mercoledì 31 marzo 2010

aggiornato sito cultura cristiana sulla Passione

Abbiamo aggiunta una pagina sul senso della Croce su Cultura cristiana

martedì 30 marzo 2010

Interventismo ecclesiastico: uno schema

Ho spesso parlato in questo Blog di "interventismo ecclesiastico"; poiché per qualcuno non è chiaro che cosa intenda ne raffiguro un aspetto importante, quello del rapporto gararchia/società, con uno schema grafico (per ingrandirlo cliccateci sopra).

domenica 28 marzo 2010

la passione di Gesù Cristo

qualche nota sul come

Secondo S.Brigida Gesù ricevette più di 5000 colpi di flagello. Probabilmente tale cifra, molto più elevata di quelle normalmente accettate (e ritenute sopportabili da un essere umano, per quanto sano e forte), dovrebbe probabilmente essere divisa per il numero delle punte acuminate presente sulla stessa frusta (almeno 10, ma forse molti di più). Per cui, probabilmente, è vero al tempo stesso che Gesù è stato colpito dalle punte acuminate per un numero superiore a 5000, benché il colpi sferrati dai suoi aguzzini fossero non più di un decimo.
Resta il fatto che la sua flagellazione è stata incredibilmente aspra: in tal modo Pilato sperava, con una quasi-morte, di impetosire la folla che invece chiedeva la crocifissione di Gesù. Ma questo spiega anche i tempi, decisamente brevi rispetto ad altre crocifissioni, della morte in croce.

Infatti secondo Baima Bollone, medico legale torinese ed esperto della Sindone, la causa della morte di Gesù non è stata (solo e soprattutto) asfissia meccanica: questa si sarebbe verificata così rapidamente solo nel caso in cui le braccia del crocifisso fossero state tenute in alto, perpendicolari o quasi al terreno. Invece, anche ammettendo che, come è stato rivelato a Teresa Neumann che i bracci della Croce non fossero esattamente paralleli al terreno, ma inclinati verso l'alto, a formare quasi una ipsilon, i polsi del crocifisso erano, sempre stando alla ricostruzione fatta dalla mistica tedesca, oltre che trafitti da chiodi, assicurati anche da una corda: in tal modo non poteva sopraggiungere una rapida asfissia meccanica. La quale del resto è incompatibile, secondo Baima Bollone, con il fatto che Gesù parlò dalla croce e poco prima di morire emise addirittura un forte grido, quale dei polmoni bloccati da sfissia meccanica non avrebbero potuto emettere.
Secondo lo studioso torinese la morte di Gesù è dovuta a un insieme di concause: fortissimo stress emotivo (documentato dalla reazione neurovegetative del sudore di sangue nel Getsemani), ripetute e gravi percosse, mancanza di alimentazione e di idratazione per circa 18 ore, ferite al capo (la corona di spine che non era solo ai lati ma anche sopra la testa) e a tutto il corpo (appunto la devastante flagellazione), la fatica del portare la croce verso il Calvario (con tre cadute che documentano il suo stato di prostrazione estrema), le innumeraveole umiliazioni subite in tale tragitto e sulla Croce, non ultima la denudazione, sia pure per breve tempo (secondo Teresa Neumann una donna impetositasi gli diede il suo scialle, con cui Gesù avvolse la vita) e infine le ferite dei chiodi alle mani e ai piedi e anche la asfissia da compressione del torace dovuta al carico del peso del corpo.

Una morte terribile, dunque. Sofferta per noi. Per me, che scrivo, per te, che leggi. Personalmente. E' mortto per me. Per te. Aveva presente me. Aveva presente te. Lo faceva per me. Lo faceva per te.
Quale incredbile degnazione, che Dio abbia sofferto per me, per te.
Lasciamoci commuovere. E muovere. Da tanto amore.

giovedì 25 marzo 2010

Piove sul ...Bagnasco

E' con amarezza che confesso che la recente bufera sulla Chiesa e sulla stessa figura del Santo Padre riguardo casi di pedofilia non mi stupisce più di tanto.
Forse mi sbaglio, però essa non è interamente riconducibile all'odio del mondo , all'odio inevitabile, ma è, almeno in parte, frutto di un odio evitabile. Il Santo Padre non lo merita, lui che è persona, e credente, e pastore degnissimo, ed è il rappresentante di Cristo in terra.
Tuttavia anche lui una piccola responsabilità a mio sommesso avviso, forse potrebbe averla: aver appoggiato di fatto, o almeno non contrastato, la linea Ruini-Bagnasco (di qui il titolo di questo articolo) secondo cui il punto oggi decisivo per la Chiesa è la riconquista di spazi legislativi negli Stati, a partire dalla quella Stalingrado ecclesiastica che sarebbe l'Italia (per chi non lo sapesse Stalingrado fu la città simbolo dove i sovietici arrestarono i nazisti nella seconda guerra mondiale).
A mio avviso questa linea è errata, perché parte dallo stato e non dalla società, dalle leggi e non dalla vita, dall'istituzionale e non dal vissuto. E lo è anche perché offre il fianco a quello che io chiamo odio evitabile: se tanto odio si riversa oggi sulla pur nobile e venerabile figura di Ratzinger è anche per ché si accumulata in molta gente, in Italia e all'estero (perché nell'ottica Ruini-Bagnasco l'Italia non è che l'inizio di una riconquista), la percezione di una Chiesa arrogante, che puntando tutto sul piano dell'etica naturale, merita di vedersi fare le pulci proprio su tale piano. Su cui, ahinoi, qualche pecca non manca.
Meglio sarebbe una Chiesa che invece di puntare sull'etica puntasse sull'ontologia, che invece di puntare a spingere la gente ad essere buona grazie alle leggi statali, puntasse a proporre l'Avvenimento imprevedibile e buono che ci salva in virtù del suo stesso esserci, dell'Iniziativa di un Altro.

Messaggio, 25. marzo 2010

"Cari figli, anche oggi desidero invitarvi tutti ad essere forti nella preghiera e nei momenti in cui le prove vi assalgono. Vivete nella gioia e nell’umiltà la vostra vocazione cristiana e testimoniate a tutti. Io sono con voi e vi porto tutti davanti al mio figlio Gesù e Lui sarà per voi forza e sostegno. Grazie per aver risposto alla mia chiamata."

Annunciazione (25 marzo 2010)

Ognuno di noi ha il suo proprio nome, così come quella giovane ragazza si chiamava Maria; ella era in rapporto con altre persone che avevano ognuna il proprio nome; una di queste si chiamava Giuseppe. È entrato nella nostra vita un angelo; in qualche modo, attraverso un suo messaggero (la compagnia), Dio ci ha detto: «Saluto la tua vita, il Signore è con te. La tua vita sarà piena di grazia, di positività». È normale rispondere «Cosa vuol dire?», così come Maria «si domandava che senso avesse un tale saluto». Ma la stessa voce, lo stesso avvenimento ci dice, chiamandoci ancora per nome: «Non temere, perché Dio ti ha scelto. Concepirai: la tua vita darà frutto». È la promessa di una fecondità che non ha fine, che non si consuma con il tempo. Anche a questo punto la nostra risposta è simile a quella di Maria: «Ma io non sono capace e mi guardo bene dal pretendere di essere qualcosa di più degli altri». Identica la risposta del
 messaggero: «È lo Spirito del Signore che scenderà su di te, è l'ombra della potenza dell'Altissimo che penetrerà il tuo tempo e gli spazi del tuo vivere. Per questo quello che nascerà da te (la pulizia della casa e la fatica del lavoro, lo studio e il tempo tutto della vita... ) sarà santo, sarà secondo la verità che non muore, sarà secondo il Mistero. Guarda Elisabetta, nella sua vecchiaia ha concepito... ». Quante volte abbiamo dovuto ammirare Dio nella testimonianza di persone di cui non ci saremmo neppure accorti, di cui tutti dicevano «È sterile»! Nulla è impossibile a Dio. Ti sembra che tutto sia vuoto? Nulla è impossibile a Dio. Allora il punto è ripetere, come Maria: «Eccomi, avvenga di me quello che hai detto».
(Luigi Giussani: "L'angelo del Signore portò l'annuncio a Maria", CL Litterae Communionis, 1991, n. 5)

mercoledì 24 marzo 2010

SANTA RITA DA CASCIA Brani da I fioretti,

biografia del 1628
Tra i libri scritti in occasione del processo del 1626 vi è il breve racconto della Vita e Miracoli della beata Rita da Cascia, pubblicato a Roma nel 1628 a cura delle monache di Santa Rita. Il libretto era dedicato al cardinale Antonio Barberini, nipote di papa Urbano VIII, che la beatificò.

«Ricorso ai santi protettori e ingresso prodigioso nel monastero

Ma la malagevolezza dell’impresa, che ad un animo tepido sarebbe stata d’impedimento, servì di stimolo all’infiammata volontà della serva di Dio. Perciò veggendosi mal abile a superarla con forze proprie si rivolse al soccorso divino. Raddoppiando perciò le orazioni e le lacrime si umiliava al cospetto di Dio; attribuendo a suo demerito e a giusta pena dei suoi peccati la ripulsa datale dalle vergini.
Continuando Rita in tale amaritudine e congiungendo la notte col giorno senza stancarsi nell’orazione, la misericordia di Dio, che mai non viene meno ai servi suoi, finalmente la consolò. Così nel maggiore ardore delle sue preghiere sulla mezzanotte, udì una voce che l’invitava al monastero. Rivoltatasi, Rita vide san Giovanni Battista che s’incamminava verso un altissimo sasso cinto da dirupi e da balze spaventose che si chiama comunemente lo Schioppo di Roccaporena. Ivi giunta e per breve spazio abbandonata, ebbe occasione di raffigurare nell’altezza del luogo la sublimità della perfezione religiosa, a cui Dio la chiamava e nel precipizio l’orrore della caduta. Mentre se ne stava tutta timida ed ansiosa, fu racconsolata da san Giovanni Battista, in compagnia del quale Rita vide sopravvenire sant’Agostino e san Nicola da Tolentino. Questi tre santi, presa unitamente la devotissima vedova, la riposero con modo a lei incomprensibile dentro il monastero in cui ella bramava di vivere ed ivi lasciata, incontinente disparvero. Furono grandi i rumori che mossero la mattina le monache, trovando Rita dentro il chiostro, senza sapere come vi fosse entrata, in tempo di notte e con le porte serrate. Ma udito da lei semplicemente e con molta ingenuità quanto le era accaduto, radunatesi in Capitolo e per divina disposizione unitamente per monaca l’accettarono.


Impegno di Rita nella perfezione

La perfezione con cui visse nel monastero non fu affatto dissomigliante dall’innocenza della vita passata; anzi tanto maggiormente s’accese di un vivo desiderio di riuscire una gran serva di Dio, quanto più rispetto conosceva esser l’obbligo impostole dallo stato religioso. Perciò impiegandosi tutta nell’orazione, si tratteneva più volentieri e con grandissimo gusto spirituale nella contemplazione della dolorosa Passione del Signore.


Dono della spina

Del qual pietoso affetto fu largamente ricompensata perché, predicando un Venerdì Santo in Cascia il beato Giacomo della Marca dell’Ordine dei Minori, si lasciò portare dal suo fervore a discorrere dei dolori atrocissimi del Salvatore con tanto sentimento che ne rimasero gli uditori non mediocremente infiammati. Ma Rita, più d’ogni altro commossa, si sentì rapire da un violento desiderio di partecipare in qualche modo dei tormenti di Cristo. Ritiratasi pertanto nella sua cella e gettatasi ai piedi di un Crocifisso, che oggigiorno si conserva nell’oratorio del monastero, con amare lacrime cominciò a supplicarlo che le comunicasse almeno una particella delle sue pene. Incontinente con miracolo singolare una spina della corona di Cristo le ferì di tal sorte la fronte, che fino alla morte vi rimase impressa insanabilmente la piaga, come ancora si vede nel suo santo cadavere»

martedì 23 marzo 2010

Contro chi sputa sui preti

Da Il Foglio

Sono in Italia da alcuni giorni e sono davvero amareggiato, addolorato per questi continui attacchi al Santo Padre, ai sacerdoti, alla Chiesa cattolica, usando la diabolica arma della pedofilia. E’ vero, questo argomento sembra interessare più a certi giornali e alle loro fantasie e allucinazioni che al pubblico: perché ho incontrato migliaia di persone e per lo più giovani, ma nessuno mi ha posto una domanda su questa questione.
Il che significa che, sebbene esista questo flagello nel mondo e abbia intaccato anche la chiesa, con la dura, chiara e forte condanna del Santo Padre, siamo lontani anni luce da quel fenomeno di massa, come se tutti i preti fossero pedofili, come vogliono farci credere. Sono quarant’anni che sono sacerdote, sono stato in diverse parti del mondo, ho vissuto in brefotrofi, scuole, internati per bambini, ma non ho mai trovato un collega colpevole
di questo delitto. Non solo, ma ho vissuto con sacerdoti, religiosi che hanno dato la vita perché questi bimbi avessero la vita.
Attualmente vivo in Paraguay, la mia missione abbraccia tutto l’umano nella sua povertà,
quell’umano gettato nell’immondizia dal sensazionalismo dei media. Da 20 anni condivido la mia vita con prostitute, omosessuali, travestiti, ammalati di Aids, raccolti per le strade, negli immondezzai, nelle favelas e me li porto a casa dove la Provvidenza divina ha creato un ospedale di primo mondo come struttura architettonica,
ma paradisiaco come clima umano. E in questa “anticamera del Paradiso”, come lo chiamano loro, li accompagno al Paradiso. Hanno vissuto come “cani” e muoiono come principi. Vicino alla clinica, sempre la Provvidenza ha creato due “case di Betlemme” per ricordare il luogo dove è nato Gesù, che raccolgono 32 bambini, molti di essi violentati dai patrigni o dal compagno occasionale della “madre”.
Tutti i giorni ho a che fare con situazioni terribili e indescrivibili. Spesso non ho neanche la capacità di leggere i referti delle assistenti sociali, tanto sono orrende le violenze sessuali subite dai miei bambini. Eppure, dopo alcuni mesi che sono con noi,
respirano un’altra aria, quell’aria che solo il fatto cristiano e l’amore di noi sacerdoti contro cui i mostri del giornalismo si scagliano, facendo di ogni erba un fascio. Aveva ragione Pablo Neruda quando definiva certi giornalisti “coloro che vivono mangiando gli escrementi del potere”.
La certezza che “io sono Tu che mi fai” che sono frutto del Mistero e non l’esito dei miei antecedenti, per quanto pessimi possano essere stati, si trasmette come per osmosi nel cuore dei miei bambini che ritrovano il sorriso. Come si trasmette anche sui “mostri” (se così vi piace chiamarli voi giornalisti… a cui tanto assomigliate per la vostra ipocrisia) parlo di quelli che sembrano divertirsi a sputare contro la chiesa) che in fondo a loro volta, spesso, sono vittime e carnefici, vittime da piccoli e carnefici da grandi, avendo vissuto come bestie. Il mio cuore di prete mentre do la mia vita per questi innocenti non può non dare la vita, come Gesù, anche per coloro di cui Gesù ha detto con parole fortissime “prima di scandalizzare uno di questi piccoli è meglio mettersi una macina da mulino al collo e buttarsi nel profondo del mare”.
Sono solo alcuni esempi, di milioni, della carità della chiesa. Mi fa soffrire questo sputare nel piatto nel quale, Dio lo voglia, anche certi morbosi giornalisti, un domani si troveranno a mangiare, perché se uno sbaglia non significa che la chiesa sia così. Questa chiesa che è il respiro del mondo. Non vi chiedete cosa sarebbe di questo mondo senza questo porto di sicura speranza per ogni uomo, compresi voi che in questi giorni come corvi inferociti vi divertite sadicamente a sputare sopra il Suo Casto Volto? Venite nel terzo mondo per capire cosa vuol dire
migliaia di preti e suore che muoiono dando la vita per i bambini.
Venite a vedere i miei bambini violentati che alcuni giorni fa prima di partire per l’Italia piangevano chiedendomi: “Papà quando torni?”.
Non voglio strappare le lacrime a voi che siete come le pietre ma solo ricordarvi che anche per voi un giorno quando la vita vi chiederà il “redde rationem vilicationis tuae” questa chiesa, questa madre contro cui avete imparato bene il gioco dello sputo, vi accoglierà, vi abbraccerà, vi perdonerà. Questa madre, che da 2000 anni è sputacchiata, derisa, accusata e che da 2000 anni continua a dire a tutti coloro che lo chiedono: “Io ti assolvo dai tuoi peccati, nel nome del Padre, del Figlio, dello Spirito Santo”.
Questa madre, che sebbene giudichi e condanni duramente il peccato e richiami duramente il peccatore reo di certi orrendi delitti, come la pedofilia, non chiude e non chiuderà mai le porte della sua misericordia a nessuno.
Mi confortano le parole di Gesù “le porte dell’inferno non prevarranno mai”. Come mi conforta l’immensa santità che trabocca dal suo corpo di “casta meretrix”.
Allora non perdiamo tempo dietro i deliri di alcuni giornalisti che usano certi esecrabili casi di pedofilia per attaccare l’Avvenimento cristiano, per mettere in discussione la perla del celibato, ma guardiamo le migliaia di persone, giovani in particolare, incontrati personalmente in una settimana di permanenza in Italia che credono, cercano e domandano alla chiesa il perché, il senso ultimo della vita e che vedono in lei l’unica possibile risposta.
Personalmente mi preoccupa di più l’assenza di santità in molti di noi sacerdoti che altre cose per quanto gravi e dolorose siano. Mi preoccupa di più una chiesa che si vergogna di Cristo, invece che predicarlo dai tetti. Mi preoccupa di più non incontrare i sacerdoti nel confessionale per cui il peccatore spesso vive quel tormento del suo peccato perché non trova un confessore che lo assolva. Alle accuse infamanti di questi giorni urge rispondere con la santità della nostra vita e con una consegna totale a Cristo e agli uomini bisognosi, come non mai, di certezza e di speranza.
Alla pedofilia si deve rispondere come il Papa ci insegna.
Però solo annunciando Cristo si esce da questo orribile letamaio perché solo Cristo salva totalmente l’uomo. Ma se Cristo non è più il cuore della vita, allora qualunque perversione è possibile. L’unica difesa che abbiamo sono i nostri occhi innamorati di Cristo. Il dolore è grandissimo, ma la sicurezza granitica: “Io ho vinto il mondo” è infinitamente superiore.

Padre Aldo Trento, missionario in Paraguay

Leggendo Vito Mancuso

Lo confesso: non riesco a leggerne più che piccole dosi, una modica quantità, è più forte di me. E credo che sia anche più utile, perché non occorre molto per cogliere la radice delle sue molte parole.
Intendiamoci, l'uomo non manca di una sua onestà. Ma ha il grave difetto di non credere in Gesù Cristo come in una Presenza che salva. Cioè non crede nello stesso Gesù in cui credo io. E in cui credeva S.Pietro. E S.Benedetto. E S.Francesco. E il Santo Curato d'Ars. E Giovanni Paolo II. E Madre Teresa di Calcutta. E Benedetto XVI.
Per lui Dio si rivela più nel mondo che nell'Avvenimento cristiano: quest'ultimo è la chiave, il primo è la casa (cfr. Disputa su Dio, p. 236). La chiave serve per entrare in casa e ammirarvi tutto quanto Dio (un Dio al contempo personale e impersonale) vuole dirci: e Dio si rivela nella casa del mondo progressivamente e impersonalmente.
Mentre per la fede cristiana in Cristo abita corporalmente tutta la pienezza della divintà (Col 2,9), e a nulla serve conoscere il mondo se non per meglio inoltrarsi nel Mistero di Cristo, Uomo-Dio.

Prendiamo anche quello che Mancuso dice della morte, per misurare la sua distanza dalla fede: per lui l'importante è che alla fine, con la morte, sapremo quale è la verità (se l'Essere o il Nulla eterni), e chi avrà creduto nelle sue idee sarà comunque vincitore, ateo o credente, in forza della sua coerenza con le proprie idee (op.cit. p. 249): infatti «alla fine la verità prenderà comunque possesso di noi», fosse pure la verità dell'eterno nulla. Capirai che consolazione, osservo io. Io voglio un'altra cosa: voglio sapere se sono chiamato all'eternità, e se la risposta è positiva voglio affidarmi con la massima intensità a chi all'eternità mi lega e mi comincia ad introdurre, cioè a Cristo e alla Chiesa.

No, decisamente non ci siamo: il pensiero di Vito Mancuso è stato definito gnostico. Ed è ancora una definzione blanda: la sua ammirazione per Spinoza è solo un piccolo sintomo di una posizione panteistica. Spiace che gli venga dato tanto spazio in un luogo che dovrebbe essere cristiano. Ma fermiamoci qui. Almeno per oggi.

venerdì 12 marzo 2010

"LECTIO DIVINA" di BENEDETTO XVI 12 febbraio 2010

VISITA AL PONTIFICIO SEMINARIO ROMANO MAGGIORE
PER LA FESTA DELLA MADONNA DELLA FIDUCIA
"LECTIO DIVINA" CON I SEMINARISTI
PAROLE DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI
Cappella del Seminario
Venerdì, 12 febbraio 2010




Eminenza, Eccellenze, Cari amici,
ogni anno è per me una grande gioia essere con i seminaristi della diocesi di Roma, con i giovani che si preparano a rispondere alla chiamata del Signore per essere lavoratori nella sua vigna, sacerdoti del suo mistero. E’ questa la gioia di vedere che la Chiesa vive, che il futuro della Chiesa è presente anche nelle nostre terre, proprio anche a Roma.
In quest’Anno Sacerdotale, vogliamo essere particolarmente attenti alle parole del Signore concernenti il nostro servizio. Il brano del Vangelo ora letto parla indirettamente, ma profondamente, del nostro Sacramento, della nostra chiamata a stare nella vigna del Signore, ad essere servitori del suo mistero.
In questo breve brano, troviamo alcune parole-chiave, che danno l’indicazione dell’annuncio che il Signore vuole fare con questo testo. “Rimanere”: in questo breve brano, troviamo dieci volte la parola “rimanere”; poi, il nuovo comandamento: “Amatevi come io vi ho amato”, “Non più servi ma amici”, “Portate frutto”; e, finalmente: “Chiedete, pregate e vi sarà dato, vi sarà data la gioia”. Preghiamo il Signore perché ci aiuti ad entrare nel senso delle sue parole, perché queste parole possano penetrare il nostro cuore e così possano essere via e vita in noi, con noi e tramite noi.
La prima parola è: “Rimanete in me, nel mio amore”. Il rimanere nel Signore è fondamentale come primo tema di questo brano. Rimanere: dove? Nell’amore, nell’amore di Cristo, nell’essere amati e nell’amare il Signore. Tutto il capitolo 15 concretizza il luogo del nostro rimanere, perché i primi otto versetti espongono e presentano la parabola della vite: “Io sono la vite e voi i rami”. La vite è un’immagine veterotestamentaria che troviamo sia nei Profeti, sia nei Salmi e ha un duplice significato: è una parabola per il popolo di Dio, che è la sua vigna. Egli ha piantato una vite in questo mondo, ha coltivato questa vite, ha coltivato la sua vigna, protetto questa sua vigna, e con quale intento? Naturalmente, con l’intento di trovare frutto, di trovare il dono prezioso dell’uva, del vino buono.
E così appare il secondo significato: il vino è simbolo, è espressione della gioia dell’amore. Il Signore ha creato il suo popolo per trovare la risposta del suo amore e così questa immagine della vite, della vigna, ha un significato sponsale, è espressione del fatto che Dio cerca l’amore della sua creatura, vuole entrare in una relazione d’amore, in una relazione sponsale con il mondo tramite il popolo da lui eletto.
Ma poi la storia concreta è una storia di infedeltà: invece di uva preziosa, vengono prodotte solo piccole “cose immangiabili”, non giunge la risposta di questo grande amore, non nasce questa unità, questa unione senza condizioni tra uomo e Dio, nella comunione dell’amore. L’uomo si ritira in se stesso, vuole avere se stesso solo per sé, vuole avere Dio per sé, vuole avere il mondo per sé. E così, la vigna viene devastata, il cinghiale del bosco, tutti i nemici vengono, e la vigna diventa un deserto.
Ma Dio non si arrende: Dio trova un nuovo modo per arrivare ad un amore libero, irrevocabile, al frutto di tale amore, alla vera uva: Dio si fa uomo, e così diventa Egli stesso radice della vite, diventa Egli stesso la vite, e così la vite diviene indistruttibile. Questo popolo di Dio non può essere distrutto, perché Dio stesso vi è entrato, si è impiantato in questa terra. Il nuovo popolo di Dio è realmente fondato in Dio stesso, che si fa uomo e così ci chiama ad essere in Lui la nuova vite e ci chiama a stare, a rimanere in Lui.
Teniamo presente, inoltre, che, nel capitolo 6 del Vangelo di Giovanni, troviamo il discorso sul pane, che diventa il grande discorso sul mistero eucaristico. In questo capitolo 15 abbiamo il discorso sul vino: il Signore non parla esplicitamente dell’Eucaristia, ma, naturalmente, dietro il mistero del vino sta la realtà che Egli si è fatto frutto e vino per noi, che il suo sangue è il frutto dell’amore che nasce dalla terra per sempre e, nell’Eucaristia, il suo sangue diventa il nostro sangue, noi diventiamo nuovi, riceviamo una nuova identità, perché il sangue di Cristo diventa il nostro sangue. Così siamo imparentati con Dio nel Figlio e, nell’Eucaristia, diventa realtà questa grande realtà della vite nella quale noi siamo rami uniti con il Figlio e così uniti con l’amore eterno.
Rimanete”: rimanere in questo grande mistero, rimanere in questo nuovo dono del Signore, che ci ha reso popolo in se stesso, nel suo Corpo e col suo Sangue. Mi sembra che dobbiamo meditare molto questo mistero, cioè che Dio stesso si fa Corpo, uno con noi; Sangue, uno con noi; che possiamo rimanere - rimanendo in questo mistero - nella comunione con Dio stesso, in questa grande storia di amore, che è la storia della vera felicità. Meditando questo dono - Dio si è fatto uno con noi tutti e, nello stesso tempo, ci fa tutti uno, una vite - dobbiamo anche iniziare a pregare, affinché sempre più questo mistero penetri nella nostra mente, nel nostro cuore, e sempre più siamo capaci di vedere e di vivere la grandezza del mistero, e così cominciare a realizzare questo imperativo: “Rimanete”.
Se continuiamo a leggere attentamente questo brano del Vangelo di Giovanni, troviamo anche un secondo imperativo: “Rimanete” e “Osservate i miei comandamenti”. “Osservate” è solo il secondo livello; il primo è quello del “rimanere”, il livello ontologico, cioé che siamo uniti con Lui, che ci ha dato in anticipo se stesso, ci ha già dato il suo amore, il frutto. Non siamo noi che dobbiamo produrre il grande frutto; il cristianesimo non è un moralismo, non siamo noi che dobbiamo fare quanto Dio si aspetta dal mondo, ma dobbiamo innanzitutto entrare in questo mistero ontologico: Dio si dà Egli stesso. Il suo essere, il suo amare, precede il nostro agire e, nel contesto del suo Corpo, nel contesto dello stare in Lui, identificati con Lui, nobilitati con il suo Sangue, possiamo anche noi agire con Cristo.
L’etica è conseguenza dell’essere: prima il Signore ci dà un nuovo essere, questo è il grande dono; l’essere precede l’agire e da questo essere poi segue l’agire, come una realtà organica, perché ciò che siamo, possiamo esserlo anche nella nostra attività. E così ringraziamo il Signore perché ci ha tolto dal puro moralismo; non possiamo obbedire ad una legge che sta di fonte a noi, ma dobbiamo solo agire secondo la nostra nuova identità. Quindi non è più un’obbedienza, una cosa esteriore, ma una realizzazione del dono del nuovo essere.
Lo dico ancora una volta: ringraziamo il Signore perché Lui ci precede, ci dà quanto dobbiamo dare noi, e noi possiamo essere poi, nella verità e nella forza del nostro nuovo essere, attori della sua realtà. Rimanere e osservare: l’osservare è il segno del rimanere e il rimanere è il dono che Lui ci dà, ma che deve essere rinnovato ogni giorno nella nostra vita.
Segue, poi, questo nuovo comandamento: “Amatevi come io vi ho amato”. Nessun amore è più grande di questo: “dare la vita per i propri amici”. Che cosa vuol dire? Anche qui non si tratta di un moralismo. Si potrebbe dire: “Non è un nuovo comandamento; il comandamento di amare il prossimo come se stessi esiste già nell’Antico Testamento”. Alcuni affermano: ”Tale amore va ancora più radicalizzato; questo amare l’altro deve imitare Cristo, che si è dato per noi; deve essere un amare eroico, fino al dono di se stessi”. In questo caso, però, il cristianesimo sarebbe un moralismo eroico. E’ vero che dobbiamo arrivare fino a questa radicalità dell’amore, che Cristo ci ha mostrato e donato, ma anche qui la vera novità non è quanto facciamo noi, la vera novità è quanto ha fatto Lui: il Signore ci ha dato se stesso, e il Signore ci ha donato la vera novità di essere membri suoi nel suo corpo, di essere rami della vite che è Lui. Quindi, la novità è il dono, il grande dono, e dal dono, dalla novità del dono, segue anche, come ho detto, il nuovo agire.
San Tommaso d’Aquino lo dice in modo molto preciso quando scrive: “La nuova legge è la grazia dello Spirito Santo” (Summa theologiae, I-IIae, q. 106, a. 1). La nuova legge non è un altro comando più difficile degli altri: la nuova legge è un dono, la nuova legge è la presenza dello Spirito Santo datoci nel Sacramento del Battesimo, nella Cresima, e datoci ogni giorno nella Santissima Eucaristia. I Padri qui hanno distinto “sacramentum” ed “exemplum”. “Sacramentum” è il dono del nuovo essere, e questo dono diventa anche esempio per il nostro agire, ma il “sacramentum” precede, e noi viviamo dal sacramento. Qui vediamo la centralità del sacramento, che è centralità del dono.
Procediamo nella nostra riflessione. Il Signore dice: “Non vi chiamo più servi, il servo non sa quello che fa il suo padrone. Vi ho chiamato amici perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi”. Non più servi, che obbediscono al comando, ma amici che conoscono, che sono uniti nella stessa volontà, nello stesso amore. La novità quindi è che Dio si è fatto conoscere, che Dio si è mostrato, che Dio non è più il Dio ignoto, cercato, ma non trovato o solo indovinato da lontano. Dio si è fatto vedere: nel volto di Cristo vediamo Dio, Dio si è fatto “conosciuto”, e così ci ha fatto amici. Pensiamo come nella storia dell’umanità, in tutte le religioni arcaiche, si sa che c’è un Dio. Questa è una conoscenza immersa nel cuore dell’uomo, che Dio è uno, gli dèi non sono “il” Dio. Ma questo Dio rimane molto lontano, sembra che non si faccia conoscere, non si faccia amare, non è amico, ma è lontano. Perciò le religioni si occupano poco di questo Dio, la vita concreta si occupa degli spiriti, delle realtà concrete che incontriamo ogni giorno e con le quali dobbiamo fare i calcoli quotidianamente. Dio rimane lontano.
Poi vediamo il grande movimento della filosofia: pensiamo a Platone, Aristotele, che iniziano a intuire come questo Dio è l’agathòn, la bontà stessa, è l’eros che muove il mondo, e tuttavia questo rimane un pensiero umano, è un’idea di Dio che si avvicina alla verità, ma è un’idea nostra e Dio rimane il Dio nascosto.
Poco tempo fa, mi ha scritto un professore di Regensburg, un professore di fisica, che aveva letto con grande ritardo il mio discorso all’Università di Regensburg, per dirmi che non poteva essere d’accordo con la mia logica o poteva esserlo solo in parte. Ha detto: “Certo, mi convince l’idea che la struttura razionale del mondo esiga una ragione creatrice, la quale ha fatto questa razionalità che non si spiega da se stessa”. E continuava: “Ma se può esserci un demiurgo - così si esprime -, un demiurgo mi sembra sicuro da quanto Lei dice, non vedo che ci sia un Dio amore, buono, giusto e misericordioso. Posso vedere che ci sia una ragione che precede la razionalità del cosmo, ma il resto no”. E così Dio gli rimane nascosto. E’ una ragione che precede le nostre ragioni, la nostra razionalità, la razionalità dell’essere, ma non c’è un amore eterno, non c’è la grande misericordia che ci dà da vivere.
Ed ecco, in Cristo, Dio si è mostrato nella sua totale verità, ha mostrato che è ragione e amore, che la ragione eterna è amore e così crea. Purtroppo, anche oggi molti vivono lontani da Cristo, non conoscono il suo volto e così l’eterna tentazione del dualismo, che si nasconde anche nella lettera di questo professore, si rinnova sempre, cioè che forse non c’è solo un principio buono, ma anche un principio cattivo, un principio del male; che il mondo è diviso e sono due realtà ugualmente forti: e che il Dio buono è solo una parte della realtà. Anche nella teologia, compresa quella cattolica, si diffonde attualmente questa tesi: Dio non sarebbe onnipotente. In questo modo si cerca un’apologia di Dio, che così non sarebbe responsabile del male che troviamo ampiamente nel mondo. Ma che povera apologia! Un Dio non onnipotente! Il male non sta nelle sue mani! E come potremmo affidarci a questo Dio? Come potremmo essere sicuri nel suo amore se questo amore finisce dove comincia il potere del male?
Ma Dio non è più sconosciuto: nel volto del Cristo Crocifisso vediamo Dio e vediamo la vera onnipotenza, non il mito dell’onnipotenza. Per noi uomini potenza, potere è sempre identico alla capacità di distruggere, di far il male. Ma il vero concetto di onnipotenza che appare in Cristo è proprio il contrario: in Lui la vera onnipotenza è amare fino al punto che Dio può soffrire: qui si mostra la sua vera onnipotenza, che può giungere fino al punto di un amore che soffre per noi. E così vediamo che Lui è il vero Dio e il vero Dio, che è amore, é potere: il potere dell’amore. E noi possiamo affidarci al suo amore onnipotente e vivere in questo, con questo amore onnipotente.
Penso che dobbiamo sempre meditare di nuovo su questa realtà, ringraziare Dio perché si è mostrato, perché lo conosciamo in volto, faccia a faccia; non è più come Mosé che poteva vedere solo il dorso del Signore. Anche questa è un’idea bella, della quale San Gregorio Nisseno dice: “Vedere solo il dorso vuol dire che dobbiamo sempre andare dietro a Cristo”. Ma nello stesso tempo Dio ha mostrato con Cristo la sua faccia, il suo volto. Il velo del tempio è squarciato, è aperto, il mistero di Dio è visibile. Il primo comandamento che esclude immagini di Dio, perché esse potrebbero solo sminuirne la realtà, è cambiato, rinnovato, ha un’altra forma. Possiamo adesso, nell’uomo Cristo, vedere il volto di Dio, possiamo avere icone di Cristo e così vedere chi è Dio.
Io penso che chi ha capito questo, chi si è fatto toccare da questo mistero, che Dio si è svelato, si è squarciato il velo del tempio, mostrato il suo volto, trova una fonte di gioia permanente. Possiamo solo dire: “Grazie. Sì, adesso sappiamo chi tu sei, chi è Dio e come rispondere a Lui”. E penso che questa gioia di conoscere Dio che si è mostrato, mostrato fino all’intimo del suo essere, implica anche la gioia del comunicare: chi ha capito questo, vive toccato da questa realtà, deve fare come hanno fatto i primi discepoli che vanno dai loro amici e fratelli dicendo: “Abbiamo trovato colui del quale parlano i Profeti. Adesso è presente”. La missionarietà non è una cosa esteriormente aggiunta alla fede, ma è il dinamismo della fede stessa. Chi ha visto, chi ha incontrato Gesù, deve andare dagli amici e deve dire agli amici: “Lo abbiamo trovato, è Gesù, il Crocifisso per noi”.
Continuando poi, il testo dice: “Vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il frutto vostro rimanga”. Con questo ritorniamo all’inizio, all’immagine, alla parabola della vite: essa è creata per portare frutto. E qual è il frutto? Come abbiamo detto, il frutto è l’amore. Nell’Antico Testamento, con la Torah come prima tappa dell’autorivelazione di Dio, il frutto era compreso come giustizia, cioè vivere secondo la Parola di Dio, vivere nella volontà di Dio, e così vivere bene.
Ciò rimane, ma nello stesso tempo viene trasceso: la vera giustizia non consiste in un’obbedienza ad alcune norme, ma è amore, amore creativo, che trova da sé la ricchezza, l’abbondanza del bene. Abbondanza è una delle parole chiave del Nuovo Testamento, Dio stesso dà sempre con abbondanza. Per creare l’uomo, crea questa abbondanza di un cosmo immenso; per redimere l’uomo dà se stesso, nell’Eucaristia dà se stesso. E chi è unito con Cristo, chi è ramo nella vite, vive di questa legge, non chiede: “Posso ancora fare questo o no?”, “Devo fare questo o no?”, ma vive nell’entusiasmo dell’amore che non domanda: “questo è ancora necessario oppure proibito”, ma, semplicemente, nella creatività dell’amore, vuole vivere con Cristo e per Cristo e dare tutto se stesso per Lui e così entrare nella gioia del portare frutto. Teniamo anche presente che il Signore dice “Vi ho costituiti perché andiate”: è il dinamismo che vive nell’amore di Cristo; andare, cioè, non rimanere solo per me, vedere la mia perfezione, garantire per me la felicità eterna, ma dimenticare me stesso, andare come Cristo è andato, andare come Dio è andato dall’immensa sua maestà fino alla nostra povertà, per trovare frutto, per aiutarci, per donarci la possibilità di portare il vero frutto dell’amore. Quanto più siamo pieni di questa gioia di aver scoperto il volto di Dio, tanto più l’entusiasmo dell’amore sarà reale in noi e porterà frutto.
E finalmente giungiamo all’ultima parola di questo brano: “Questo vi dico: ‘Tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome ve lo conceda’”. Una breve catechesi sulla preghiera, che ci sorprende sempre di nuovo. Due volte in questo capitolo 15 il Signore dice “Quanto chiederete vi do” e una volta ancora nel capitolo 16. E noi vorremmo dire: “Ma no, Signore, non è vero”. Tante preghiere buone e profonde di mamme che pregano per il figlio che sta morendo e non sono esaudite, tante preghiere perché succeda una cosa buona e il Signore non esaudisce. Che cosa vuol dire questa promessa? Nel capitolo 16 il Signore ci offre la chiave per comprendere: ci dice quanto ci dà, che cosa è questo tutto, la charà, la gioia: se uno ha trovato la gioia ha trovato tutto e vede tutto nella luce dell’amore divino. Come San Francesco, il quale ha composto la grande poesia sul creato in una situazione desolata, eppure proprio lì, vicino al Signore sofferente, ha riscoperto la bellezza dell’essere, la bontà di Dio, e ha composto questa grande poesia.
È utile ricordare, nello stesso momento, anche alcuni versetti del Vangelo di Luca, dove il Signore, in una parabola, parla della preghiera, dicendo: “Se già voi che siete cattivi date cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre nel cielo darà a voi suoi figli lo Spirito Santo”. Lo Spirito Santo - nel Vangelo di Luca - è gioia, nel Vangelo di Giovanni è la stessa realtà: la gioia è lo Spirito Santo e lo Spirito Santo è la gioia, o, in altre parole, da Dio non chiediamo qualche piccola o grande cosa, da Dio invochiamo il dono divino, Dio stesso; questo è il grande dono che Dio ci dà: Dio stesso. In questo senso dobbiamo imparare a pregare, pregare per la grande realtà, per la realtà divina, perché Egli ci dia se stesso, ci dia il suo Spirito e così possiamo rispondere alle esigenze della vita e aiutare gli altri nelle loro sofferenze. Naturalmente, il Padre Nostro ce lo insegna. Possiamo pregare per tante cose, in tutti i nostri bisogni possiamo pregare: “Aiutami!”. Questo è molto umano e Dio è umano, come abbiamo visto; quindi è giusto pregare Dio anche per le piccole cose della nostra vita di ogni giorno.
Ma, nello stesso tempo, il pregare è un cammino, direi una scala: dobbiamo imparare sempre più per quali cose possiamo pregare e per quali cose non possiamo pregare, perché sono espressioni del mio egoismo. Non posso pregare per cose che sono nocive per gli altri, non posso pregare per cose che aiutano il mio egoismo, la mia superbia. Così il pregare, davanti agli occhi di Dio, diventa un processo di purificazione dei nostri pensieri, dei nostri desideri. Come dice il Signore nella parabola della vite: dobbiamo essere potati, purificati, ogni giorno; vivere con Cristo, in Cristo, rimanere in Cristo, è un processo di purificazione, e solo in questo processo di lenta purificazione, di liberazione da noi stessi e dalla volontà di avere solo noi stessi, sta il cammino vero della vita, si apre il cammino della gioia.
Come ho già accennato, tutte queste parole del Signore hanno un sottofondo sacramentale. Il sottofondo fondamentale per la parabola della vite è il Battesimo: siamo impiantati in Cristo; e l’Eucaristia: siamo un pane, un corpo, un sangue, una vita con Cristo. E così anche questo processo di purificazione ha un sottofondo sacramentale: il sacramento della Penitenza, della Riconciliazione nel quale accettiamo questa pedagogia divina che giorno per giorno, lungo una vita, ci purifica e ci fa sempre più veri membri del suo corpo. In questo modo possiamo imparare che Dio risponde alle nostre preghiere, risponde spesso con la sua bontà anche alle preghiere piccole, ma spesso anche le corregge, le trasforma e le guida perché possiamo essere finalmente e realmente rami del suo Figlio, della vite vera, membri del suo Corpo.
Ringraziamo Dio per la grandezza del suo amore, preghiamo perché ci aiuti a crescere nel suo amore, a rimanere realmente nel suo amore.

giovedì 11 marzo 2010

lettera del 26 gennaio 2010

Cari amici,
 sono ogni giorno più commosso e grato perchè "tocco con le mani" cosa significa quando Carròn dice che basta dire "si" al Mistero, che basta "guardare in faccia a Gesù". E' tardi mentre vi scrivo ma non posso non comunicare agli amici che il "si" mio a Cristo mi riempie di letizia. Sono pieno di letizia dentro la oscurità che spesso mi avvolge e in cui la mia emotività disastrata è assorbita da quel "Tu che mi fai". Che tenerezza guardare la propria umanità con gli occhi di quel Tu che è infinitamente più potente della mia immaginazione, dei miei fantasmi, delle mie condizioni di salute. "Tu oh Dio mio". Tu oh Cristo mio che mi dai tutto, tutto ciò che vivo è per la Tua gloria. Come un uomo può dubitare della Sua Presenza? La grida a tutti. Questa sera in pizzeria mentre mangiavo con Sergio Franco, un amico che porta avanti l'opera di Dio, che è il nuovo ospedale, vedo due amici nel tavolo di fronte. Alcune battute e poi ridendo dico loro: "La Provvidenza ha bisogno delle nostre mani e del nostro portafoglio...!" E loro ridono. Stavo per uscire dalla pizzeria, mi chiamano e mi dicono: " Padre abbiamo comprato un Mercedens Benz biporta capottabile, abbiamo fatto 300 km, ma, per noi piuttosto alti e grassi, ci è scomoda. Abbiamo deciso di dargliela perchè lei faccia una lotteria e il ricavato sia per il nuovo ospedale. Martedì gliela consegnamo."
 Gli amici non credevano alle loro orecchie... anche perchè, venendo qui, spesso vedono continuamente come la Provvidenzia opera. Non potrei più vivere se non fosse per gridare a tutti che il problema è solo uno: dire "si" a Cristo. Un'opera o nasce da questo "si" radicale a Cristo o non nasce e, se nasce senza questa consapevolezza, uno può essere il "Bocconiano" più famoso ma non avanza, non cresce. Sapeste quanto mi duole quando sento parlare di economia fra di noi come se Cristo non centrasse niente. Si fanno progetti ma non nascono dalla commozione per dire"Tu, oh Dio mio". Per questo falliscono e anche noi assieme. Tutto è per la gloria di Cristo o è inutile. Si costruisce solo se innamorati di Dio.
 Vi racconto un fatto: nella parrocchia ci sono alcune  piccole imprese create da giovani, educati ogni giorno a guardare Cristo, risposta unica al loro bisogno umano ed anche economico.La pizzeria è gestita da 4 ragazze, che un tempo erano in condizioni terribili umanamente e pensavano di andare in Spagna. L'amore a Dio, sostenuto da noi, ha fatto sì che creassero una società per gestire la pizzeria. Non fu facile ma la educazione, essenziale, che sta alle radici dell'economia e che è la Divina Provvidenzia, ha dato frutti sconvolgenti. Nel 2009 sono entrati 600.000.000  di guaranì, una cifra astronomica per questo paese. E siccome il Padrone della pizzeria, come di tutte le opere profit e di carità, è si la Divina Provvidenzia, è lei che ha dettato il modo con cui si gestisce il denaro. E si gestisce così: di quello che entra ogni mese, una parte è per lo stipendio (molto buono) dei gerenti (che sono anche quelle 4 ragazze che lavorano), una parte per pagare tutte le spese etc... Del netto, il 40 % va a loro, il 60 % va alla clinica. Così quest'anno hanno dato alla clinica 120.000.000 di guaranì.  E così le altre opere, anche se in forma minore. Dire "sì" a Dio, guardare in faccia Dio, è anche gestire così una impresa. Ma  questo non sarebbe possibile senza la s. di comunità settimanale che faccio con loro in pizzeria. L'altro giorno nella s.d.c. ho chiesto il libretto del menù. L'ho guardato e gli ho detto: "Il vostro "sì" a Dio è debole perchè vedo che manca la lista dei dolci, è scarno quello dei vini e della birra etc..". Guardare in faccia Dio è la possibilità di guardare la realta a 360°.
 Infine un ultimo esempio. Nella riunione con i medici dell'ospedale, ho detto loro: "Ma a che cosa serve un ospedale, visto che stiamo lavorando per ultimare il nuovo "Hospice" con 48 letti? Per una sola cosa: che voi e i nostri ammalati terminali possano dire "io sono Tu che mi fai", possano e possiamo entrare in una familiarità totale con Dio. Ma se un medico non aiuta l'uomo a scoprire che è relazione con il Mistero, perchè fa il medico? Senza questa posizione inganniamo l'uomo illudendolo che vivrà 10,20,30, 50 anni di più e poi? Cosa serve rimandare di qualche anno la morte se poi c'è il nulla? Non incontrando il volto del Mistero? Ecco il nuovo ospedale o serve, come l'attuale, perchè noi e i nostri malati possiamo dire "Tu, oh Cristo mio" o è meglio che resti così com'è, ovvero, in costruzione senza terminarlo. Noi stiamo assieme ai nostri ammalati solo per aiutarci a guardare in faccia Gesù. Se non fosse per questo, saremmo dei miserabili sadici, perchè senza avrebbero tutte le nostre cure palliative? Amici, qui o siamo desiderosi, tesi al Mistero o è meglio chiudere, perchè ciò che a me interessa è che tutti possiamo dire, sani o ammalati "per me vivere è Cristo". Vi ringrazio perchè vedo nei vostri occhi (i pazienti lo testimoniano) una familiarità con Cristo". Vi avrò stancato ma non potevo non raccontarvi la gioia del mio povero "si" quotidiano a Cristo. E, mi sorprende fino alle lacrime, vedere cosa Dio ha fatto e sta facendo di questo asino, di questo povero uomo, che ha bisogno anche di certi farmaci per riposare, di questo "nessuno" che Dio ha scelto per mostrare la Sua misericordia e la Sua Provvidenza. Mi affido alle vostre preghiere, perchè Gesù mi faccia totalmente Suo. Desidero, bramo solo questo. E ditelo alla Madonna che ci dia una mano affinchè il mio sguardo sia tutto lì: "Tu, Dio mio". Io prego per voi, perchè possiate assaporare la dolcezza di Gesù e possiate comunicarla a tutti. "Jesus dulcis memoria"; che bellezza, tutto è racchiuso qui."
 P.Aldo
 
 Una nota: oggi a venuto quella della Mercedes e mi ha detto: "Padre le dò un assegno di 58.000 dollari e cosi le tolgo il grattacapo della lotteria". Amici la crisi economica è la crisi della ragione e della fede. Infine per chi volere sapere il cambio dollaro - guaraní è 1 USD = 4600 guarani. E intanto la clinica segue il suo paziente cammino perchè Dio sa che ho 63 anni e non corro più come 20 anni fa. Ma e spettacolare vedere che ogni giorni mi da il necessario.

lettera di Natale 2009

Cari amici,
                       perdonate se vi disturbo ritornando su una cosa per cui vi ho già chiesto aiuto a nome della Divina Provvidenza. Ma, come sapete, io sono il medicante di Dio, quel Dio che si è fatto carne in Gesù: e Gesù vive, come ci ricorda il cap. 25 di Matteo, anche nei poveri più poveri come sono tutti i miei figli. Gesù è ognuno di loro, e per questo tre volte al giorno mi inginocchio davanti a ognuno di loro, in adorazione. Che bello: ognuno è Gesù.
 Capite quale grazia Gesù mi dona. Ieri ho accolto un ragazzino di strada con un tumore di un kilo al collo, metastasi generali e per di più tossicodipendente. L’ho guardato, mi sono inginocchiato … quanto dolore fin dalla nascita nella strada. “Padre, che bello è qui” mi ha detto.
 Oggi il Consiglio Economico mi ha detto:”Padre per il 31 dicembre abbiamo bisogno di 90.000 euro per pagare i 150 che lavorano qui (Novembre, Dicembre, Tredicesima più le spese correnti)” “Non preoccupatevi, io sono le mani, i piedi, la lingua della Provvidenza, ma è Lei che risolve tutto. Allora pregate e siate certi che per il 31 Dicembre tutto sarà risolto”.
 Per questo mi permetto di chiedervi per Natale di ricordarvi dei miei figli. Siete in tanti, e tutti assieme permetteremo alla Madre della Divina Provvidenza di risolvere la questione. A noi ogni letto della clinica costa 2.500 euro mensili, cioè 83 euro al giorno. I letti attualmente sono 27 per cui ogni mese il costo è di 63.500 euro. Da cinque anni Gesù e sua Madre hanno sempre e puntualmente risolto tutto. E questo è il costo della Clinica, senza contare le casette per gli anziani, che sono due e il cui costo mensile è di 7.000 euro in totale, e la casetta di Betlemme, il cui costo mensile è di 6.000 euro.
 Per cui mi affido a ciascuno di voi
 Vi ricordo che la rivista “Tempi” per Natale distribuirà un Dvd realizzato dal più grande e famoso giornalista locale, Humberto Rubin, che dopo aver visitato la Clinica, lui ebreo e agnostico, mi ha detto piangendo:” Se ciò che ho visto è Dio, allora ci posso credere anch’io”. Vi prego di comprare questo Dvd, perché nel suo drammatico realismo dice un po’ di ciò che qui si vive.
 Vi ricordo il mio numero di conto corrente:
 Trento Antonio
 UNICREDIT BANCA – Filiale di Fonzaso (Belluno)
 Codice IBAN : IT14Z0200861120000004701742

 Buon Natale
 p. Aldo

lunedì 1 marzo 2010

Messaggio, 25. febbraio 2010

"Cari figli, in questo tempo di grazia quando anche la natura si prepara ad offrire i colori più belli nell'anno, io vi invito, figlioli, aprite i vostri cuori a Dio Creatore perchè Lui vi trasfiguri e vi modelli a propria immagine affinchè tutto il bene, addormentatosi nel vostro cuore, possa risvegliarsi alla vita nuova e come anelito verso l'eternità. Grazie per aver risposto alla mia chiamata."

lettera del 22 febbraio 2010

Data: Mon, 22 Feb 2010
 
 "Padre Aldo, credi tu questo?" è la domanda di Gesù a Marta davanti al cadavere del fratello, e che pone ad ogni istante alla mia libertà. Ed è meraviglioso vivere rispondendo alla realtà: "Sì, Signore io credo". Rispondere sempre e sempre con più intensità perchè l'Amore esige sempre più Amore. Così oggi ho detto "Sì credo" guardando uno dei miei figli morire di cancro. Si chiamava Romolo, 19 anni. Ieri sera gli avevo chiesto se voleva confessarsi. Ha fatto una confessione bellissima, respirando con fatica. Il suo grido di perdono, il suo struggimento per Gesù lo si leggeva nello splendore del suo volto. Subito dopo, erano le 20, ha voluto ricevere la comunione. Questa mattina, quando sono arrivato con il Santissimo per dargli la comunione, Gesù in quel momento preciso se l'è preso con sè. Stavo per dire "Il Corpo di Cristo" e d'improvviso la sua testa dritta si è reclinata come quella di Gesù. Che santissima morte! Che bella questa morte come quella di tutti coloro che muoiono qui in nostra compagnia. Il dolore è grande ma più grande è "Sì, Gesù io credo." Come l'altro giorno quando mi chiamano alla casa famiglia per i "barboni" S. Gioacchino perchè è arrivato un altro povero Cristo. Sembrava il servo di Javhè di cui parla Isaia:"Non ha nè forma nè bellezza." Tutta sporcizia che rivestiva uno scheletro umano. Lo stavano lavando come se fosse Gesù e lui dalla doccia (dov'era seduto con una sedia) chiese chi era il Padre, mise giunte le mani e mi chiese la benedizione. Mendicante, ammalato aveva chiesto la sera prima ad un prete se lo lasciava dormire nel marciapiede della canonica. E lì aveva passato la notte. Di fronte ad esso ci sono le suore Francescane, alle quali chiedeva aiuto al sorgere del sole. Gli dicevano che loro hanno un altro compito pastorale... per cui gli diedero un po' di cibo e chiamarono un taxi, dicendogli : "Portalo da Padre Aldo". E così è arrivato...ovviamente scombussolando sempre la nostra comodità, l'organizzazione, gli schemi... Ma i miei amici, gli infermieri, che respirano sempre più con le categorie che caratterizzano la mia vita, quelle dell'imprevisto e della provvidenza, lo hanno accolto subito. Sì, perchè sanno che quando arriva un povero, la prima cosa da fare non è chiedere al capo, al responsabile, ma dire: "Tu, oh Cristo vieni avanti. Tu, oh Cristo ti do da mangiare, da vestire. Tu, oh Cristo pieno di vermi ( come Carlo che era arrivato d'improvviso alcuni giorni fa), vieni che te li tolgo uno ad uno etc.."
 Amici, ma chè depressione, cancro, miseria, fame... la grande avventura che viviamo fra amici è solo questa: "Sì, Signore, io credo che Tu sei la risposta alla mia umanità." E non perchè la malattia cessi di essere tale e i problemi non problemi... tutto è doloroso, tutto pretende una risposta... ma è tutto un’altra cosa dentro questo dire “Tu o Cristo mio”.
 Avevo bisogno di comunicarvi questa bellezza adesso, appena celebrato il funerale del mio Romolo, ancora lì sul letto con la sua bellissima faccia bianca, capelli neri ed occhi socchiusi, segno stupendo della gloria di Cristo, in cui vive già e definitivamente. Lui è finalmente passato dalla fede, dalla speranza all'Amore: guardare eternamente lo splendore del volto di Dio.
 Una preghiera per me e per i miei ammalati,
 Padre Aldo