mercoledì 1 dicembre 2010

lettera del 30 novembre 2010

Carissimi amici, vorrei parteciparvi alcuni fatti accaduti e che testimoniano come Cristo é presente nella mia vita e per questo tutto é positivo, anche il dolore che da disgrazia diventa grazia, come ci ricorda la Scuola di Comunitá.

 1. Ieri (giovedí) abbiamo avuto la sorpresa della visita di Marcos e Cleuza. Una visita lampo, che fu per loro una avventura unica: 7 ore di viaggio con l´aereo per arrivare quí e 4 ore per ritornare. Non era mai accaduto. Solo una grande amicizia, frutto della familiaritá con Cristo permette questo sguardo fra noi. Marcos ieri aveva una riunione importante in Parlamento, anche perché gli stanno facendo proposte interessanti. Ma preferí venire per festeggiare il compleanno di P. Paolino ed incontrare gli amici della fondazione, responsabili delle opere. L´incontro é stato bellissimo, le esperienze raccontate un vibrare dell´io di fronte a Cristo. La genialitá di Cleuza ci ha ricordato quanto Carrón ci diceva commentando il monologo di Giuda a la Thuile: "Giuda era un apostolo io non sono un apostolo, Giuda formava parte del gruppetto degli amici di Gesú ed anch´io faccio parte degli amici di Gesú come Giuda, come Pietro.
 Pero Giuda partecipava di quella amicizia, ma a differenza di Pietro e di me non apparteneva a quella amicizia. Una cosa é partecipare altra cosa é appartenere. Giuda tradí Gesú, ma anche Pietro, cosí come anch´io. Pero una cosa é stato il tradimento di Giuda, altro quello di Pietro e il mio. Giuda davanti al suo peccato essendo solo partecipe di quella amicizia, e non appartenente si suicidó. Pietro invece che apparteneva a quella amicizia, riconobbe il suo peccato e si lasció abbracciare per quello sguardo. Cosí é per me e Marco. Noi non veniamo qui perché partecipiamo di quanto qui accadde, di quest´opera ma perché apparteniamo a quest´opera. Uno puó fare anche miracoli ma se la sua natura non é quella del Padre, tutto muore. Il figlio prodigo é ritornato non perché voleva partecipare al banchetto, o perché stanco della sua miseria ma perché dentro tutte le miserie egli apparteneva al Padre, era della stessa natura. Il nostro problema é solo uno: partecipiamo o apparteniamo? Seguiamo Carrón o guardiamo dove guarda Carrón?
 Una cosa é partecipare al movimento, partecipare di quanto ci dice Carrón, altra cosa é appartenere al movimento, appartenere allo sguardo con cui Carrón ci guida e guarda la realtá. Io vengo qui dal Brasile perché ho deciso di appartenere a ció che ho visto, come Pietro. Io vengo dal Brasile perché appartengo a voi. Cosí voi lavorate quá perché appartenete a quest´opera. E il segno di questa appartenenza é l´allegria con cui lavorate ed é ció che marca la differenza con chi non appartiene".

 2. Appena arrivati abbiamo celebrato la messa per loro nella clinica. Alcuni ammalati terminali incapaci di muoversi hanno partecipato. Grande fu la sorpresa quando un ammalato di cancro, con la parte destra della faccia tutta bendata perché letteralmente "mangiato" per il cancro e l´altra tutta gonfia, prese la chitarra e con una gioia negli occhi che ci ha commosso tutti accompagnó i canti. Cleuza ad un certo punto disse: "come puó un ammalato in quelle condizioni, alla vigilia della morte, suonare con tanto impeto la chitarra? La risposta é solo una: perché in lui é chiara, é evidente l´appartenenza al Mistero... e lo si vedeva come era assimilato a Cristo eucaristico. Lui suonava cosí e in quelle condizioni perché lui guardava Cristo, appartiene a Cristo. Sfido qualunque premio Nobel in oncologia a dare a questo ammalato ció che solo Cristo puó dare. Nessun premio Nobel puó dare a un ammalato terminale la forza in quelle condizioni di suonare la chitarra. Chi gli da la forza é solo Cristo che passa mediante voi che siete vicini e guardate in lui Cristo. Io vengo da S. Paolo perché ho bisogno di vedere come anche la vita morente rifiorisce nell´appartenenza. Non vengo quí per vedere la gente a morire e neanche per vedere l´ospedale perché tutto questo lo posso vedere anche in S. Paolo, ma per vedere i miracoli dell´appartenenza a Cristo, perché che un moribundo suoni la chitarra non é una cosa di questo mondo. Vengo qui perché la certezza che oggi mi accompagna, sia la certezza che mi accompagni anche domani. Non mi basta il passaporto per oggi, lo voglio anche per domani. E senza di voi non ho questa garanzia. Il passaporto per domani non ce l´ho io, ma ce l´ha questa appartenenza.
 Allora il problema é non avere una riserva sulla appartenenza, riserva che è il tarlo che distrugge tutto. Quanto piú appartengo tanto piú cade la riserva. L´altra faccia della riserva é la pretesa. Perché prevale la pretesa? perché dimentichiamo il destino dell´altro. Per questo motivo noi non stiamo assieme per fare opere ma perché fiorisca il nostro io e la gente conosca Cristo, incontri Cristo. E se il punto non é chiaro, l´opera é giá morta. Quando uno ha questo sguardo é libero. Non é definito dai risultati, dagli esiti. Pensate per esempio a livello di genitori, che respiro incominciano a vivere rispetto ai figli sui quali abbiamo sempre una pretesa. Io posso abbracciare, sostenerli, ma non posso sostituirmi a loro, al loro dramma. Eil chitarrista che abbiamo ascoltato é una evidenza. Io non posso togliergli il cancro, ne sostituirmi, il dramma é tutto suo, la vicinanza della morte non posso fare che si allontani. Si posso abbracciarlo, amarlo, ma il dramma é fra lui e Cristo e si vede bene come la sua libertá che si lascia abbracciare per Cristo gli permette perfino di "burlarsi" del cancro godendo di ció che suona".
 Amici capite perché siamo amici e perché non conosciamo distanze e come anche i "casini" provocati dalle compagnie aeree non ci distraggono.
 Per finire e cosí cominciare bene l´Avvento un ultimo fatto di come niente impedisce che la realtá, la malattia sia un dono. L´altro giorno la dottoressa Cristina, infettivologa, mi descrive le condizioni di un paziente di AIDS, incontrato in una discarica. É tutto una piaga. I vermi escono da una orecchia putrefatta e cosí dai genitali putrefatti. Mi chiama al suo fianco perché mi renda conto dove puó arrivare la miseria umana e anche di che cos´é l´uomo se non fosse di Cristo. Vedo come lei, con quanto amore con una piccola pinza taglia i vermi uno per uno -e questo ogni giorno- e rimango scosso e comosso. Le domando: "ma Cristina come fai?". E lei: "ma padre é Gesú quest´uomo tutto piegato e per questo faccio questo lavoro con gioia". Rimasi senza parole, stupito, comosso, mentre lei con le pinze, accompagnata da un altra giovane medico e l´infermiera, continuavano con il sorriso sulla bocca a togliere quei vermi con la testa nera e il corpo bianco.
 Capite cosa vuol dire "contemporaneitá di Cristo"? SE Cristo fosse un "ieri" uno non potrebbe stare davanti a un uomo che porta giá sul suo corpo i segni della putrefazione.
 Pregate per me e per i miei amici sani e ammalati.  P. Aldo

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