezioni mitiche del progresso, della scienza e della libertà rappresentano un pericolo. Il loro elemento comune è quello di tendere allo sviluppo di una politica irrazionale che pone la ricerca del potere al di sopra della verità.

Una volta diventato Papa, egli riprende questo tema nella seconda enciclica sulla speranza, avvertendo che ciò che noi speriamo come cristiani non deve essere confuso con ciò che possiamo raggiungere attraverso l’azione politica.

Tornando a ciò che il cardinale Ratzinger scrive nel suo libro “Chiesa, ecumenismo e politica”, Rourke aggiunge che la separazione tra Chiesa e Stato è diventata più confusa negli ultimi tempi, essendo interpretata come cessione dell’intera dimensione pubblica allo Stato.

Quando questo viene accettato, la democrazia si riduce ad un insieme di procedure, priva di qualunque valore fondamentale. Il futuro Papa, invece, afferma la necessità della presenza di un sistema di valori che risalga ai principi originari, quali il divieto di sopprimere la vita umana innocente o l’unione permanente tra un uomo e una donna come fondamento della famiglia.

Coscienza


Tra i molti altri argomenti esaminati da Rourke vi è quello relativo alla coscienza. Se a prima vista potrebbe sembrare poco pertinente alle questioni politiche, la coscienza si rivela invece avere un ruolo fondamentale.

È infatti nel cuore della nostra coscienza che noi custodiamo le norme fondamentali su cui si fonda l’ordine sociale. La coscienza rappresenta anche una limitazione al potere dello Stato, in quanto lo Stato non ha una autorità che lo legittima a violare tali norme. È quindi la coscienza che è in grado di circoscrivere l’azione di governo.

La distruzione della coscienza è invece il prerequisito del governo totalitario, come spiegò l’allora arcivescovo Ratzinger in una lezione del 1972: “Dove prevale la coscienza, esiste un limite al dominio dell’autorità umana e della scelta umana, un qualcosa di sacro che deve rimanere inviolato e che nella sua sovranità, elude ogni controllo, sia quello altrui, sia quello proprio”.

Rourke chiarisce che con queste parole il futuro Papa non sminuisce il valore dei limiti costituzionali o istituzionali del potere. Il punto è più profondo: che nessuna istituzione o struttura può preservare le persone dall’ingiustizia, quando coloro che hanno l’autorità abusano del proprio potere. In questa situazione, è il potere della coscienza, brandito dalla gente, che può proteggere la società.

La coscienza, a sua volta, si collega alla fede, che ne è la principale formatrice. La fede diventa quindi una forza politica nello stesso modo in cui lo è stato Gesù diventando testimone della verità nella coscienza. “Il potere della coscienza si trova nella sofferenza; è il potere della Croce”, spiega Rourke sintetizzando la lezione del 1972.

“Il Cristianesimo inizia”, secondo l’arcivescovo Ratzinger, “non con un rivoluzionario, ma con un martire”.

Continuità


Lo studio di Rourke comprende anche un’appendice contenente un’analisi dell’ultima enciclica di Benedetto XVI sui temi sociali: “Caritas in veritate”, pubblicata quando egli aveva quasi finito di scrivere il suo libro. L’autore sottolinea al riguardo la piena continuità tra l’ultima enciclica e i precedenti scritti del Papa.

Secondo Rourke, questa continuità è evidente già nell’introduzione, in cui il Papa lega la verità all’amore e all’idea di una verità oggettiva, contrariamente alla tendenza relativistica.

L’enciclica conclude poi con la ricorrente idea del Pontefice che in Cristo troviamo ciò che è più autenticamente umano, che Egli ci porta a scoprire la pienezza della nostra umanità. Questo umanesimo cristiano è ciò che Benedetto XVI vede come il contributo più grande che possiamo dare allo sviluppo. Un obiettivo avvincente e incoraggiante, per cui vale la pena impegnarsi.

domenica 25 aprile 2010

melius ac beatius

Canone X. Si quis dixerit statum conjugalem anteponendum esse statui virginitatis vel caelibatus, et non esse melius ac beatius manere in virginitate aut caelibatu, quam jungi matrimonio: anathema sit.

(= se qualcuno avrà detto che lo stato coniugale è da anteporre a quello verginale o al celibato, e che non è cosa migliore e più felice rimanere nella verginità o nel celibato piuttosto che sposarsi, sia scomunicato)

Così il Concilio di Trento, su matrimonio e verginità.

lunedì 12 aprile 2010

Festa della divina misericordia

1.a. Sono convinto che Faustina Kowalska sia davvero stata una mistica (del resto questo è quello che pensava Giovanni Paolo II) e che abbia davvero avuto delle rivelazioni "private" sull'importanza della misericordia. Chi le ha parlato, in altri termini, secondo quanto ci è dato di capire, è davvero stato Nostro Signor Gesù Cristo.
1.b. Il che non toglie che, in questo come in altri casi, il Mistero si riveli adattandosi in qualche modo alla situazione mentale e umana del destinatario prossimo della rivelazione. Quindi la Chiesa deve fare opera non tanto di mediazione, quanto di interpretazione, o meglio ancora di intelligenza di tale richiamo.
2.a. Che, se astratto da un corretto contesto, richierebbe di essere frainteso: una misericordia che si configurasse come rivolta essenzialmente ed esclusivamente all'al-di-là non sarebbe probabilmente quello che davvero il nostro Maestro voleva richiamare; sarebbe in effetti forte il rischio di sentimentalismo.
2.b. La misericordia è anzitutto in questa vita, ed è, prima e più che negazione del negativo, affermazione del positivo: nel senso essa è il nome dell'Iniziativa che il Mistero prende per rigenerarci, facendoci fare una esperienza del centuplo quaggiù. La divina misericordia non "si limita" a coprire il peccato, garantendoci di nasconderLo davanti al supremo Giudice nel Giorno del Giudizio, ma lo redime, lo risana adesso, in questa vita. Il punto è che la salvezza non viene dalla nostra capacità ma dalla Iniziativa rigeneratrice di un Altro.
3. Per questo il messaggio debitamente inteso di suor Faustina è profondamente convergente con quello che don Giussani ha sempre insegnato: a non guardare alla propria coerenza, ma a Gesù Cristo, alla Sua Presenza che ci cambia, a cui noi dobbiamo soltanto dire di sì. Anche se commettessimo, diceva paradossalmente Giussani, 100 assassinii al giorno.

sabato 10 aprile 2010

Io, missionario in Paraguay vorrei che il mondo abbracciasse il Papa

DA UNA PARROCCHIA DI ASUNCIÓN L’AUSPICIO DI UN « GESTO PUBBLICO »
  (pubblicato su Avvenire)

di PADRE ALDO TRENTO

Caro direttore, mai come in questi giorni in cui gli attacchi al Santo Padre si sono susseguiti a raffica, mi è riecheggiata nella mente una affermazione che don Giussani soleva farci durante gli incontri con noi sacerdoti, parlando del Santo Padre. Era una citazione del cardinal Montini, allora arcivescovo di Milano, alla vigilia dell’apertura del Concilio Vaticano II.
  La memoria a volte mi tradisce, però ricordo molto bene la sostanza della dichiarazione citata: «Come sarebbe bello se il Concilio Vaticano II, prima di iniziare i lavori, vedesse tutti i vescovi riuniti pubblicamente rendere un filiale omaggio, una rinnovata fedeltà alla figura del Santo Padre». Erano tempi in cui all’orizzonte stavano apparendo i primi segni di tanta speranza e anche di tanta sofferenza. E il cardinal Montini, che più tardi avrebbe parlato del «fumo di Satana» penetrato nella Chiesa, presagiva già all’inizio del Concilio la necessità che tutta la Chiesa rinnovasse quella comunione effettiva e affettiva con colui che S. Caterina definisce il «dolce Cristo in terra, la garanzia della verità della nostra fede».
  In questi tempi difficili, in cui il fumo di Satana è molto più evidente e intenso che al finale del pontificato di Paolo VI, mentre si dispiegano anche attacchi blasfemi contro l’umanità e la santità di Benedetto XVI, mi piacerebbe che tutta la Chiesa facesse un gesto concreto, pubblico, per manifestare l’affetto, la comunione affettiva ed effettiva che ci unisce al Santo Padre. È già stato bello vedere tante Chiese particolari, con i propri pastori e laici, solidarizzare con il Papa. Però è come se sentissi che ci vuole qualcosa di più ed è quel qualcosa che solo chi è figlio sa esprimere, sa donare al proprio padre. Si tratta di un atto di fede, perché l’adesione, la comunione con il Papa appartiene all’atto di fede. Perché Ubi Petrus ibi ecclesia et ubi ecclesia ibi Christus.
  Trovare un gesto concreto, come quello evocato da Montini alla vigilia del Concilio Vaticano II, è in fondo rinnovare il nostro 'sì' a Cristo, significa guardare in faccia Cristo, perché è Cristo che è deriso, che viene sputacchiato quando si attacca il Santo Padre.
  Io sono lontano, sono in Paraguay in compagnia dei miei ammalati terminali, dei miei barboni e dei miei bambini abbandonati, che nella sofferenza offrono la loro vita perché Gesù conforti il cuore del Papa, colui che per noi è consolazione e granitica certezza, colui che ci garantisce della verità della nostra fede. Che cosa sarebbe di noi, nella debolezza e vicini alla morte, se non potessimo guardare a lui offrendo per lui la nostra vita e il nostro dolore?
  Per questo vorremmo che in tutto il mondo i cattolici, bruciati come Santa Caterina dall’amore per il Papa, facessero sentire ancora di più presenza e affetto.
  Per questo motivo mi permetto di proporre – io, che non sono nessuno, se non un poveretto che ogni giorno offre la vita insieme ai suoi ammalati per il Santo Padre – gesti pubblici con la partecipazione del popolo cristiano, approfittando della conclusione dell’anno sacerdotale, voluto dal Papa per la santificazione dei suoi pastori. Gesti in cui soprattutto noi pastori, dopo quest’anno di grazia che ci è stato regalato, rinnoviamo il nostro totale amore a Cristo, la nostra consegna generosa e appassionata alla persona del Santo Padre.
  Vogliamo dirgli il nostro affetto, vogliamo rinnovare con lui la nostra fede in Cristo Gesù, vogliamo che senta che noi sacerdoti gli vogliamo bene, che ciò che ci interessa è la santità, seguendo il suo costante richiamo a vivere la nostra vocazione integralmente, a gioire per il dono del celibato, sigillo della nostra totale appartenenza a Cristo nella sua Chiesa, perché il popolo affidatoci respiri la bellezza dell’Avvenimento cristiano.
  Nella parrocchia in cui vivo ad Asunción ci siamo già mossi tutti ed è bello vedere la testimonianza di affetto che ogni giorno riceve pubblicamente la persona del Papa.
  Un piccolo esempio di questo affetto è l’avere assunto l’impegno non indifferente dal punto di vista finanziario, di pubblicare ogni mese un libretto, ben curato, con tutti i discorsi del Papa. Libretto che poi viene regalato a quanti comprano il secondo quotidiano nazionale ogni ultimo giovedì del mese. Così in un povero Paese del Terzo Mondo, la figura e il magistero del Santo Padre sono diventati nella umile coscienza della gente una luce di certezza e speranza.
  Preghiamo tutti perché accadano gesti d’amore, che partano dai figli nei confronti di chi ci è padre, maestro e guida.

mercoledì 7 aprile 2010

In Nigeria la convivenza non è più pacifica

Intervista all’Arcivescovo di Jos


 JOS (Nigeria), lunedì, 29 marzo 2010 (ZENIT.org).- La Nigeria è uno dei Paesi più popolati dell’Africa, in cui vivono gruppi etnici e religiosi diversi costretti a vivere uniti durante il governo coloniale britannico.

Eppure questa convivenza ha perdurato nonostante le tensioni. Oggi la pace è scomparsa e l’Arcivescovo di Jos, Ignatius Kaigama, si domanda il perché.

Sebbene si dica che i contrasti scaturiscano dalle tensioni tra musulmani e cristiani, il presule di 51 anni sospetta che vi siano altri motivi meno evidenti.

Monsignor Kaigama ha parlato delle difficoltà della Nigeria al programma televisivo “Where God Weeps” gestito da Catholic Radio and Television Network (CRTN), in collaborazione con Aiuto alla Chiesa che soffre.
Effettivamente vi sono state tensioni tra cristiani e musulmani nel Nord della Nigeria e più di recente nella parte centrale, dove si trova Jos. Qual è la radice del problema?

Monsignor Kaigama: Credo che tutto nasca dalla convinzione che una religione debba prevalere sull’altra. Questo tipo di propaganda è in atto sia nell’Islam che nel Cristianesimo: ogni religione vuol controllare, più o meno, l’intero sistema e per questo si crea questa competizione. E dove, per esempio, nell’ultimo periodo è stata introdotta la Sharia, nella sua forma attuale, i cristiani si sono sentiti minacciati e a causa di ciò vi sono state forti tensioni, e i rapporti sono degenerati, con lo scoppio delle violenze. Questo è testimoniato dal fatto che in Nigeria vi sono state numerose crisi religiose, la maggior parte delle quali verificatesi nel Nord. E dall’introduzione della Sharia queste crisi sembrano riaffiorare con regolarità.

Qual è la preoccupazione principale dei cristiani di fronte all’introduzione della legge islamica in Nigeria?

Monsignor Kaigama: La Sharia, così come è stata introdotta di recente, è un po’ diversa da come era in passato. La Sharia esiste da tempo in Nigeria, ma cristiani e musulmani hanno sempre vissuto in pace e convissuto bene. Dalla recente introduzione della Sharia, i cristiani si sentono minacciati perché sono una minoranza in quella zona e hanno perso molto.

Per esempio, se nella tua attività vendi alcolici, la Sharia non lo consente, e quindi devi chiudere. Persino il modo di vestirsi e la libertà di culto e di religione sono minacciati. Quindi i cristiani hanno buoni motivi per essere preoccupati ed è per questo che molti hanno abbandonato quelle zone e chiuso le loro attività. L’incertezza è tale per cui le violenze possono esplodere da un momento all’altro. Per evitare il rischio, la gente se ne va e chiude le proprie attività. È così che stanno andando le cose.

Se non sbaglio nello Stato di Zamfara, per esempio, gli uomini e le donne non possono viaggiare insieme sui trasporti pubblici e devono osservare il codice d’abbigliamento islamico. Esiste quindi una forte pressione sociale, anche sui cristiani, derivante dalla legge islamica?

Monsignor Kaigama: Assolutamente sì. Se devi prendere l’autobus, ti dicono di prendere quello successivo perché questo sta portando solo donne, o solo uomini. È un problema. E quando non è facile fruire dei servizi pubblici, la vita si complica. Credo che tutto ciò abbia veramente creato forti tensioni, perché la gente, dopo una giornata di duro lavoro ha bisogno di potersi rilassare, di andare al cinema o a bere un bicchiere insieme. Ma ciò non è fattibile in questo contesto, la vita diventa molto noiosa e, come ho detto, la violenza può facilmente esplodere in queste circostanze.

Nella parte meridionale della Nigeria, ancora prevalentemente cristiana, un musulmano ha la libertà di convertirsi al Cristianesimo. Ma nel Nord questo non è possibile. Nella pratica cosa succede? Se nel Nord della Nigeria un giovane le si avvicina con il desiderio di convertirsi al Cristianesimo, cosa potrebbe succedere?

Monsignor Kaigama: Effettivamente ho incontrato giovani che sono venuti da me chiedendomi aiuto. Erano giovani hausa o fulani che erano venuti a dirmi: noi siamo musulmani ma vorremmo diventare cristiani. E mi hanno detto che erano già stati minacciati di morte. Erano stati buttati fuori dalle loro case, minacciati di morte e ora erano da me a chiedere aiuto.

Non è facile perché quando accogli queste persone, diventi un possibile bersaglio di aggressioni. Quindi cerchiamo di distinguere chi ha un autentico desiderio di conversione, perché qualcuno potrebbe presentarsi con l’intenzione di infiltrarsi. Una volta che siamo sicuri della buona fede cerchiamo di aiutarli. In moti casi chiedo ai miei catechisti di assisterli nel loro cammino e la cosa funziona. Ma in alcuni casi ti accorgi che hanno qualche altra motivazione non del tutto chiara. Allora gli si dice chiaramente che possono tornare alla loro religione, essere bravi musulmani ed è tutto a posto. In quei momenti scopri che sono mossi da qualche altra motivazione.

Perché gli eventi di carattere internazionale hanno ripercussioni così violente in Nigeria?

Monsignor Kaigama: Credo per ignoranza. Siamo rimasti tutti sconcertati dalle dimostrazioni violente contro le vignette danesi. Pensavamo che non avessero nulla a che fare con noi, ma come ho detto, forse per ignoranza, l’intolleranza è sfociata in queste violenze.

Abbiamo convissuto per lungo tempo, senza che vi fosse mai stato un episodio chiaro di violenza religiosa. D’improvviso esplode. E noi continuiamo a chiederci perché. Siamo sicuri che questa è religione? Potrebbero esserci altri motivi. Forse i politici, per raggiungere i propri scopi, usano la religione come strumento. E questo è successo. Alle volte sono i fattori economici a creare queste tensioni, come i giovani disoccupati che reagiscono in questo modo contro cose che in realtà non li riguardano.

Trovo quindi difficile credere che sia la religione a generare queste terribili violenze e distrazioni. L’ignoranza e poi forse anche la religione, strumentalizzata come arma politica o etnica da alcune personalità, potrebbero essere un motivo.

Più di 300 chiese sono state distrutte in quattro anni, se non vado errato. Come è possibile per i cattolici vivere la loro fede in questo contesto?

Monsignor Kaigama: Bisogna vivere giorno per giorno e imparare a sopravvivere. Non credo che tutte queste aggressioni e persecuzioni ci porteranno a rinnegare Nostro Signore Gesù Cristo o a rinnegare la nostra fede. La vita deve andare avanti.

Quando una chiesa viene distrutta, se ne raccolgono i pezzi e si va avanti. Nell’Arcidiocesi di Jos esistono in questo momento molte chiese che sono state distrutte. Ma negli ultimi sei mesi abbiamo cercato di ricostruirle. Ci possono distruggere le chiese, ma non ci possono distruggere lo spirito cristiano che ci anima. E questo è ciò che continuiamo a fare. Incoraggiamo i nostri cristiani a difendere la nostra fede. Li incoraggiamo a evitare la vendetta, a evitare la violenza. Sempre predichiamo la cultura della non violenza, perché è a questo che la nostra fede ci chiama. È a questo che Nostro Signore Gesù Cristo ci invita: a porgere l’altra guancia. E noi continuiamo a porgere, forse lo stomaco, forse la gamba. Ma questo non significa che i cristiani siano stupidi. Sappiamo bene cosa facciamo. È per il bene comune e dobbiamo evitare di rispondere con la stessa moneta. Se lottiamo, attacchiamo e uccidiamo, l’intera zona verrebbe annientata. Quindi proponiamo il dialogo come l’unica opzione fattibile.

Accennava al fatto che state lavorando alla ricostruzione delle chiese, ma che anche questo è difficile. Riuscite ad ottenere i permessi per costruire. Come è, per esempio, la situazione con il governo locale nella vostra zona?

Monsignor Kaigama: Nella mia Arcidiocesi non è un problema, perché abbiamo una forte presenza cristiana. Ma se consideriamo zone come Kano o Sokoto, lì non è facile ottenere i permessi per costruire una chiesa. Possono autorizzare la costruzione di un ospedale, una clinica o una scuola, perché sono servizi sociali per la popolazione, ma quando si parla di costruire una chiesa, pensano che lo scopo sia quello di propagare la fede cristiana e questo viene contrastato.

Quindi, direttamente o indirettamente, viene negato l’accesso alla terra o il permesso di costruire per portare la gente in chiesa. Questo è indubbio. Per esempio, a Kano sono state costruite chiese durante la notte e alcune persone della zona sono venute a distruggerle. Allora si deve iniziare tutto da capo. Il problema quindi esiste, ma questo non raffredda il nostro spirito cristiano.

Molti cristiani, impauriti da questa recente esplosione di violenze, hanno fatto i bagagli e sono partiti per il Sud. Questo mette a rischio la presenza del Cristianesimo nel Nord della Nigeria?

Monsignor Kaigama: Sì, molti cristiani del Sud, che vivono e lavorano al Nord, ritornano a casa nei periodi di crisi, perché quando le loro attività economiche vengono distrutte, e le loro case rase al suolo, non hanno motivo di continuare a restare.

Ma questo non significa che il Cristianesimo sia morto nel Nord, perché esistono sempre le popolazioni indigene. Per esempio, a Kano, c’è l’etnia maguzawa. Sono hausa, anche se normalmente si pensa che siano tutti musulmani. Aderiscono alla religione tradizionale, ma quando non sono di quella religione, sono cattolici, anglicani o altro. Quindi stanno lì e non si spostano.

L’unico problema è che soffrono molto a causa della loro identità e fede cristiane. Gli viene negato l’accesso all’istruzione, non possono arrivare ai vertici della pubblica amministrazione, solitamente sono impiegati come guardiani, fanno le pulizie, e cose simili. Difficilmente arrivano più in alto. E questo è ciò che subiscono per essere cristiani.

La Chiesa è accorsa ad aiutarli in modo incisivo, per dargli la possibilità di crescere, avviando scuole primarie, costruendo chiese nella foresta, per favorirne l’unione, la consapevolezza, la vitalità. E sta funzionando. Attualmente abbiamo almeno cinque persone provenienti da questo gruppo etnico che sono diventati sacerdoti e che stanno lavorando molto bene. Questo per dire a che punto siamo riusciti ad arrivare e che nonostante la Chiesa cattolica sia perseguitata, vi sono persone che vivono lì e che sono ancora pronte a sacrificare tutto per proclamare la loro fede e identità cristiane.

Lei ha scritto un libro intitolato “The Dialogue of Life”, in cui manifesta la speranza che il dialogo della vita possa rappresentare uno strumento attraverso il quale unire cristiani e musulmani. Cosa è il “dialogo della vita”?

Monsignor Kaigama: Diversamente da un approccio teorico e intellettuale, io propongo un dialogo della vita, basato su quei momenti di contatto tra cristiani e musulmani che vivono insieme e interagiscono quotidianamente. Cristiani e musulmani si ritrovano insieme in alcuni impegni sociali. Si ritrovano insieme – quindi non stiamo parlando di teoria – per le attività di ogni giorno: per la celebrazione dei matrimoni, dei diplomi scolastici, per il conferimento di un titolo di capo tribù. Spesso si ritrovano insieme, e per me questo rappresenta una via d’uscita. Quando tu tocchi la mia vita come musulmano e io tocco la tua come cristiano, credo che qualcosa avvenga e credo che questo possa portare a una maggiore comprensione e creare un’atmosfera di pacifica coesistenza. Io credo nel dialogo della vita. Non nel dialogo in senso teorico, ma a come questo incide sulla vita nella sua esistenza quotidiana.

Sta funzionando?

Monsignor Kaigama: Funziona. Per questo ho scritto quel libretto sul dialogo della vita, che racconta della mia esperienza nel rapporto con i musulmani. Ed ha funzionato.

Per esempio, con l’emiro di Wase è di recente nata un’amicizia. Egli è il presidente dei musulmani nello Stato di Plateau. È un emiro potente e da quando sono diventato Arcivescovo abbiamo lavorato insieme. Sono andato a visitarlo molte volte. Recentemente ho celebrato il 25° anniversario della mia ordinazione e lui era presente e ben rappresentato. Mi ha persino fatto recapitare in dono una grande mucca. E questo come è stato possibile? Chi ci vede dice: sono grandi amici. E questo perché io sono andato da lui e lui è venuto da me. Io gli ho fatto visita in occasione della Sallah (una celebrazione islamica), andando a casa sua, tra la sua gente. Io ero lì, ho portato alcuni sacerdoti, suore e fedeli cristiani. Siamo andati a salutarlo e a offrirgli la nostra amicizia. E lui ha ricambiato.

Quando ho ricevuto una lettera dal Vaticano sulla celebrazione della Sallah, ne ho portato una copia alla moschea. Anche lì, ho invitato alcuni musulmani a cui ho presentato la lettera del Papa indirizzata a loro. Erano molto felici di vedere che ci avvicinavamo a loro. L’anno seguente sono venuti da me, nel mio ufficio, per farmi gli auguri di Natale.

Quindi come vede stiamo facendo progressi. Recentemente sono stato nuovamente ospitato dall’emiro di Wase. Sono rimasto a casa sua per due giorni. Lui mi ha offerto alloggio e abbiamo parlato di tante cose. Abbiamo visitato i villaggi per predicare il messaggio della pace e della pacifica convivenza tra cristiani e musulmani. E credo che stia funzionando.

Il suo brano preferito della Bibbia è Filippesi 3,10. [“...Conoscere lui, la potenza della sua risurrezione, la partecipazione alle sue sofferenze, diventandogli conforme nella morte...”]. Perché questo brano è così importante per lei?

Monsignor Kaigama: Perché per essere partecipi della resurrezione di Cristo dobbiamo partecipare alle sue sofferenze. Tra l’altro questo è anche il mio motto episcopale: Per Crucem ad Dei Gloria – Attraverso la croce, alla gloria di Dio.

Io credo che dopo la sofferenza, la persecuzione, dopo tante difficoltà, possiamo essere elevati alla gloria di Dio, come ha fatto Cristo, il quale ha dovuto soffrire. Ha dovuto morire. Ha dovuto soffrire molto per noi ed è stato elevato nella gloria.

Io credo che nessun risultato arrivi senza sforzo. Il mio rapporto con i musulmani non è facile. Il mio lavoro pastorale è pieno di difficoltà. Quando vado sul campo vedo la sofferenza della gente. Vedo la fame e la malattia. Vedo la gente che non può soddisfare i bisogni basilari. Vedo persone che soffrono l’ingiustizia. Vorrei identificarmi con loro ed è per questo che, come pastore, vado da loro e sto con loro. Bevo la loro acqua sporca. Mangio il loro cibo per condividere la loro agonia e i loro patimenti. E credo che vi sia una ricompensa per questo. Quando soffriamo per Cristo credo che vi sia una grande ricompensa che ci aspetta. Non dovremmo considerare la sofferenza come una condanna di Dio, ma come una sfida e un cammino verso la gloria.



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Questa intervista è stata condotta da Mark Riedemann per "Where God Weeps", un programma televisivo e radiofonico settimanale, prodotto da Catholic Radio and Television Network in collaborazione con l'organizzazione internazionale Aiuto alla Chiesa che soffre.

Unzeitgemäße Betrachtumgem

"Inattuali" e inopportune, aggiungo, da un certo punto di vista. Ma credo sia mio dovere non tacere, anche in quest'ora, un pensiero che mi urge.
La Chiesa, il Papa sono oggetto di un attacco ingiusto e sproporzionato. Ma è del tutto improprio fare un po' di autocritica? Non nel senso moralistico e autofustigante. Per carità. Il punto non è: avremmo potuto far meglio, moralmente.
Piuttosto varrebbe la pena porsi una domanda non morale, ma culturale: l'attuale, ignobile e furantesco, attacco non è in parte, sia pur in minima parte, conseguenza di una impostazione per cui la Chiesa è apparsa come anzitutto e soprattutto preoccupata di etica, anzi di etica naturale, anzi di etica naturale essenzialmente poggiante su leggi statali?
Se è, almeno un po', così il nesso è questo: "voi, che tanto vi fate forti dell'etica naturale, proprio sull'etica naturale siete caduti. L'avete voluto voi: se non aveste fatto dell'etica naturale la vostra bandiera, su tale questione non sareste tanto attaccabili. Ma poiché voi stessi vi siete comportati come se quella fosse la cosa più importante, eccovi serviti: vi rinfacciamo la vostra incorenza. Se quella è la cosa più importante, sulla cosa più importante siete caduti."
Bisognerebbe invece puntare di meno sull'etica, e di più sull'ontologia, di meno sulla coerenza e di più sull'adesione a un Avvenimento imprevedibile, di meno sull'appoggio statale a un programma di moralizzazione universale e di più sul contagio della testimonianza di una liberazione in atto: io non ritenni di sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo e questi crocefisso.
La persecuzione è inevitabile: potrebbe stare però alla nostra intelligenza e umiltà ridurne la violenza.

lunedì 5 aprile 2010

Più grande del peccato

23/03/2010
Ci sarebbe da discutere a lungo, sulle vicende che hanno portato Benedetto XVI a scrivere la sua Lettera ai cattolici d’Irlanda. E si potrebbe farlo partendo dai fatti, da numeri e dati che - letti bene - dicono di una realtà molto meno imponente di quanto possa sembrare dalla campagna feroce dei media. Oppure dalle contraddizioni di chi, sugli stessi giornali, accusa - a ragione - certe nefandezze, ma poche pagine più in là giustifica tutto e tutti, specie in materia di sesso. Si potrebbe, e forse aiuterebbe a capire meglio il contesto di una Chiesa davvero sotto attacco, ben al di là dei suoi errori. Solo che il gesto umile e coraggioso del Papa ha spostato tutto più in là. Verso il cuore della questione.
Chiaro, la ferita c’è. Ed è gravissima. Di quella specie che ha fatto dire parole di fuoco a Cristo («Chi scandalizza anche uno solo di questi piccoli che credono in me, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina e fosse gettato negli abissi…») e ai suoi vicari.
C’è la sporcizia, nella Chiesa. Lo disse chiaro e forte lo stesso Joseph Ratzinger nella Via Crucis di cinque anni fa, poco prima di diventare Papa, e non ha smesso mai di ricordarlo dopo, con realismo. C’è il peccato, anche grave. C’è il male e l’abisso di dolore che il male si porta dietro. E c’è l’esigenza di fare tutto il possibile - pure con durezza - per arginare quel male e riparare a quel dolore. Il Papa lo sta già facendo, e la sua Lettera lo ribadisce con forza, quando chiede ai colpevoli di risponderne «davanti a Dio onnipotente, come pure davanti a tribunali».
Ma proprio per questi motivi il vero cuore della questione, il focus dimenticato, sta altrove. Accanto a tutti i limiti e dentro l’umanità ferita della Chiesa c’è o no qualcosa di più grande del peccato? Di radicalmente più grande del peccato? C’è qualcosa che può spaccare la misura inesorabile del nostro male? Qualcosa che, come scrive il Pontefice, «ha il potere di perdonare persino il più grave dei peccati e di trarre il bene anche dal più terribile dei mali»?
«Ecco dunque il punto: Dio si è commosso per il nostro niente», ricordava don Giussani in una frase usata da Cl per il Volantone di Pasqua: «Non solo: Dio si è commosso per il nostro tradimento, per la nostra povertà rozza, dimentica e traditrice, per la nostra meschinità. È una compassione, una pietà, una passione. Ha avuto pietà per me».
È questo che porta la Chiesa nel mondo, e non certo per merito, bravura o tantomeno coerenza dei suoi: la commozione di Dio per la nostra meschinità. Qualcosa di più grande dei nostri limiti. L’unica cosa infinitamente più grande dei nostri limiti. Se non si parte da lì, non si capisce nulla. Impazzisce tutto, letteralmente.
È capitato - capita - anche a noi di schivare quella commozione, di sfuggirla. A volte è nella Chiesa stessa che si riduce la fede a un’etica e la moralità a un’impossibile rincorsa solitaria alle leggi, quasi che aver bisogno di quell’abbraccio fosse una cosa di cui doversi vergognare. Ma se si dimentica Cristo, se si fa fuori la misura totalmente diversa che Lui introduce nel mondo ora, attraverso la Chiesa, non si hanno più i termini per capire e giudicare la Chiesa stessa.
Allora diventa facile confondere l’attenzione per le vittime e il riguardo per la loro storia con un silenzio connivente, e la prudenza verso i colpevoli veri o presunti – accusati, magari, sulla base di voci affiorate dopo decenni – con la voglia di «insabbiare» (che pure a volte, evidentemente, c’è stata). Diventa quasi inevitabile straparlare di celibato senza sfiorare nemmeno il valore reale della verginità. E diventa impossibile capire perché la Chiesa può essere dura e materna insieme, con i suoi sacerdoti che sbagliano. Può punirli con severità e chiedere loro di scontare la pena e riparare al male (lo ha già fatto, non da oggi; e lo farà, sempre), ma senza spezzare - se possibile - il filo di un legame, perché è l’unica cosa che può redimerli. Può chiedere ai suoi figli «siate perfetti come è perfetto il Padre vostro» non per domandare un’impossibile irreprensibilità, ma per richiamare una tensione a vivere la stessa misericordia con cui ci abbraccia Dio («siate misericordiosi come è misericordioso il Padre che è nei cieli»).
È proprio per questo che la Chiesa può educare. Che, in fondo, è la vera questione messa in discussione da chi la sta accusando («vedete che sbagliano anche i preti, e di brutto? Come facciamo ad affidargli i nostri bambini?»), come se il suo essere maestra dipendesse tutto dalla coerenza dei suoi figli, e non da Lui. Da Cristo. Dalla Presenza che – tra tutti gli errori e gli orrori commessi - rende possibile nel mondo un abbraccio come quello del Figliol prodigo ritratto da Chagall nello stesso Volantone. Lì, accanto alla frase di Giussani, ce n’è un’altra, di Benedetto XVI: «Convertirsi a Cristo significa in fondo proprio questo: uscire dall’illusione dell’autosufficienza per scoprire e accettare la propria indigenza, esigenza del suo perdono».
Ecco, l’abbraccio di Cristo, dentro la nostra umanità ferita e indigente e al di là del male che possiamo compiere. Se la Chiesa – con tutti i suoi limiti - non avesse questo da offrire al mondo, persino alle vittime di quelle barbarie, allora sì che saremmo perduti. Tutti. Perché il male ci sarebbe sempre. Ma sarebbe impossibile vincerlo.

Feriti, torniamo a Cristo (Carrón sullo scandalo pedofilia)


04/04/2010 - Pubblichiamo l'articolo di Julián Carrón comparso su Repubblica la domenica di Pasqua
Caro direttore, mai come davanti alla dolorosissima vicenda della pedofilia tutti abbiamo sentito tanto sgomento. Sgomento dovuto alla nostra incapacità di rispondere all'esigenza di giustizia che veniva fuori dal profondo del cuore.
La richiesta di responsabilità, il riconoscimento del male fatto, il rimprovero degli errori commessi nella conduzione della vicenda, tutto ci sembra totalmente insufficiente di fronte a questo mare di male. Niente sembra bastare. Si capiscono, così, le reazioni irritate che abbiamo potuto vedere in questi giorni.
Tutto questo è servito per mettere davanti ai nostri occhi la natura della nostra esigenza di giustizia. E’ senza confini. Senza fondo. Tanto quanto la profondità della ferita.
Incapace di essere esaurita, tanto è infinita. Per questo è comprensibile l’insofferenza, persino la delusione delle vittime, anche dopo il riconoscimento degli errori: nulla basta per soddisfare la loro sete di giustizia. E’ come se toccassimo un dramma senza fondo.
Da questo punto di vista, gli autori degli abusi si trovano paradossalmente davanti a una sfida simile a quella delle vittime: niente è sufficiente per riparare il male fatto. Questo non vuol dire scaricarli delle responsabilità, tanto meno della condanna che la giustizia potrà imporre loro.
Se questa è la situazione, la questione più bruciante – che nessuno può evitare – è così semplice quanto inesorabile: “Quid animo satis?”. Che cosa può saziare la nostra sete di giustizia? Qui arriviamo a toccare con mano tutta la nostra incapacità, genialmente espressa nel Brand di Ibsen: “Rispondimi, o Dio, nell’ora in cui la morte m’inghiotte: non è dunque sufficiente tutta la volontà di un uomo per conseguire una sola parte di salvezza?”. O, detto con altre parole: può tutta la volontà dell’uomo riuscire a realizzare la giustizia a cui tanto aneliamo?
Per questo anche quelli più esigenti, più accaniti nel pretendere giustizia, non saranno leali fino al fondo di se stessi con la loro esigenza di giustizia, se non affrontano questa loro incapacità, che è quella di tutti. Se questo non accadesse, soccomberemmo a una ingiustizia ancora più grave, a un vero “assassinio” dell’umano, perché per poter continuare a gridare giustizia secondo la nostra misura dovremmo far tacere la voce del nostro cuore. Dimenticando le vittime e abbandonandole nel loro dramma.
Nella sua audacia disarmante è stato il Papa, paradossalmente, a non soccombere a questa riduzione della giustizia a una misura qualunque. Da una parte, ha riconosciuto senza tentennamenti la gravità del male commesso da preti e religiosi, li ha esortati ad assumersi le loro responsabilità, ha condannato il modo sbagliato con cui è stata gestita la vicenda per paura dello scandalo da parte di alcuni vescovi, esprimendo tutto lo sgomento che provava per i fatti accaduti e prendendo dei provvedimenti per evitare che si ripetano.
Ma, dall’altra parte, Benedetto XVI è ben consapevole che questo non è sufficiente per rispondere alle esigenze di giustizia per il danno inferto: “So che nulla può cancellare il male che avete sopportato. E’ stata tradita la vostra fiducia, e la vostra dignità è stata violata”. Così come il fatto di scontare le condanne, o il pentimento e la penitenza dei fautori degli abusi, non sarà mai sufficiente a riparare il danno arrecato alle vittime e a loro stessi.
E’ proprio il suo riconoscimento della vera natura del nostro bisogno, del nostro dramma, l’unico modo per salvare – per prendere sul serio e per considerare – tutta quanta l’esigenza di giustizia. “L’esigenza di giustizia è una domanda che si identifica con l’uomo, con la persona. Senza la prospettiva di un oltre, di una risposta che sta al di là delle modalità esistenziali sperimentabili, la giustizia è impossibile… Se venisse eliminata l’ipotesi di un “oltre”, quella esigenza sarebbe innaturalmente soffocata” (don Giussani). E come il Papa l’ha salvata? Appellandosi all’unico che può salvarla. Qualcuno che rende presente l’aldilà nell’aldiqua: Cristo, il Mistero fatto carne. “Egli stesso vittima di ingiustizia e di peccato. Come voi, egli porta ancora le ferite del suo ingiusto patire. Egli comprende la profondità della vostra pena e il persistere del suo effetto nelle vostre vite e nei vostri rapporti con altri, compresi i vostri rapporti con la Chiesa”.
Fare appello a Cristo, dunque, non è cercare un sotterfugio per scappare davanti all’esigenza della giustizia, ma è l’unico modo di realizzarla. Il Papa si appella a Cristo, evitando uno scoglio veramente insidioso: quello di staccare Cristo dalla Chiesa perché troppo piena di sporcizia per poterlo portare. La tentazione protestante sempre è in agguato. Sarebbe stato molto facile, ma a un prezzo troppo alto: perdere Cristo. Perché, ricorda il Papa, “è nella comunione della Chiesa che incontriamo la persona di Gesù Cristo”. E per questo, consapevole della difficoltà di vittime e colpevoli “a perdonare o essere riconciliati con la Chiesa”, osa pregare perché, avvicinandosi a Cristo e partecipando della vita della Chiesa, possano “arrivare a riscoprire l’infinito amore di Cristo per ciascuno di voi”, l’unico in grado di sanare le loro ferite e ricostruire la loro vita.
Questa è la sfida davanti alla quale siamo tutti, incapaci di trovare una risposta per i nostri peccati e per quelli degli altri: accettare di partecipare alla Pasqua che celebriamo in questi giorni, l’unico cammino per vedere rifiorire la speranza.
(da La Repubblica, 4 aprile 2010)

sabato 3 aprile 2010

lettera del 29 marzo 2010

Cari amici,
                       nella scuola di comunità si parla della carità come “dono commosso di sé”. Oggi, domenica delle palme, la liturgia ci introduce a toccare con mano questa verità, che non può non diventare carne nel rapporto con se stessi e con gli altri. Vi mando tre foto. Sono la descrizione concreta della carità come dono commosso di sé. Nella sedia a rotelle c’è la piccola Lourdes, con metastasi in tutto il corpo. Ha 9 anni ed è la secondogenita di 5 fratellini. Muove solo gli occhi, sorride sempre , alza la mano destra con la quale cerca di alzare anche il braccio sinistro. È arrivata da noi per morire, secondo i medici però (per grazia di Dio) non  è detto che avvenga. Fra parentesi molti malati “terminali”che sono venuti qui, ora sono a casa loro, o, quelli abbandonati per l’AIDS, nella nostra fattoria. Miracolo della carità, come dono commosso di sé. La piccolina, la mia Lourdes (mi vuole un sacco di bene), è assistita dalla giovane mamma le 24 ore. Un giorno abbiamo chiesto a Lourdes: “Vorresti ricevere Gesù facendo la prima comunione?” il suo sguardo si illuminò. Preparandola alla prima comunione, ci siamo resi conto che voleva un regalo: che i suoi genitori ricevessero il Sacramento del Matrimonio. La Hermana Sonia parlò con loro che, di fronte alla richiesta della loro bambina, annuirono. E cosi oggi, domenica delle palme, è accaduto il miracolo. Arrivato il momento del “sì”, la piccola Lourdes si è messa a piangere dalla commozione, dalla felicità. Cercava di alzare la testa per guardare in faccia i genitori ma non ci riusciva. I suoi occhi brillavano commossi e felici. Una volta in più ho colto due cose: la carità è dono commosso di sé e se il grano di frumento non muore, non dà frutto. Il martirio di Lourdes è l’origine della pietà divina che ha permesso di dare il voto sacramentale a quella unione. Lourdes ha dato la vita per i suoi genitori. Come vorrei, cari amici, che possiate solo immaginare la gioia della piccola, dentro  tutto il dolore, nel sentire il “sì” per tutta la vita di quel giovane padre e di quella giovane madre! Arrivato il momento della sua prima comunione, dovevate vedere il volto di Lourdes. Il modo in cui ricevette Gesù è indescrivibile. A me sono rimaste le lacrime e l’incapacità di parlare. Capite cosa voglia dire “dono commosso di sé”? Cosa voglia dire “io sono Tu che mi fai”? Cosa significhi “guardare in faccia a Cristo”? Guardate le foto. È Gesù che all’inizio della Settimana Santa ci fa partecipi della Sua gloria. Come vorrei che tutti capissero anche la bellezza del Sacramento del Matrimonio, per il quale la mia piccola Lourdes ha dato la vita rispetto ai suoi genitori! Guardando lei pensavo ai miei 32 figli piccoli della casetta di Betlemme che ogni giorno mi riempiono di letterine che dicono la cosa più bella e semplice del mondo: “Per il mio papà Aldo: ti amo perché sei il migliore papà del mondo” e un cuore rosso raffigurato. Qualcuno, a ragione, dirà: “Esagerato”. Ma per chi non ha avuto nessuno o è stato violentato, percepisce che la verginità è l’unica forma di paternità e rende l’uomo capace di un amore impossibile senza questa grazia.
Buona Pasqua cari amici,
mi affido alle vostre preghiere.
P. Aldo

cristiani adulti e Magistero

Negano che il Magistero sia una guida da seguire: il motivo è che ha storicamente sbagliato, di molto e molto spesso.

Obiezioni che faccio: a) il Magistero ha sbagliato, ma non sull'essenziale, non sul dogma;
b) se non seguo altro da me, seguo me stesso (infatti perché dovrei seguire una realtà altra da me che non sia il Magistero? se non posso fidarmi di coloro che sono stati posti lì da Gesù Cristo, perché dovrei fidarmi di altri?), e una realistica considerazione di me stesso mi fa definire come incerto e mutevole, quale non può essere la verità, riflesso dell'Immutabile Verità. Per cui se mi affido a me stesso, ho poco da stare tranquillo...

Peraltro c'è una coerenza tra la negazione della provvidenza e la negazione del Magistero: quest'ultimo può essere garantito (nella sua funzione) solo da un intervento di Dio nella realtà; viceversa se Dio non agisce nella storia e nella realtà, nessuna realtà storica può pretendersi privilegiata rispetto ad altre.

Da notere che, come ulteriore corollario, dovrebbe venir dedotto che lo stesso Cristianesimo non ha titoli di maggior verità delle "altre religioni": si tratta solo di tentativi strutturalmente fallibili fatti dall'uomo per rapportarsi a un Ente Supremo dai contorni decisamente nebulosi.

venerdì 2 aprile 2010

i cristiani adulti e il male

Lo abbiamo già ricordato: uno dei motivi che spingono i cristiani adulti a negare la Provvidenza è che ammettendola, si dovrebbe ammettere che Dio manda anche dei castighi (i disastri naturali e simili), cioè si dovrebbe attribuirgli la responsabilità (sia pure di volontà conseguente e non di volontà antecedente) di quello che S.Agostino chiamava il male fisico, il malum poenae.
1) Due osservazioni: questa tesi si fonda su un oblio del carattere misterioso di Dio, dimentica che Dio è Mistero, e che tutto è mistero. Questa parola pare faccia ribrezzo ai cristiani adulti, non ne vogliono proprio sapere: eppure tutto è mistero, anche "una ciliegia tra i denti" (Maritain).
2) Esiste una ripugnanza ad ammettere il concetto di castigo, ripugnanza probabilmente legata a una mentalità permissivistica, ma più ancora legata a una volontà di indipendenza, per cui non si può accettare che Dio ci marchi strettamente, meglio avere un forte margine - come dire? - di discrezionalità.

Ma come può Dio volere il male (il male fisico, il malum poenae)? Dio "rimprova chi ama" dice la Bibbia, corregge non per il gusto di correggere, ma per il bene di chi corregge. Ma le persone uccise sotto un terremoto (loro non possono più correggersi)? E qui si tratta di prendere sul serio l'onnipotenza di Dio, e dunque un senso in ultima analisi comunque ilare della realtà. Di conseguenza si tratta di prendere sul serio l'abbandono a Dio, a un Dio che è Mistero (le Cui vie non sono le nostre).

giovedì 1 aprile 2010

i cristiani adulti e il sonno di Dio

Riflessioni da una recente conversazione

C'è una componente dell'attuale cattolicesimo (diciamo "di sinistra") che non è solo, come sarebbe più tranquillamente legittimo, in dissenso su certe opzioni politiche del Magistero, ma su punti di non piccola rilevanza dogmatica.

1) un Dio impagliato

Una tesi sbalorditiva di questa impostazione (che ha in Vito Mancuso un esponente giornalisticamente di spicco) è che Dio non esercita alcuna provvidenza sul mondo. Come diceva Pascal del "dio" di Cartesio, tale Essere Supremo ha dato al mondo "un colpettino iniziale". Dopo di che non si fa più vivo e lascia il mondo in balia di sè stesso. In tal modo i geniali teologi ritengono di assolvere Dio dall'accusa di essere responsabile del male: non è Dio che causa i terremoti, perchè Dio non causa niente. Non causa più niente, ma ha causato solo all'inizio. Non agisce nella storia nel concreto. Come dire: il modo migliore per non avere più raffreddori è tagliarsi via il naso.
Tra l'altro, corollario di questa tesi è
a) che Dio non sia Onnipotente,  e
b) che il male non sia frutto del peccato, ma della (necessaria/inevitabile) imperfezione della realtà.

Già, ma allora, obbiettavo, come si fa a pregare un Dio che non c'entri niente con la realtà? Mi veniva risposto che Dio può fare qualcosa, ma non alla realtà, bensì solo a me, alla mia interiorità, aiutandomi ad accettare una realtà su cui Dio non avrebbe più alcun potere.
Obiezioni: ma allora perché preghiamo "dacci il nostro pane quotidiano"? Il pane è qualcosa di molto concreto. E noi lo chiediamo al nostro Padre, che dunque può darcelo, e per darcelo deve avere un potere sulla realtà.
Ancora, perché chiediamo "sia fatta la Tua volontà"? Dio ha un disegno sulla realtà, dunque questa non gli è sfuggita di mano. Vuole qualcosa di ben preciso, perché ha creato e governa la realtà. Certo, rispettando la libertà creata ma misteriosamente essendo sempre, in ogni momento della storia, capace di ricondurla al Suo Disegno buono.
E poi come si spiegherebbero tutte le esortazioni di Gesù ad avere fiducia nella Provvidenza (il guardare ai gigli del campo)?
Come si spiegherebbe il centuplo quaggiù? Non significa forse che nella concretezza Dio ricompensa chi Lo ama? Non  obbedendo a nostri capricci, ma rendendosi comunque sensibilmente "apprezzabile": il centuplo è in "case, campi" e altre cose reali, concrete.
Come si spiegherebbero gli episodi dell'Antico Patto, con Dio che interviene continuamente nella concretezza (guidando Abramo, Isacco, Giacobbe, Giuseppe, Mosé e tutti gli altri personaggi della Bibbia, suscitando profeti, punendo o premiando il suo popolo non solo con ispirazioni interiori ma con fatti, concreti, visibili, storici)?
Ancora di più, come si spiegherebbe l'Incarnazione del Verbo? Il Figlio di Dio non si è reso pensiero interiore, capacità interiore di sopportazione o di coerenza etica. Si è fatto carne. La carne della Vergina Maria ha visto un cambiamento, che veniva da Dio. Gesù era di carne, la Sua vita è stata carnale, visibile, storica come la nostra. Se fossero esistite le telecamere potremmo avere dei video sulla sua vita, come per qualunque altro essere umano in carne e ossa.
Né si potrebbe più accettare Fatima, o Medjugorje: lì si parla di un intervento di Dio nella storia, e di premi e di castighi.

No, Dio non è impagliato. E' vivo. E agisce. E' Padre. E noi possiamo affidarci alla Sua paternità che opera nella storia.


come bambini


Infatti l'altra obiezione che ho fatto è: come possiamo essere bambini, in un'ottica in cui Dio non agisce (non è - concretamente - Padre)?
Mi è stato risposto, seguendo un'altra genialata dei teologi ... del sonno di Dio (in effetti: è la nuova versione della morte di Dio: Dio non è morto, ma dorme), che nell'ebraico parlato da Gesù "bambini" non significa bambini, ma gli ultimi degli ultimi, quelli che nessuno guarda. Qundi non dobbiamo tornare bambini, ma essere ultimi tra gli ultimi della terra.
Obiezione: ma per venti secoli generazioni di cristiani hanno inteso nel modo più ovvio il ritornare bambini.
Se Dio è Padre, e per Gesù lo è, noi siamo suoi figli, e possiamo affidarci a Lui come Gli si è affidato il Figlio.